di: Nicola Tranfaglia - Unità 15.08.07
Il quale ha definito «assassini» il senatore Tiziano Treu della Margherita e il professor Marco Biagi assassinato dalle Brigate Rosse. Una dichiarazione quest’ultima che non dovrebbe avere posto nel linguaggio e nelle idee di un parlamentare che ha libertà di critica ma non può scambiare le differenze ideali all’interno dell’una o dell’altra coalizione (qui si tratta, dovrebbe ricordare Caruso, della medesima, quella di maggioranza) come discriminanti tra il bene e il male, le vittime e i carnefici.
Nel caso specifico, Caruso dimentica anche che la cosiddetta legge Biagi non è stata espressione diretta del lavoro del giuslavorista modenese ma un adattamento politico di alcune idee discutibili ma non certo criminali compiuto dalla coalizione berlusconiana.
Tutti i partiti, occorrerebbe ricordarlo ai giornali che fingono di dimenticarlo, della sinistra hanno condannato quelle parole e il giudizio in esse contenuto a dimostrazione di una cultura e mentalità diverse da quella di Caruso. Ma per i quotidiani che si rifanno al forte desiderio di far cadere l’attuale governo di centro-sinistra prima ancora che termini la quindicesima legislatura, si tratta di un ottimo pretesto per preparare un autunno caldo almeno a livello mediatico, se non reale.
In realtà le cose stanno diversamente e basta leggere le risposte di Giordano alla cronista del quotidiano più diffuso del paese per rendersene conto.
Che i sindacati, in particolare la Cgil, non siano soddisfatti del protocollo sulle pensioni e il Welfare è un fatto difficile da negare. Lo stesso Epifani, segretario generale del maggior sindacato nazionale, ha parlato di una firma con riserva, di fronte a un governo che ha cambiato le carte in tavola all’ultimo momento e con la minaccia di far cadere il governo. Quanto al gabinetto Prodi, quattro ministri si sono dissociati dal testo siglato e hanno affermato che nei mesi successivi, attraverso il lavoro parlamentare, cercheranno di modificare l'accordo per ora raggiunto.
Da questo punto di vista non ci si può meravigliare che i leader legati al progetto di unificazione della sinistra decisa a non confluire nel partito democratico, pur continuando a far parte della coalizione di centro-sinistra e del governo, useranno gli strumenti parlamentari (mozioni, emendamenti, interpellanze e interrogazioni) per modificare parzialmente quella scelta e correggerla in alcuni punti essenziali.
La piattaforma, a differenza di quel che sostiene il ministro Damiano, sta nel programma Prodi e non in improvvise velleità pseudo-rivoluzionarie.
In quel programma si dà un giudizio assai negativo della cosiddetta legge Biagi e ci si impegna a sostenere l’urgenza e la necessità di modifiche di fondo. Si può dire che il protocollo di luglio vada chiaramente in quella direzione? A me pare assai difficile rispondere in maniera positiva.
Non si è distinto il piano della spesa pensionistica da quella previdenziale come pure molti hanno auspicato.
Non si è data, attraverso il nuovo meccanismo contributivo, così come è stato organizzato, la speranza ai lavoratori spogli della protezione del contratto a tempo indeterminato di costruire una pensione finale corrispondente al sessanta per cento dell'ultimo salario, essendo questa una mera possibilità assai difficile da conquistare attraverso i calcoli oggi possibili.
E a questi aspetti altri si aggiungono che disegnano un panorama che non è quello della legge Biagi ma non è neppure quello di una legislazione del lavoro che tuteli la maggior parte degli attuali precari, dei lavoratori a progetto, a tempo determinato, interinali e così via dicendo.
Di fronte a una scelta politico-economica di questo genere, c’è da stupirsi che le forze politiche che hanno al centro del loro programma la questione del lavoro e dello sviluppo economico per le masse popolari protestino e si preparino a lavorare in Parlamento per modificare i termini dell’accordo di luglio? In una situazione nella quale la popolarità del governo Prodi è bassa e si distanzia per più di dieci punti dalle aspettative di voto dell’opposizione di centro-destra, pur con l’improbabilità dei sondaggi a lungo termine?
Chi può aspettarsi che l’approvazione dell’accordo da parte della Confidustria e dell’opinione pubblica moderata rappresentata dai giornali degli imprenditori possano annullare il forte disagio economico e di vita di milioni di giovani, di pensionati, di persone che continuano a non arrivare alla fine del mese?
Non si tratta, per queste forze politiche, di sostituire il governo Prodi con governi di larghe intese o gabinetti istituzionali, magari aperti a pezzi della destra? Sarebbe un errore inaccettabile.
Ma questo non può significare attuare solo quella parte del programma elettorale che piace alle imprese e al mondo finanziario di questo Paese e metter da parte la parte che può migliorare la vita delle masse popolari, dare speranze ai giovani, render più difficile il conflitto di interessi, allargare le libertà e l’eguaglianza degli uomini e delle donne, introdurre un effettivo pluralismo nell’orizzonte radiotelevisivo come in quello giornalistico ed editoriale.
Altrimenti che senso avrebbe porsi di fronte al centro-destra come competitori capaci di contrastarne la vittoria nelle prossime elezioni?
