di: Gianfranco Pasquino - Unità 7 gennaio '08
Nella Commissione Affari Costituzionali del Senato, poi, si sta già discutendo di un altro testo.
Su un argomento tanto delicato come quello di una legge elettorale che dovrebbe ristrutturare l’intero sistema partitico italiano, era opportuno, forse addirittura indispensabile coinvolgere tutto il partito altrimenti che senso ha chiamarlo “democratico”? Dalle oscure stanze è uscito un testo confuso che ha lanciato un duplice, pericoloso, messaggio: primo, favorire il partito “a vocazione maggioritaria”, ovvero lo stesso Pd, ma anche colui che si autointerpreta come il vero “maggioritario”, cioè il partito di Berlusconi (qualsiasi nome assuma); secondo, ridurre il potere di contrattazione dei partiti minori fino ad annullarlo, se non persino cancellare quei partiti. Sullo sfondo, raramente evocato e quasi mai argomentato rimangono le due motivazioni più importanti per una riforma o una qualsiasi legge elettorale: dare più potere agli elettori (quel potere oggi ridotto dal porcellum ad una crocetta di ratifica delle scelte effettuate dai dirigenti dei partiti), migliorare il funzionamento del sistema politico.
Le reazioni negative di un po’ tutti coloro che sarebbero stati colpiti e forse anche annientati dal cosiddetto vassallum erano assolutamente prevedibili e anche molto comprensibili. In nome di che cosa dovrebbero sacrificarsi? Alle reazioni negative degli esperti, invece, si è dato poco spazio e nessuna risposta. Per di più, i sostenitori, talvolta essi stessi fra gli elaboratori del vassallum, hanno aggiunto all’indifferenza e insofferenza alle critiche altrui una serie di raffiche di loro critiche, ingiustificate, ad alcuni modelli esistenti, da tempo utilizzati in altri sistemi politici e il cui rendimento è giudicato un po’ dappertutto alquanto positivo (tanto è vero che non esiste in quei sistemi un dibattito sulle riforme elettorali). Qualcuno, ad esempio, continua a dipingere il sistema elettorale tedesco (che, sarà bene ripeterlo, non è affatto misto: metà maggioritario metà proporzionale, ma è tutto proporzionale con sogli di sbarramento al 5 per cento) in maniera preoccupantemente caricaturale come se conducesse inesorabilmente a Grandi Coalizioni consociative. Ecco i dati.
In poco meno di sessant’anni di esistenza della Repubblica Federale Tedesca, si sono verificate due esperienze di Grande Coalizione: 1966-1969 e l’attuale iniziata nel 2005. La competizione è sempre stata bipolare. Il Cancelliere è sempre stato il leader del partito maggiore della coalizione (o espresso da quel partito). Anche oggi sarebbe possibile un’alternativa numerica, ovvero un governo Spd, Verdi e Sinistra, se non fosse che tra Spd e Sinistra (composta anche da scissionisti della Spd) lo iato è forte. L’esempio fatto da Veltroni nell’intervista a Repubblica: il Pd al 32 per cento (ovvero con un guadagno dello 0,7 per cento rispetto al 2006); la Sinistra Arcobaleno al 9 per cento, non porta affatto a fare nessun governo con il centro. Significa soltanto che il centro-sinistra ha perso le elezioni, non per colpa del sistema tedesco, ma per mancanza di voti. Naturalmente, i leader dei partiti italiani potrebbero buttare a mare tutto il buono del sistema tedesco, ma la responsabilità dovrebbe ricadere sulla politica delle alleanze da loro perseguita. Mi pare un omaggio troppo grande al Partito di Casini e Tabacci sostenere che diventerà l’arbitro dell’esito elettorale, a meno non si tema che vi siano già, dentro il Partito Democratico, molti che desiderano una soluzione di governo collocata nei pressi del centro dello schieramento.
Quanto al semipresidenzialismo francese, non basta continuare a dire che sarebbe, accompagnato dal doppio turno elettorale, in via del tutto ipotetica, il sistema migliore e poi perseguire una strada che porta dappertutto (incidentalmente, non è prevedibile dove), ma sicuramente non a Parigi. Da nessuna cocktail a pluralità di ingredienti alla spagnola, alla tedesca, all’italiana, potrà sbucare un qualsiasi doppio turno. Ed è anche meglio non parlare di elezione diretta del Primo Ministro, formula che fuoriesce dai modelli parlamentari di governo e che, utilizzata tre volte in Israele, è stata prontamente e intelligentemente abbandonata.
Insomma, tedesco nella sua interezza, francese nella sua completezza: questi sono modelli esistenti in sistemi politici non troppo dissimili da quello italiano, sistemi dei quali conosciamo pregi, molti, e difetti, pochi e che saremmo in grado di imitare. Certo non rimedieremo all’eventuale sorpasso spagnolo imitando un sistema politico nel quale c’è una monarchia e la cui Camera bassa ha 350 rappresentanti. La politica non è l’arte del possibile, ma la capacità di creare le condizioni di quel che è possibile. Sarebbe preferibile che un partito democratico iniziasse il complesso processo di creazione di quelle condizioni attraverso estese consultazioni al suo interno. Poi, se vuole essere il fulcro di una coalizione di governo (come è nel contesto attuale) ne discuta con i potenziali alleati al fine di formulare una o più proposte agli altri interlocutori parlamentari, dichiarandosi pronto a recepire il meglio delle eventuali critiche e controproposte. Questa è la via democratico-parlamentare alla riforma elettorale. Meno promettente è la via del fatto compiuto e dichiarato attraverso improvvise e improvvisate (molti ricorderanno il Franceschini proporzionalista di pochi anni fa) interviste.
