di: Giusy Montoneri - ilmegafono.org
Finalmente Totò Cuffaro non è più il presidente della Regione Sicilia. Si è dimesso poche ore fa. Questa sorprendente notizia, considerate le dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi da Cuffaro, il quale si era detto convinto a continuare il suo mandato nonostante la sentenza di condanna a 5 anni di reclusione ed all’interdizione dai pubblici uffici per favoreggiamento alla mafia, giunge, quasi sicuramente, in seguito all’esito dei primi confronti degli Uffici legali del ministero degli Affari Regionali, degli Interni e di palazzo Chigi, i quali hanno giudicato sufficienti gli elementi contenuti nella sentenza di condanna per decidere la sua sospensione da presidente della Regione.
Un atto che, quindi, ha poco a che vedere con «quel senso di responsabilità» di cui ha parlato Cuffaro all’Ars, in occasione dell’annuncio delle dimissioni, e che sa invece di opportunismo politico, legato all’imminente possibilità di una decisione dall’alto che lo avrebbe messo ancor più in cattiva luce. Una scelta di comodo, in primo luogo, per «uscire pulito» dal trambusto che si è creato intorno al suo caso e, in secondo luogo, per rimettere vesti «nuove» e tornare credibile (per il popolo del centrodestra) in vista delle nuove elezioni politiche che si dovranno tenere a causa della caduta del governo nazionale.
Non è un segreto, infatti, che Cuffaro abbia l’ambizione di farsi eleggere al Senato della Repubblica e, visto l’andamento politico e sociale del nostro Paese, con il curriculum che si ritrova (condanna penale a 5 anni per favoreggiamento alla mafia), crediamo abbia tutte le carte in regola per riuscirci, sempre che non si voti quella fatidica norma, così antipatica alla maggior parte dei nostri politici, che vieta la presenza in parlamento di soggetti condannati o inquisiti. Dimissioni o non dimissioni, quello che ci rimane di questa sporca faccenda è un enorme disgusto: disgusto per come sono andate le cose.
Non è possibile che, in un paese civile ed evoluto come l’Italia, un presidente della Regione condannato per favoreggiamento alla mafia rimanga dove sta, accampando la scusa che non si tratterebbe di una condanna grave in quanto manca, nella sentenza, la menzione dell’aggravante mafiosa. Una simile affermazione è talmente paradossale da sembrare una barzelletta. Peccato che non ci sia nulla da ridere. La normalità vorrebbe che, nel momento in cui un rappresentante istituzionale fosse anche solo indagato per favoreggiamento alla mafia, dovrebbe giudiziosamente mettersi da parte e farsi giudicare. In Italia non è così, perché alla presunzione di non colpevolezza degli imputati si è aggiunta la presunzione di colpevolezza della magistratura.
In proposito, è alquanto indecoroso che il segretario di un partito, quale l’Udc, si ostini a difendere pubblicamente a spada tratta uno dei suoi, non soltanto indagato, ma bensì condannato a ben 5 anni di reclusione per aver favorito la mafia. Hanno lasciato di stucco le parole di Casini, pronunciate durante la trasmissione di Rai Tre, Ballarò; non si può tollerare che un uomo politico, per di più ex presidente di un organo importante come la Camera, si ostini a difendere l’indifendibile, specialmente se gli addebiti sono così gravi.
Ci rimane lo sconcerto per essere stati governati per 6 anni da un uomo che «ha aiutato singoli mafiosi, passando loro notizie riservate avute da «talpe» che si annidavano nel palazzo di giustizia di Palermo» (queste le parole testuali della sentenza). Ci rimane la vergogna per il voto del parlamento regionale siciliano che ha respinto la mozione di sfiducia nei confronti del Governatore, mozione presentata dal centrosinistra all’indomani della sentenza con la quale il presidente Cuffaro è stato condannato.
Ci rimangono le arroganti parole di un uomo che, anche nel momento più basso, in cui avrebbe dovuto nascondersi e coprire le sue vergogne, ha avuto la tracotanza di dire che non si è dimesso prima «per senso di responsabilità e per il bene dei siciliani» e che ora dovrà fare accertare la realtà sostanziale, diversa da quella processuale, nelle apposite sedi. Ci resta, ancora, il timore di non esserci liberati di lui e di dovercelo ritrovare in parlamento (con quel che significa anche in termini di immunità), quale rappresentante di sé stesso e di chi senza pudore lo sostiene.
