di: Antonio Padellaro - Unità 30 aprile '06
Nel giorno di Santa Caterina l'Unione ha portato al vertice del Senato il cattolico Franco Marini mentre il comunista Fausto Bertinotti si accomoda sulla poltrona di Montecitorio celebrando il Primo Maggio. È il sabato dei sorrisi che segue il venerdì del nostro scontento quando a palazzo Madama si metteva davvero male e a Montecitorio ad ogni votazione si scivolava più giù. No, non c'è stato il caos che tanti giornali annunciavano perdendo di vista il dato politico fondamentale di una maggioranza che pur sotto assedio e tormentata da qualche Francesco tiratore si è sempre mantenuta compatta soffrendo, pazientando ma capace di assestare il colpo decisivo al momento giusto.
E non si dica che il voto su Bertinotti era il più scontato: primo perché non c'è mai niente di scritto nello scrutinio segreto; e secondo perché se l'illustre eletto il primo saluto lo rivolge alle operaie e agli operai non è certo un personaggio per tutte le stagioni e per tutti i palati. E poi chi avrebbe detto che, alla fine, Marini avrebbe preso tre voti più del necessario, e l'applauso di tutto l'emiciclo? Dando così ragione al presidente Scalfaro e a chi ha preferito non vincere al secondo round con un verdetto contestato per stravincere al terzo con un risultato inattaccabile. Noi non eravamo tra questi giudicando insopportabile l'arroganza di quel manipolo dei destri che tutti abbiamo visto premere quasi fisicamente sul presidente provvisorio, e quasi sorvegliarlo affinché annullasse e cancellasse.
È andata bene così perché ogni cosa ha il suo tempo e adesso che l'Unione ha trovato un rassicurante assetto istituzionale (Prodi, Marini, Bertinotti), forse la scelta più accorta non è andare al muro contro muro ma attendere che l'altro muro magari cominci a sgretolarsi. Questioni di potere, certo, ma strettamente legate a ciò che adesso gli italiani, tutti gli italiani, soprattutto si aspettano. Un governo che governi i loro tanti problemi e un parlamento che sia un punto di sicurezza nella loro vita. Non più scontro, dunque, ma dialogo. Non più barricate, ma confronto. Non più accuse ma comprensione.
Questo intende dire il nuovo presidente della Camera quando sottolinea il rispetto delle regole e il ruolo dell'opposizione. Questo ci propone il nuovo presidente del Senato che senza «evocare intese che non ci sono» si appella a un più maturo senso di responsabilità tra i due schieramenti. Sarebbe meraviglioso. Ma purtroppo c'è un problema: come si può parlare a tutto il paese quando chi ha la rappresentanza politica di metà del paese non vuole parlare con te? E, anzi, come ha fatto ieri Silvio Berlusconi, ti accusa di voler schiacciare la nazione sotto la «dittatura della minoranza» (che nel suo particolare linguaggio significa comunismo più brogli). Però, siamo d'accordo, qualcosa per rasserenare il paese sbalestrato da cinque anni indimenticabili bisognerà pure farla. Con qualche modesta avvertenza.
Primo di tutto, non sottovalutare l'avversario. È l'errore che è stato commesso, che tutti abbiamo commesso, quando si è pensato che la destra fosse definitivamente battuta, e in rotta. Sappiamo come è andata a finire, e se non fosse, diciamolo, per una serie concatenata di colpi di fortuna (alla Camera la loro legge elettorale boomerang, al Senato il soccorso degli italiani all'estero), pur avendo l'Unione conquistato il record dei consensi a quest'ora staremmo a qui a piangere sul secondo regno del caimano. Che ha dato prova di enorme resistenza e vitalità smentendo ancora una volta chi ne preannunciava il prepensionamento dalla politica e il volontaria esilio alle Bermude. L'uomo invece è ancora qui tra noi deciso a riprendersi, meglio se con le cattive, quello che ritiene essere di sua esclusiva proprietà: l'Italia. Sulla sua profumata scia di miliardi e di televisioni c'è una nomenklatura di guastatori decisi a tutto. Li abbiamo visti all'opera in queste ore proprio al Senato. Strenuamente mobilitati in un ostruzionismo assillante e, nel loro qualunquismo, non privi di argomenti che possono fare presa sul cittadino qualunque (l'Unione descritta come un'armata Brancaleone dedita al mercato delle poltrone e alla violazione del regolamenti).
Ma c’è anche il pericolo opposto: sopravvalutare la Cdl come se l'idea del superpartito formato da Forza Italia, An e Lega possa sopravvivere alla sconfitta. Non era così prima delle elezioni quando la favola delle tre punte è servita a mascherare il progressivo allontanamento di Casini e Fini da palazzo Grazioli.
A maggior ragione non può esserlo più oggi con un cavaliere all’opposizione e dunque con molto meno appeal. Sempre di più la Lega vuole giocare per conto suo, e averla costretta a votare per Andreotti (emblema della vecchissima Dc e di quella Roma Ladrona che fomentò la rivolta padana) non ha certo migliorato i rapporti con gli ex alleati. Nell'Udc, Follini, Tabacci e il gruppo delle Formiche si comportano sempre di più come corpi estranei e non nascondono il loro favore per le larghe intese. Dentro il partito azzurro è scoppiata la grana Tremonti, un Fenomeno troppo ambizioso per accontentarsi di fare il vice di Elio Vito. Quelli di An, infine, non sembrano più disposti a fare i donatori di sangue per la maggior gloria di un premier, che da martedì prossimo non sarà più tale.
Infine, il Quirinale. Certo che va ricercato il candidato più condiviso possibile per la più alta carica dello Stato, per il garante della Costituzione, per colui che rappresenta l'unità della nazione. Ma siamo sicuri che Berlusconi sia disposto a un'intesa? Quando propone come successore di Ciampi il suo braccio destro Gianni Letta, quando afferma che non spetta alla sinistra proporre la rosa dei nomi per il Colle la sua è normale tattica preventiva o il tentativo di estremizzare lo scontro in un quadro di guerra a tutto campo? Sarà bene, perciò, che l'Unione si prepari ad ogni evenienza. Anche a votare a maggioranza il nuovo capo dello Stato. Indicando un proprio nome. È già successo altre volte. E la Repubblica è ancora qui.
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