di: Marina Mastroluca - Unità 22 febbraio 2006
«Il riformismo senza la partecipazione popolare non va da nessuna parte». Poche parole, quasi uno slogan, quello di Paolo Beni, presidente dell'Arci, per riassumere le prossime sfide. Un milione e centomila soci, cinquemila circoli sparsi su tutto il territorio: un pezzo di quella società civile che raramente ha diritto di cittadinanza nella politica scritta tutta maiuscola. Eppure è da qui, «dalle risorse di idee e esperienze della società che si deve attingere per cambiare il paese di fronte ad una sfida così grande com'è quella che abbiamo davanti», dice Beni alla vigilia del Congresso nazionale dell'associazione, che si apre domani a Cervia. «Si parla tanto di democrazia partecipativa ma si è fatto troppo poco: questa deve essere una priorità della prossima legislatura».
"Cambiare si può", era lo slogan della campagna Arci dei mesi scorsi. Quali sono i temi di questo congresso?
«Dobbiamo fare il punto sul percorso fatto finora e definire i programmi futuri. Tra i nostri obiettivi c'è anche quello di dare un contributo allo sforzo collettivo che le forze sane della società italiana devono fare, andando verso le elezioni».
Quale vuole essere il vostro contributo?
«Partiamo da un'analisi molto critica della devastazione prodotta dal centro-destra nel paese: sul piano economico e sociale, come su quello della credibilità internazionale. Al governo è prevalsa la cultura dell'interesse privato contrapposto all'interesse collettivo, che è poi la filosofia del liberismo. Questa idea di società ha prodotto gravi guasti, in Italia come nel resto del mondo, aggravando squilibri e disuguaglianze. Serve una svolta decisa, un nuovo modello di sviluppo. Per questo la sfida dell'Unione non deve essere solo quella di sconfiggere un centro-destra impresentabile».
Che cosè che vi sembra più difficile perdonare a questa maggioranza?
«Direi l'aver distrutto la cultura civile di questo paese, aver stravolto il significato di parole cardine della nostra democrazia. Come giustizia, o diritti. Con provvedimenti più o meno clamorosi si è frantumato il senso di appartenenza dei cittadini ad una comunità, si è azzerato lo spazio pubblico a garanzia dei più deboli. Il rischio è una società inquinata dalla cultura del tornaconto personale, della libertà intesa come un diritto esclusivo a scapito di quello di altri. Il nostro paese ora è più povero, più ingiusto, più insicuro e spaventato. E quindi meno libero».
Il programma dell'Unione. Quasi trecento pagine: manca qualcosa?
«I temi ci sono tutti, ci sono anche innovazioni importanti in tema di lavoro, politiche sociali, diritti civili, politica estera. È un programma che fa intravedere un'inversione di tendenza, quello che manca ora è una verifica di fattibilità. Credo che non sia possibile centrare gli obiettivi senza un'inversione delle politiche liberiste. È chiaro che il programma è il prodotto di una mediazione che avremmo voluto più partecipata dai cittadini. In ogni caso questo non chiude il dibattito, che anzi dovrà essere portato avanti con una spinta dal basso».
Quale può essere in questo contesto il ruolo dell'associazionismo?
«La sfida per cambiare questo paese è talmente grande che serve il concorso di tutte le forze, di tutte le energie che ci sono in questa società. Serve la massima unità, ma anche la capacità di mobilitare le sensibilità, le esperienze e i saperi della società, che non si esaurisce nei partiti. Un governo di centro-sinistra non andrebbe da nessuna parte senza il sostegno, anche conflittuale, dei movimenti e della partecipazione popolare. Perché democrazia, dal nostro punto di vista, è soprattutto esercizio della discussione pubblica».
Dalle bocciofile ai no global. Come si tiene insieme tutto questo?
«Il bisogno di svago non è meno nobile dell'impegno per un mondo più giusto. È un modo di riappropriarsi del proprio tempo, è un primo passo di socialità e di aggregazione. L'Arci è un'associazione vera, fatta di persone che cercano di dare soluzione a problemi, locali come più generali. Credo che siamo riusciti ad elaborare un comune denominatore delle diverse esperienze, basate in modi diversi su un progetto di cittadinanza. L'Arci - questa è stata l'ispirazione di Ton Benetollo - ha osato la scommessa di far incontrare la cultura civile delle case del popolo e dell'associazioni di mutuo soccorso con stimoli e suggerimenti nuovi dei movimenti».
C'è però una tendenza ad associare il termine no global a slogan come "10-100-1000 Nassiriya"...
«Chi lo fa è in malafede. Fa finta di non vedere che la cultura no global è pace, non violenza, rifiuto della guerra e del terrorismo».
