Diario referendario 1
Piero Ricca
Milano
Sabato 17 dicembre, referendum day anche a Milano. Raccogliamo le firme per sottoporre a referendum la controriforma della Costituzione, la famosa devolution, come si ostinano a chiamarla i giornali. Soffia un vento gelido, che non smette un solo istante. Otto ore a Largo Cairoli angolo via Dante, con i compagni di lotta di questi anni: Alberto, Edda, Fabrizio e gli altri.
Come sempre, quando si offre alla cittadinanza attiva un'occasione di partecipazione (dal Palavobis alle primarie), il risultato c'è. A fine giornata i moduli sono pieni, come la cassetta delle offerte. Ormai le facce le conosco a memoria: le facce di coloro che non si sono rassegnati al sovvertimento di ogni regola: il "ceto medio radicalizzato", secondo l'espressione un po' sprezzante del Corriere. (Nella neolingua dei terzisti "radicalismo" può esser sinonimo di ragionevolezza).
Passa per un servizio una troupe del tg3 regionale; la gentile redattrice - mi accorgo - è totalmente a digiuno dell'argomento. L'operatore di ripresa invece la sa lunga: "E'la solita furbata, hanno fatto 'sta riforma per dare il contentino a Bossi prima delle elezioni". SI avvicina al nostro tavolo anche il giornalista Corrado Stajano. Mi porge la carta di identità per poter firmare. "Grazie per quell'editoriale di addio al Corriere", gli dico, stringendogli la mano. Sorride: "Uno su trecento che se va è un po' poco, però", mi risponde. Passa anche la nipote di De Gasperi. Scambiamo quattro parole. La interpello su quella sua lettera aperta, pubblicata da Repubblica. "Mi è toccato smentire che questo Berlusconi possa a buon diritto considerarsi l'erede politico di Alcide De Gasperi, come lui millantava", ricorda.
L'ultimo a firmare è un signore dal volto intenso e i capelli candidi. Scopro che è il professor Giorgio Berti, docente di diritto costituzionale e poi di diritto amministrativo alla Cattolica. "Ma perché la Costituzione sembra stare a cuore a una minoranza?", gli chiedo. "Questo Paese non ha nel suo dna la libertà", mi risponde.
Mentre smobilitiamo, con Alberto passiamo in rassegna le falle della macchina organizzativa. Ma è mai possibile - mi sfogo - che in una città con decine di consiglieri comunali e provinciali di opposizione si fatica a trovare i certificatori per un referendum di questa importanza? Mi accorgo di non avere più voce. Sarà utile procurarsi un megafono.
(continua)
