di: Andrea Bagni
Nella mia esperienza di scuola superiore, i collegi docenti non sono sempre stati luoghi da cui fuggire o a cui sottrarsi con pratiche di almeno interiore assenteismo. Non dico partecipassi sempre pieno di entusiasmo, ma insomma era un´occasione di confronto e anche di battaglia per noi«reduci» sopravvissuti di tante battaglie. Visti un po´ maluccio, perché poi si era quelli che tiravano per le lunghe le discussioni (e c´era sempre qualcuno che gridava a un certo punto, forza votiamo) ma anche credo con un po´ di invidia, perché davamo l´impressione che per noi avesse un po´ di senso l´esserci: per gli altri era una rottura e basta, dunque quelli perdevano sempre.
Adesso è un disastro invece.
Ha vinto la palude, nemmeno la destra. Cioè proprio la destra. La stanchezza del pubblico. Forse le scuole superiori vivono questa crisi di senso collettivo da un pezzo. Direi dalla fine del berlinguerismo, perché più niente di veramente vivo e incandescente ha attraversato le scuole dopo il concorsone. Nemmeno una vera reazione alla Moratti, vissuta in fondo come pratica di amministrazione, ricerca di risorse, di cliente e sponsor, chiusura nel proprio feudo o progettino. Anche lo slogan«non uno di meno», lo scandalo della scuola classista che separa discrimina eccetera, hanno abitato nei discorsi, tranquillamente accanto ai bienni integrati per«quelli che non ce la fanno a studiare» o alla formazione professionale nell´obbligo. E allora che scandalo era.
Non credo sia solo un problema della scuola. Mi sembra la zona acuta di una malattia diffusa. Direi la crisi della democrazia dopo i movimenti. Una democrazia che tende a moltiplicare le sue istituzioni quando non funziona. Si fa estensiva, mentre soffre di intensività e senso.
E succede che nella mia scuola i membri della rsu si dimettono perché non possono intervenire sulle decisioni riguardo il pof del collegio. Dicono che allora è tutto deciso e non hanno senso; che i collegi fanno schifo e dunque bisognerebbe dare più potere alle forme rappresentative della democrazia. Diventiamo la controparte di noi stessi. A parte che il«potere» così viene dato ai dirigenti (e ai sindacati), di nuovo riportato a un modello privato di rapporto di lavoro, ma poi le forme della democrazia rappresentativa invece funzionano? Tutti i ragazzi nelle classi parlano dei politici interrogati alle Iene, la rivoluzione francese alla fine dell´ottocento, mai sentito nominare Nelson Mandela, il Darfur uno stile di vita estraneo all´Italia...
Non è questione solo di cambiare nomi - per questo per i movimenti è un terreno minato presentare liste alle elezioni. Il problema è la forma impersonale della politica, il meccanismo di selezione della classe dirigente nella spoliticizzazione di massa. Non serve aggiungere un altro prodotto alla lista se la forma resta quella dell´acquisto. Sono i processi che contano.
Giorni fa ho partecipato a un´assemblea«elettorale» degli studenti. A proposito di moltiplicazione della democrazia, loro dovevano scegliere chi votare per consiglio d´istituto consulta provinciale parlamento regionale. Nessuno che sapesse che roba sono tutte queste mini-istituzioni. Nessuno che sapesse con che criterio votare una lista invece di un´altra, un nome piuttosto che un altro, perché e per cosa...
Poi incredibilmente un ragazzo ha raccontato perché si candidava ed è venuto fuori un pezzo della sua vita scolastica. La voglia di parlare, di fare qualcosa, di incontrarsi con qualcuno, raccontare. Un´altra pure ha cominciato a parlare di sé, di come è«pesa» la scuola, queste trentasei ore. Della tristezza dei professori. Naturalmente la situazione elettorale ha creato i suoi casini: le due liste sembrava dovessero per forza contrapporsi, mentre dicevano più o meno tutti le stesse cose. Belle. Sulla scuola come luogo della loro vita, sul fuori come un grande casino, sul desiderio di fare cose che avessero senso ora e non solo nella battaglia nella giungla nella società competitiva eccetera.
Ma allo stesso tempo tutti a lamentarsi che erano pochi, che gli altri non partecipavano, che bisognava inventare un meccanismo per consultarli con i rappresentati di classe. Sempre un po´ la stessa storia: garanzie istituzionali per la polis assente. Certo quella come assemblea d´istituto forse era piccola, ma era una riunione di 50 ragazze e ragazzi che per tre ore discutevano di se stessi e degli adulti, quando potevano andare in giro per il centro al bel sole di novembre...
Come assemblea poteva anche essere piccola ma come collettivo era enorme. Bastava spostare il punto di vista. E c´era il piacere di parlare. Raccontarsi.
Io penso si debba ripartire da qui. Da questo piacere che non muore. Ancora. Poi quanti siamo siamo. L´importante è esserci e essere felici un po´.
