di: Fabrizio Gatti - L'Espresso 19/09/06
Sfruttati. Sottopagati. Alloggiati in luridi tuguri. Massacrati di botte se protestano. Diario di una settimana nell'inferno. Tra i braccianti stranieri nella provincia di Foggia
I medici accusano: arrivano sani e si ammalano qui
Vivono in condizioni disumane. Proprio in questi
giorni decine di abitanti del Ghetto, tra Foggia e Rignano, si sono
ammalati di gastroenterite per le pessime condizioni dell'acqua. Ma
anche quest'anno, l'Asl Foggia 3 ha rifiutato di mettere a
disposizione strutture e ricettari per assistere gli stranieri
sfruttati come schiavi nei campi. La denuncia è dell'associazione
francese Medici senza frontiere che invece ha ottenuto la
collaborazione dell'Asl Foggia 2 per l'assistenza sanitaria e
umanitaria nel Sud della provincia. Da tre anni un ambulatorio
mobile di Msf visita le campagne tra Cerignola e San Severo. Come
se la provincia di Foggia fosse un fronte di guerra. Ci sono un
medico, un'assistente sociale e un coordinatore: quest'anno Viviana
Prussiani, Carla Manduca e Teo Di Piazza. "Per il terzo anno
consecutivo siamo stati costretti a continuare questo progetto",
spiega Andrea Accardi, responsabile delle missioni italiane di Msf:
"E ancora una volta nell'estate 2006 ci troviamo di fronte alla
stessa situazione: gli stranieri arrivano sani e si ammalano a
causa delle indecenti condizioni che trovano nelle campagne. Manca
qualsiasi forma di accoglienza. Il sistema economico è totalmente
ipocrita e vede la connivenza e il coinvolgimento di tutti gli
attori. A partire dal governo e dalle istituzioni locali, ovvero
Comuni e prefetture, fino ad arrivare alle Asl, alle organizzazioni
di produttori e ai sindacati".
Dietro il triangolo degli schiavi ci sono gli imprenditori
dell'agricoltura foggiana e molte industrie alimentari. Piccole o
grandi aziende non fanno differenza. Quando devono assumere
personale stagionale per la raccolta nei campi, quasi tutte
scelgono la scorciatoia del caporalato. Il compenso per gli
stranieri varia da 2,50 a 3 euro l'ora (ai quali però vanno tolti
tutti i 'servizi' per il caporale). Anche per questo gli italiani
sono scomparsi da questo tipo di lavoro. Solo una piccola minoranza
degli agricoltori interpellati da 'L'espresso' dice di pagare i
braccianti da 4 a 4,50 euro l'ora. Ma sempre in nero e rivolgendosi
a caporali. In Veneto e in Friuli un raccoglitore guadagna in media
5,80 euro l'ora più i contributi, se in regola. Oppure da 6,20 a 7
euro l'ora se ingaggiato in nero.
Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe
impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi
capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli
garantisce l'ordine e la sicurezza nei campi. "Senti un po' cosa
vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto", lo
avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino
parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma
si sente subito che lui qui è il caporale: "Sei rumeno?". Un mezzo
sorriso lo convince. "Ti posso prendere, ma domani", promette, "ce
l'hai un'amica?". "Un'amica?". "Mi devi portare una tua amica. Per
il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una
ragazza qualunque". Il caporale indica una ventenne e il suo
compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la
raccolta meccanizzata dei pomodori: "Quei due sono rumeni come te.
Lei col padrone c'è stata". "Ma io sono solo". "Allora niente
lavoro".
Non c'è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi. Il
caporale vuole una ragazza da far violentare dal padrone. Questo è
il prezzo della manodopera nel cuore della Puglia. Un triangolo
senza legge che copre quasi tutta la provincia di Foggia. Da
Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo. Nella
regione progressista di Nichi Vendola. A mezz'ora dalle spiagge del
Gargano. Nella terra di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte
sindacali e storico segretario della Cgil. Lungo la via che porta i
pellegrini al megasantuario di San Giovanni Rotondo. Una settimana
da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni
disumana previsione. Ma non ci sono alternative per guardare da
vicino l'orrore che gli immigrati devono sopportare.
Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un
censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero.
Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E
africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal,
Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti
dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d'estate si
trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori
se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano
anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Per proteggere i
loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una
rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell'Est.
Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i
cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene.
Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li
pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta
viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla
questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi
e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola
con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno
cercati tutta notte. Come nella caccia all'uomo raccontata da Alan
Parker nel film 'Mississippi burning'. Qualcuno alla fine è stato
raggiunto. Qualcun altro l'hanno ucciso.
Adesso è la stagione dell'oro rosso: la raccolta dei pomodori. La
provincia di Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie
della trasformazione di Salerno, Napoli e Caserta. I perini
cresciuti qui diventano pelati in scatola. Diventano passata. E, i
meno maturi, pomodori da insalata. Partono dal triangolo degli
schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e di mezza Europa.
Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli altri ortaggi,
come melanzane e peperoni. Tra poco la vendemmia. Gli imprenditori
fanno finta di non sapere. E a fine raccolto si mettono in coda per
incassare le sovvenzioni da Bruxelles. 'L'espresso' ha controllato
decine di campi. Non ce n'è uno in regola con la manodopera
stagionale. Ma questa non è soltanto concorrenza sleale all'Unione
europea. Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono
tollerati i peggiori crimini contro i diritti umani.
