di: Massimiliano Perna - ilmegafono.org
Alla fine ha prevalso il mancato senso di responsabilità dei nani centristi dell’Unione, quei piccoli, minuscoli partiti, che da quando è iniziata la legislatura più che proporre hanno solo saputo minacciare. L’Italia adesso è senza governo, senza la stabilità necessaria per affrontare una fase più che delicata ed un futuro sempre più incerto. Prodi, a conti fatti, è l’unico ad esserne uscito bene, con dignità e senso delle istituzioni. Ha fatto la scelta giusta, cioè quella di mettere il destino del proprio esecutivo nelle mani del parlamento, chiamando i singoli ad assumersi tutte le responsabilità del caso davanti agli elettori. A sinistra, soprattutto al di fuori delle stanze del Pd, si chiedeva che la legislatura continuasse, magari cambiando marcia, perché c’era bisogno assoluto di non ricadere in una situazione di instabilità.
Il voto ha dimostrato questo, se si considera che è mancato solo quello dei trasformisti di professione e di coloro che la crisi l’hanno provocata. Ciò non toglie che in tanti, a sinistra, da ieri sera, stiamo cercando un motivo valido per rimpiangere questi due anni di governo. Per l’ennesima volta, il centro-sinistra ha fallito e lo ha fatto negli ambiti più importanti. Non c’è stata l’attesa svolta, anche se le differenze sostanziali con la destra populista, xenofoba, demagogica e sprecona sono rimaste inalterate. Tuttavia, si è dato troppo spazio alla questione economica del risanamento o a provvedimenti maldestri come l’indulto, per di più molto somigliante ad un’amnistia, a provvedimenti propagandisti come quelli sulla sicurezza e sui Rom, mettendo in secondo piano temi che tutto l’elettorato percepiva come fondamentali e di straordinaria urgenza.
Questo governo non ha fatto nulla per cambiare una legge elettorale orribile e antidemocratica; per riformare la legge «Biagi», che ha condannato alla precarietà milioni di giovani; non è stato capace di sopprimere, cancellare, sradicare dalla memoria degli italiani, la «Bossi-Fini», una legge sull’immigrazione che è incostituzionale e disumana; si è reso protagonista di un atteggiamento ai limiti della xenofobia sulla questione rumena, culminata nell’imbarazzante ed illegale pacchetto sicurezza; non ha approvato, per l’ennesima volta, una normativa sul conflitto d’interessi, che era ed è necessaria per eliminare un’anomalia tutta italiana; ha adottato un programma di liberalizzazioni che, inizialmente, appariva coraggioso e su cui, alla fine, si è fatta una incomprensibile marcia indietro; non ha riformato il sistema radio-televisivo, mantenendo così immutato il potere di Berlusconi e della sua Mediaset.
Sono mancati provvedimenti concreti di giustizia sociale e di riequilibrio dei redditi. Il mondo del lavoro ha assistito all’indifferenza totale di una formazione di governo che ha passato parte del suo tempo a seguire la destra su terreni di propaganda o a dibattere sulla nascita del Pd, presentato come un soggetto innovativo, quasi rivoluzionario, che invece si è trasformato in una trappola. E questa trappola era già tesa, pronta sin da prima delle elezioni politiche del 2006, quando Margherita e Ds si rifiutarono di presentarsi insieme, con una lista unica, in entrambe le camere, indebolendo enormemente Prodi. Ma è inutile dire che la colpa è tutta del Pd o di Veltroni: le cose vanno chiamate con il loro nome.
Alla faccia di chi, per anni, partendo dalla sciagurata scelta di Bertinotti nel primo governo Prodi, ha paventato rischi di tradimento da parte della sinistra definita erroneamente «radicale» o «estrema», si è trovato davanti agli occhi il gioco sporco di origine centrista. In questi ultimi due anni, è stato principalmente Mastella a minacciare, ricattare, lamentarsi per ogni cosa, per ogni situazione, pretendendo di essere difeso anche quando era indifendibile. E non ci si riferisce solo all’ultima, definitiva vicenda, bensì a quella, molto più grave, dell’assalto al pm De Magistris, il quale ha «osato» sfidare la casta. In quella circostanza, la parte maggioritaria del governo (e del parlamento), vergognosamente, ha scelto di solidarizzare con Mastella, così come ha fatto dopo la notizia dell’indagine avviata dalla procura di Santa Maria Capua Vetere.
Mastella sarà ricordato solo per la sua continua smania di ottenere qualcosa minacciando, senza capire che la minaccia non era al presidente del Consiglio o all’esecutivo, ma alla lealtà di un patto stipulato con gli elettori. Della sua attività di ministro, ricorderemo l’indulto generalizzato (anche se in questo caso è in buona compagnia), gli attacchi alla magistratura, l’aver utilizzato una vicenda sua personale come pretesto per arrestare una legislatura. Ad ogni modo, nell’Italia attuale, non è solo Mastella il problema, egli semmai lo è stato per questo governo; il vero problema oggi è che la classe politica italiana nel suo complesso (con rarissime eccezioni) è un cibo avariato, scaduto da vent’anni, che viene offerto ad un popolo di affamati (noi), i quali non avendo altro da mangiare abbiamo dovuto chiudere le narici e ingurgitare tutto.
Ma non si può più accettare un sistema come questo, chiuso, elitario, zarista, a cui è consentito tutto, perfino l’impunità per reati gravissimi, che qualcuno cerca di sminuire, di trasformare in altro modo, per legittimare la decisione di non dimettersi, costume tipicamente italiano che non conosce pari in nessuna nazione civile, dove ci si fa da parte per molto meno. E’ assurdo che il signor Cuffaro esulti per una condanna a cinque anni, più l’interdizione dai pubblici uffici, per favoreggiamento a personaggi di spicco di «cosa nostra».
E’ assurdo che si continui a guardare ad Andreotti come ad una vittima di una giustizia malata ed ideologica, tacendo il fatto che egli sia stato giudicato colpevole fino agli anni ’80, quindi assolto solo per prescrizione. Una casta arrogante e trasversale, che litiga per i privilegi del potere e poi solidarizza ogniqualvolta qualcuno viene colto in fallo dalla magistratura. Quest’ultima, che rimane il baluardo della nostra democrazia, subisce attacchi continui e finalizzati a delegittimare l’operato di coloro che cercano di spazzare e debellare la sporcizia generata da poteri occulti e da intrecci perversi.
Una magistratura che deve difendersi anche dai suoi organi interni, spesso troppo legati a correnti di partito a cui è meglio non disobbedire. In Italia, mentre un popolo intero vive la difficile realtà quotidiana, fatta di stenti e sacrifici; mentre migliaia di giovani in gamba, laureati, impegnati nella ricerca scientifica, sono costretti ad emigrare o ad aspettare, ad accontentarsi di briciole, perché imprese e Stato non puntano su di loro, preferendo far prevalere logiche di sfruttamento; mentre il mondo del lavoro vive agli estremi del limite umano, in termini economici e di sicurezza, la politica si sposta all’indietro, piegandosi al volere di Confindustria e dei potentati finanziari, obbedendo ciecamente all’Europa delle banche prima che alla ragion di Stato.
E il ritorno indietro c’è anche nel campo della mentalità e delle conquiste che le istituzioni laiche e democratiche italiane hanno fatto in passato. Le gerarchie ecclesiastiche, guidate da un Papa retrogrado, sono tornate ad avere spazio e voce in politica e sui media, mettendo ottusamente in discussione tutto quello che non corrisponde ai dogmi religiosi. E i media? Gran parte di essi riflettono la qualità scadente della società italiana e delle sue istituzioni. Nessun pluralismo, libertà di stampa e di pensiero poco tollerate, piccoli e potenti giornalisti che dominano alcune strutture importanti, favorendo la disinformazione.
Siamo, dunque, nel momento più basso della nostra storia politica e democratica, un momento in cui è difficile vedere il bicchiere mezzo pieno e perfino mezzo vuoto, mentre è di gran lunga più facile vederlo mezzo rotto, sull’orlo della frantumazione. Non si può più attendere, è ora che il mondo della cultura, del lavoro, la società civile, i cittadini più onesti e responsabili si rifiutino di mangiare il cibo avariato che viene offerto loro. E’ ora di entrare in cucina e scegliere da noi le pietanze, quelle giuste, fresche, sane.
