di: Paolo Flores D'Arcais
«Finalmente ci parliamo!», è l´esplicito o implicito commento - soddisfatto - di molti interventi. Non consoliamoci con l´aglietto - come si dice a Roma - però. «Parlarsi» diventa autoreferenziale e consolatorio, se non mette capo alla possibilità di un agire comune.
E allora: ci parliamo, e immediatamente ci scontriamo. E non perché non riusciamo a capirci. Gli interventi qui pubblicati dimostrano che ci capiamo perfettamente. E che proprio per questo ci scontriamo. Affrontiamole, allora, le questioni più scomode.
Cominciamo da quel macigno che si chiama indulto. Tanto più macigno di divisione, quanto più troppi interventi lo trattano da sassolino d´inciampo.
Non è possibile, infatti, che tra noi possa avere ancora corso quella «logica» d´apparato che per giustificare una scelta calpesta la logic e i fatti. Logica e fatti che, almeno fra noi, dovrebbero restare valori sacri (la verità è rivoluzionaria: o no?). Chi vuole difendere l´indulto lo faccia pure. Ma senza nascondersi o minimizzare che:
- rovesciando a maggioranza semplice le leggi lego-fasciste sull´immigrazione e clerico-fasciste sulla droga, anziché promuovere con maggioranza bipartisan (per via dei due terzi che la Costituzione prescrive) l´indulto, le carceri si sarebbero svuotate in misura ben più larga (e meno iniqua);
- quelle leggi, fatto l´indulto, non verranno più rovesciate (si dirà che non vi è più emergenza, si nominerà una commissione...);
- in pochi mesi le carceri si riempiranno di nuovo di «poveracci» niente affatto «socialmente pericolosi», ma che in carcere probabilmente lo diventeranno;
- l´80 per cento dei processi si concluderanno con la formula «la pena non si applica per intervenuto indulto» e intanto, a tribunali intasati, scatterà la prescrizione per tanti altri e più gravi crimini (e per evitarlo bisognerebbe aggiungere alla padella dell´indulto la brace dell´amnistia!);
- intanto, sono tornati in libertà madame Gennet, boss del traffico di carne umana, e non vi entreranno mai tanti altri nuovi carnefici del profitto senza regole (cancro da amianto, diossina o altre sviste). Nei cantieri edili vengono uccisi cento lavoratori al giorno, una strage che il vecchio Bava Beccaris nemmeno se la poteva sognare, l´equivalente delle Twin Towers ogni qualche mese.
E ce la caviamo minimizzando «che si sia pagato un prezzo per varare l´indulto concedendolo anche a qualche colletto bianco corrotto, questo è vero»? La giustificazione di Franco Russo («ma ciò è dovuto all´articolo 79 della Costituzione che impone il quorum dei due terzi per la sua deliberazione») mi spaventa ancora di più, quasi che quei «due terzi» fossero un vincolo oppressivo da cui liberarsi (così ogni maggioranza inaugurerebbe la propria legislatura con un pantagruelico mega-colpo di spugna).
Insomma: incoraggiare con l´indulto le stragi di immigrati clandestini e quelle di lavoratori nei cantieri (perché questo è il risultato concreto e inoppugnabile dell´indulto, che coprirà ovviamente anche eventuali seviziatori di ragazzi Down che abbiano compiuto le loro «ragazzate» prima della sua entrata in vigore) è davvero di «sinistra», o non piuttosto un mostruoso contributo a una giustizia sempre più mostruosamente «di classe», che rende i «colletti d´establishment» orwellianamente più eguali (molto ma molto più eguali) del cittadino comune? Anzi, impunibili per definizione e per grazia bipartisan?
Questo è l´abisso di valori che ci divide. Aveva ragione chi ha detto che la civiltà di un paese si misura dallo stato delle sue carceri. E il nostro è oggi un paese incivile. La privazione della libertà deve essere la sola afflizione del carcere. Oggi invece la violenza (anche sessuale), la prevaricazione, il sovraffollamento, l´umiliazione, la sporcizia, il rumore..., sono gli ingredienti anticostituzionali e insopportabili della pena detentiva, oltretutto elargiti in modo assolutamente diseguale e arbitrario. Ma con un bell´indulto bipartisan ci si è regalati un autoassolutorio lifting dell´anima, e si può passare ad altro.
Questo abisso di valori, che ci divide, si chiama legalità. Che è esattamente l´altro nome dei «diritti» invocati in più di un intervento: non qualsiasi legge, beninteso (le leggi berlusconiane sono un monumento permanente contro la legalità), ma una legislazione che attui in modo sempre più puntuale il dettato della Costituzione repubblicana.
Quella di noi «giustizialisti» per la legalità così intesa è una fissazione? Sì. Assolutamente sì. Una fissazione piccolo-borghese? No. Assolutamente no. Anzi. Nasce dalla convinzione (cheMicroMega ha potuto corroborare empiricamente, in venti anni di esistenza, quasi ad ogni numero) che una rigorosa politica della legalità costituirebbe nell´Italia di oggi la soluzione di gran parte della questione sociale. Non dell´intera questione sociale, beninteso, ma certamente di oltre la metà. Provi ciascuno a fare l´esperimento mentale di cosa significherebbe in termini di riduzione della diseguaglianza sociale un´Italia in cui - a seguito di una sistematica e pluriennale politica della legalità -diventassero pratiche molto ardue e quasi impossibili: lo sfruttamento del lavoro nero sottopagato, l´evasione fiscale dei lavoratori non dipendenti, l´acquisizione di appalti tramite mazzette, l´elargizione di posti e consulenze sibaritiche a compagni di nomenklatura e amici degli amici, i superprofitti da oligopolio per interi comparti del nostro sistema economico- finanziario, l´appropriazione personale di sussidi pubblici erogati per ammodernamento tecnologico, sviluppo industriale e incremento occupazionale, e via elencando. Per non parlare, ovviamente, dell´azzeramento del sistema economico mafioso, il cui fatturato è ormai superiore, anche di molto, al bilancio di molti paesi regolarmente presenti all´Onu.
Ogni trasmissione di Milena Gabanelli potrebbe valere da esemplificazione, visto che ha dimostrato che perfino la (brutta) legge Biagi sui contratti a progetto imporrebbe l´assunzione per i lavoratori del call center (e simili). Ma una politica di illegalità (che in troppe leggi trascura le sanzioni, o che le rende inapplicabili di fronte ad avvocati azzeccagarbugli resi più forti da modifiche bipartisan delle norme procedurali) allarga ogni giorno il successo dei prepotenti, dei furbi, degli ammanicati, a penalizzazione dei meriti, compresi quelli (che magari ci sarebbero) di una imprenditorialità non rapace, innovatrice e weberiana.
La prima cosa da fare, perciò, è riappropriarsi del più prezioso accertamento della stagione dei movimenti, oggi completamente dimenticato: che la radicalità non si misura più secondo il tasso di «faccia feroce» che si esibisce retoricamente contro «il capitalismo» o «il liberismo». Su questo ha ragione da vendere Furio Colombo: «Non esiste alcuna «sinistra radicale» all´interno del governo. Non in termini di contrapposizione al perdurare del vulnus berlusconiano. [...] Al contrario, tanto più dura è la posizione su temi e argomenti sociali e di economia, tanto più vengono smussati gli angoli politici, abbassati i toni e aperti i ponti di eventuali collaborazioni parlamentari». Credo, semmai, che sia introvabile la «più dura posizione» di cui parla Furio, a meno che con essa non si intenda la «faccia feroce» che lascia il tempo che trova, o addirittura la difesa di privilegi corporativi.
Perché io concordo pienamente con Cremaschi quando sostiene che si deve riaprire il conflitto sociale, e quindi anche il conflitto interno al centro-sinistra. Ma su cosa e per cosa?
Oggi in Occidente, e in Italia in modo particolarissimo, la sinistra dovrebbe riproporre il tema dell´eguaglianza, parola considerata triviale e dunque impronunciabile. Un´eguaglianza sociale che però non può più essere una seconda fase rispetto all´eguaglianza civile, ma con essa si impasta inestricabilmente.
Un esempio scomodo. Difendere il pensionamento agli attuali livelli di età, quando l´aspettativa media della vita è nel frattempo aumentata di quasi una decina d´anni, non ha nulla a che fare con una politica di eguaglianza sociale. Una politica di eguaglianza aumenterebbe -anche in modo rilevante -l´età pensionabile (tranne i famosi lavori usuranti, nel senso della miniera e della fonderia, però, non della noia del catasto), ma poi userebbe la pensione come strumento altrettanto rilevante di redistribuzione del reddito (tetti molto «energici» e diffusi, che dislochino risorse per aumentare le pensioni più basse), e soprattutto compenserebbe il minor costo delle pensioni (in relazione alla più lunga vita di lavoro) con l´introduzione di un vero e proprio salario sociale (vedi l´articolo di Giovanni Perazzoli, «Una proposta minimalista: salario sociale per tutti», MicroMega, n. 3/2005).
Io credo che i salari operai siano oggi bassissimi. E se il prossimo contratto metalmeccanico strappasse un aumento di 200 euro mensili (ipotetica del terzo tipo), sempre bassissimi rimarrebbero. E i metalmeccanici costituiscono una «aristocrazia» operaia. Ma i salari non cresceranno mai, se è pronto un esercito di nudi proletari senza diritti (gli immigrati), o il trasferimento delle fabbriche in altri paesi, dove i sindacati sono una burla e le condizioni di lavoro da Manchester primo Ottocento. A sinistra, l´ostacolo a una condizione operaia decente sono i girotondi (fosse anche per insensibilità)? Non scherziamo. L´allegra impunità con cui i padroni possono usare il lavoro nero e non rispettare neppure la (cattiva) legge Biagi o le norme di sicurezza o quelle sull´inquinamento ne è la prima causa (la legalità come questione sociale, dunque). L´ingresso in Europa senza vincolare i nuovi paesi (ma anche i vecchi) allo standard dei diritti sociali continentali è l´altra. Non mi sembra che le socialdemocrazie europee ne stiano facendo una questione dirimente per la identità europea. Io, da girotondino, lo porrei come diritto civile irrinunciabile.
Dunque, non si tratta, come pensa Cremaschi, di avviare un dialogo fra le diverse radicalità, ma di capire quali siano le «radicalità» innocue, o addirittura ingiuste, per concentrarsi su quelle autentiche. Perché, nei movimenti degli scorsi anni non c´è mai stato nessuno che pensasse che «si dovesse sconfiggere Berlusconi punto e basta». Anzi. Tanto è vero che si è insistito ossessivamente sul rischio di un berlusconismo senza Berlusconi (e non credo esageri Marco Travaglio, quando ci squaderna la realtà -che nessuno di noi aveva preso in considerazione -di un centro-sinistra che ha lasciato intatto anche il potere personale di Berlusconi, oltre che troppa parte delle sue leggi e della sua politica).
E poiché ha ragione Dario Fo quando ci ricorda che « informare è molto più importante di qualunque discorso politico», continuare a considerare poco più che «borghesi» le lotte per l´informazione e la giustizia, e «sociali» quelle che parlano contro il liberismo, vuol dire farsi gratuitamente del male.
Non si tratta quindi di tornare al famoso heri dicebamus. Perché è proprio MicroMega che fin dalla sua nascita, ormai oltre vent´anni fa, ha previsto, analizzato e stigmatizzato -in infelice e quasi totale isolamento -la continuità tra Caf e Berlusconi, l´avvitamento del populismo italiano da partitocrazia a regime: da Craxi a Berlusconi (passando per D´Alema?), secondo il sottotitolo che ho dovuto dare al volume che ha raccolto vent´anni di editoriali e saggi pubblicati su questa rivista.
Ho preferito sottolineare ciò che rende problematica la nascita di una forza (quale che sia la sua cangiante forma) estranea alle nomenklature del centro-sinistra, sempre più simili tra loro, perché l´autoconsolazione è il vestibolo della paralisi.
Eppure, su tantissime cose da fare subito, e che il centro-sinistra non fa, le risposte alla mia lettera, anche quando cercano per i nostri «rappresentanti» ogni giustificazione, esprimono una unanimità appassionata e giustamente ultimativa.
A questo fine, può nascere qualcosa che vada oltre il semplice «parlarsi»?
A Bachelet vorrei dire, intanto, che la premessa maggiore del mio ragionamento non è affatto «il «nostro» governo è come e peggio del precedente». E anche concludendo (come credo si debba cominciare a riconoscere) che l´attuale governo fa (non fosse altro che per omissione) del berlusconismo senza Berlusconi ma anche con Berlusconi, l´oscenità dei governi Berlusconi non la raggiungerebbe mai.
Può bastarci per rivotare il centro-sinistra? A me Vattimo sembra su questo ineccepibile: «Sarà pure, tutto questo, un minor male rispetto al babau del ritorno di Berlusconi. Ma davvero un male minore?». E soprattutto: se un governo di centro-sinistra è preferibile, cioè da rivotare, per il solo fatto che non è l´osceno governo Berlusconi, e a prescindere da quello che omette o realizza, tiriamo le conseguenze e smettiamo di lamentarci. Perché, se per rivotarli basta, allora basta. E quel basta deve comprendere anche un «basta piagnistei».
Se invece quel male minore lo giudichiamo, come credo, una deriva e un avvitamento in mali sempre meno minori, bisogna attrezzarsi a contrastarlo in concreto.
La politica del «mondo B» di cui parla Marcon va benissimo, questo nuovo «monachesimo politico» che cerca di «cambiare il mondo senza prendere il potere». Se penso a Libera di don Ciotti, o ai maestri di strada di Napoli o all´orchestra multietnica di piazza Vittorio, o a infinite e variegatissime altre esperienze, questo «monachesimo» che «non si chiude nei monasteri e negli orti, ma si dedica ad un´idea nuova di azione sociale collettiva» può perfino entusiasmarmi. E probabilmente ha ragione Pellizzetti: di fronte a un ceto politico ormai catafratto nella sua autoreferenzialità «dovremmo avere l´umiltà di migrare verso politiche «più piccole». E riscoprire i territori, le città». Se non si dimentica, però, che basta poi un atto politico di governo per frustrare anni e anni di questo monachesimo.
Perché, se eludiamo il momento del voto, che in una democrazia rappresentativa resta cruciale, rischiamo di affaticarci a svuotare il mare col proverbiale cucchiaio.
Arrischio perciò una proposta (certo che nessuno mi sospetterà di ecumenismo): una volta approfondito e risolto il macigno del dissenso sulla legalità (e su Israele, altra colossale pietra d´inciampo), potremmo tutti vincolarci a un metodo carico di contenuti. E cioè: non solo riconoscere la legittimità delle, ma anche sostenere tutte, le iniziative che pure non coincidono con quelle che si intendono privilegiare e a cui ciascuno dedicherà il suo impegno prioritario.
In altri termini: il nuovo monachesimo della politica del «mondo B» potrà contare sul sostegno (informativo, mediatico, etico-politico eccetera) di chi è impegnato a pretendere ovunque primarie per il Partito democratico, di chi lavora sui tempi lunghi di un nuovo Partito «pesante» del socialismo alternativo, di chi vede necessaria una lista ad hoc (ma mai un partito) extra-nomenklature per ogni scadenza elettorale, di chi guarda alla dimensione europea e internazionale su beni comuni elementari come al momento cruciale eccetera. E viceversa. E reciprocamente. (Chi lavora per una lista extra-nomenklature potrà contare sul sostegno -informativo, mediatico, etico-politico -eccetera).
Sarebbe decisamente più del semplice parlarsi, e anche della fondazione proposta da Giulietto Chiesa (che, se nascesse, diventerebbe una delle iniziative in reciprocità di solidarietà), anche se drammaticamente meno di quella «unione dialettica delle diversità, dal basso» auspicata da don Gallo, ma che egli stesso riconosce costituire un «compito immane».
Non più ciascuno che coltiva il proprio progetto come l´unico adeguato, e negli altri vede solo «errori» alternativi e concorrenziali, ma la convinta e appassionata decisione che le diverse scelte strategiche e tattiche -risolta la questione dei valori non negoziabili -siano complementari, aggiuntive, e dunque da sostenere, perché tutte quelle avanzate in questo confronto mettono capo ad un maggior potere del cittadino sotto il segno di una maggiore libertà e di una maggiore eguaglianza.
Se davvero ciascuno di noi sostituisse la «tristezza» di cui parla Lidia Ravera con la «pazienza di massaia realista» volta a questaconvinta solidarietà/reciprocità, che non rinuncia all´impegno privilegiato secondo analisi e convinzioni ancora tanto diverse, ma che si libera definitivamente dall´ideologia dell´esclusivismo, figlia di una mentalità da Comitato centrale e Linea generale, avremmo fatto molti passi avanti e nessuno indietro.
Siamo daccapo?
la seggezza del monachesimo al servizio dei cittadini
quando leggo o ascolto Paolo Flores d'Arcais mi sento rincuorata perchè non più sola nelle mie considerazioni in quanto riesce a dare ordine ed argomentazioni a tutte quelle rappresentazioni convulse che mi travolgono quando mi soffermo a riflettere sul nostro attuale mondo locale e globale (perchè, che ci piaccia o no, l'interconnessione è più stretta che mai e di quanto ci possa apparire!);
cercherò, sinteticamente, di spiegarmi meglio: i no global sono implosi perchè ha prevalso l'idea che non sarebbe stato opportuno esprimere "una rappresentanza" politica e "di governo" internazionale e le multinazionali del profitto selvaggio e del business tout court hanno ringraziato e si sono solo rafforzate;
i girotondi ed i movimenti, a suo tempo, hanno ritenuto che ambire a "rappresentanze istituzionali" avrebbe potuto intaccare la propria purezza, che doveva limitarsi solo alla denuncia della sconsiderata politica delle " 'elite" nostrane, che si sono sentite così risollevate ed hanno anche occupato, precauzionalmente, tutte le piazze;
quindi auspico non "un monachesimo" chiuso in splendidi monasteri a coltivar la propria saggezza, ma come dice testualmente Paolo:
" il nuovo monachesimo della politica del «mondo B» potrà contare sul sostegno (informativo, mediatico, etico-politico eccetera)
di chi è impegnato a pretendere ovunque primarie per il Partito democratico,
di chi lavora sui tempi lunghi di un nuovo Partito «pesante» del socialismo alternativo,
di chi vede necessaria una lista ad hoc (ma mai un partito) extra-nomenklature per ogni scadenza elettorale,
di chi guarda alla dimensione europea e internazionale su beni comuni elementari come al momento cruciale eccetera. E viceversa. E reciprocamente.
Non più ciascuno che coltiva il proprio progetto come l´unico adeguato, e negli altri vede solo «errori» alternativi e concorrenziali, ma la convinta e appassionata decisione che le diverse scelte strategiche e tattiche -risolta la questione dei valori non negoziabili -siano complementari, aggiuntive, e dunque da sostenere, perché tutte quelle avanzate in questo confronto mettono capo ad un maggior potere del cittadino sotto il segno di una maggiore libertà e di una maggiore eguaglianza".

a) rafforzare i legami fra le varie associazioni della cosiddetta "società civile"
b)stilare un programma di risanamento istituzionale ( dopo gli sfasci operati dal CD), compresi alcuni disegni di leggi popolari, come prevede la nostra Costituzione, promuovendo nel contempo delle piattaforme d'intesa con altre associazioni come Magistratura Democratica
c)scegliere dei referenti nei partiti del CS che siano "alternativi" alle leadership mummificate e vedere se è possibile costruire con loro una seria alternativa: noi appoggiandoli dall'esterno, loro lavorando dall'interno.
Questo per cominciare. Io credo che da queste ed altre sinergie potremmo trovare la forza per ribaltare la situazione e per avere di nuovo voce in capitolo, come cittadini ed elettori. Almeno possiamo provarci! Dopo tanto PARLARE provare a FARE non sarebbe poi così inutile.
Barbara Fois