di: Alberto Asor Rosa
E se tornassimo a parlare di politica? Lo si può fare in molti modi, purché lo si faccia. Dal mio punto di vista, il discorso politico consiste nel misurare, oggi e in prospettiva, il peso che le tesi della sinistra esercitano e soprattutto sono destinate a esercitare (in termini di programma, strutture di governo, prospettive economiche, sociali e... culturali) sulla fisionomia complessiva del centrosinistra.
Il programma non è diverso da quello che fu posto esattamente un anno fa, il 15 gennaio 2005, nel corso di un'entusiasmante assemblea alla Fiera di Roma, dove nacque la Camera di consultazione della sinistra, di cui sono stato coordinatore.
Ne hanno fatto parte tutte - sottolineo tutte - le componenti politiche di quella che chiameremo provvisoriamente la sinistra radicale italiana, più una fetta consistente dei movimenti di base, alla cui vitalità si doveva la rianimazione dello spento quadro nazionale nei due-tre anni precedenti.
L'obiettivo dichiarato, e allora unanimemente condiviso, era favorire l'emergere del numero maggiore di fattori di unità all'interno di un campo a mio giudizio sostanzialmente omogeneo ma diviso da storie e pregiudizi ideologici in gran parte caduchi ma resistenti.
Nel corso dell'anno passato la Camera di consultazione ha organizzato un certo numero di assemblee interne e di convegni (sulla Costituzione, sulla pace e la guerra, sul governo locale, sul programma di governo) ognuno dei quali preso per sé potrebbe esser considerato anche soddisfacente o molto soddisfacente. Ma l'obiettivo non si è avvicinato, anzi, per certi versi sembrerebbe accantonato. La mia opinione è che ciò influisca negativamente sullo stato di salute dell'intero centrosinistra. Cercherò di spiegare perché questo sia avvenuto, partendo dagli aspetti negativi dell'esperienza, per finire, gramscianamente, con quelli positivi («l'ottimismo della volontà...»).
Il primo a sfilarsi dall'iniziativa è stato «il manifesto», che pure l'aveva promossa. Non m'interessa approfondire le logiche interne di questa non-scelta (alla quale, per l'intensità dei contributi e la continuità della partecipazione, vanno considerati estranei Rossana Rossanda e Valentino Parlato). Mi limito a constatare che il «quotidiano comunista» ha ritenuto di dissociarsi dall'unica esperienza di problematica discussione a sinistra, che si fosse riusciti a mettere in piedi nel nostro paese.
La seconda «uscita», più determinata e decisiva della prima, è stata quella di Rifondazione comunista, la quale non intendeva andare al di là di una discussione comune puramente formale, per arrivare eventualmente a esiti più stringenti di natura anche elettorale. La mia opinione è che Fausto Bertinotti non fosse disposto a cedere quote della posizione di forza garantitagli dal maggior peso del suo partito all'interno della sinistra radicale e pensasse di riprendere (forse) la questione più avanti, da posizioni ancor più di forza. Sono seguiti altre defezioni o semplici intiepidimenti (sinistra Ds, una parte dei sindacalisti). A un certo punto, anche i Verdi hanno rinunciato alla prospettiva della lista Arcobaleno, pure da essi stessi promossa. A tenere in piedi fino all'ultimo la prospettiva unitaria sono rimasti i Comunisti italiani, con Oliviero Diliberto, e poi (ma forse ormai fuori tempo) con Armando Cossutta. Un po' poco per fare l'unità della sinistra.
La prima osservazione che viene da fare di fronte a questo processo è che l'impermeabilità del ceto politico professionistico (anche di quello spesso micro o micro-microscopico della sinistra radicale) a processi di contaminazione o, peggio, di osmosi nei confronti della società civile, e in modo particolare, di quella fetta tipica di società civile, che è il ceto intellettuale, è altissima, anzi, non so come meglio dire, idrorepellente.
Questo beninteso è un dato comune a pressoché tutte le famiglie politiche oggi esistenti nel nostro paese, ma la condivisione del disagio non ci conforta. L'autoreferenzialità è assolutamente prevalente sulla referenzialità (il che, a parer mio, ha a che fare anche con la questione morale, anzi in gran parte la spiega). Accantonata per ora questa osservazione, che potrebbe essere utilmente approfondita anche in sede sociologico-politica, la constatazione assolutamente obbiettiva che possiamo ricavare dal precedente prospetto analitico è che a sinistra del centrosinistra perdura, nonostante gli sforzi compiuti, una zona confusa e disgregata: un elemento di debolezza, non di forza, per l'intero centrosinistra (oltre che per ciascuno dei vari elementi che compongono il quadro). Questo è il punto politico.
È legittimo chiedersi (lo dico non formalmente) se questa constatazione non metta in crisi rivelandone per così dire l'oggettiva infondatezza, l'ipotesi stessa su cui il tentativo della Camera di consultazione era partito, e cioè che esistano in Italia (e in Europa) le condizioni per pensare possibile l'esistenza e/o per ritenere necessaria la costruzione di una sinistra radicale all'interno di un centrosinistra capace di sconfiggere l'avversario conservatore. Se si risponde che non è possibile l'esistenza né necessaria la costruzione, allora non resta a questa fase che adattarsi all'assimilazione, di cui del resto già oggi qualche segno è visibile.
Siamo dunque di fronte ad un bivio. La risposta maturata dentro la Camera di consultazione della sinistra - da un punto di vista, sì, necessariamente soprattutto culturale - sembrerebbe andare nella direzione opposta, e per due motivi.
Innanzi tutto perché si mantiene, anzi in un certo senso si accentua, la distinzione fra le due culture, quella della sinistra moderata e quella della sinistra radicale (accanto alle loro parentele e affinità, altrimenti non staremmo nelle stesso schieramento), su almeno questi sei terreni (che elenco con una schematicità di cui mi vergogno): 1) le questioni della pace e della guerra; 2) la difesa della Costituzione e della legalità; la laicità dello Stato; 3) la nozione e la pratica di una democrazia partecipata; 4) la difesa del lavoro, la ricostruzione dello Stato sociale; 5) la centralità delle questioni di genere; 6) il nuovo rapporto fra sviluppo e ambiente (la nuova sinistra non sarà né rossa né verde: se sarà. sarà rosso-verde). Preziosi in questo senso sono risultati i contributi delle nuove forze politico-culturali e dei movimenti, tra cui in primo piano il Laboratorio per la Democrazia di Firenze.
In secondo luogo, sembra nonostante tutto possibile declinare le suddette differenze culturali in discorso politico perché si direbbe che esista una fetta consistente dell'opinione pubblica italiana all'interno della quale risultano già familiari e condivise le differenze culturali proposte. Il famoso 15%, che non si riconosce in un programma di governo di centrosinistra moderato e puramente difensivo. Per essere chiaro fino in fondo, dirò, alla luce dell'esperienza compiuta, che il quadro politico-culturale tratteggiato fuoriesce sempre più decisamente dai tradizionali filoni comunisti o post-comunisti. Il mix di elementi che lo compongono presenta perciò persino aspetti contraddittori, ma come potrebbe essere perfettamente coesa e omogenea una cultura politica che nasca da una fase di transizione violenta e profonda come questa? Quel che si può dire fin d'ora, penso, è che il radicalismo di sinistra del XXI secolo non sarà in Europa comunista o post-comunista, anche se non avrà (tutt'altro) un rapporto conflittuale o di rifiuto con la tradizione comunista (come invece avviene nel campo della sinistra moderata, per non parlare dei settori decisamente moderati presenti nel centrosinistra).
Scrivo queste considerazioni, che sono, come si vede, al tempo stesso un bilancio di liquidazione e un programma di lavoro, in primo luogo in segno di omaggio alle molte cose buone e alle molte forze nuove che, l'ho già detto, la Camera di consultazione ha rappresentato ed espresso. In secondo luogo, perché se fino al 9 aprile il dibattito sulla prospettiva si direbbe sospeso, per consentirci di far fuori bene o male (più bene che male, spero) l'«abominio italiano», l'11 aprile saremo di nuovo alle prese, centuplicati, con questi problemi. Sfido chiunque stia a sinistra a ignorarli. E al governo, come spero, più ineludibili che all'opposizione. Mettiamo in dispensa il piccolo capitale raccolto e lavoriamo perché frutti.
