di: Paolo Flores d'Arcais - MicroMega 2/2006
Per capirlo non c'è bisogno di frequentare grandi politologi, basta saper leggere e far di conto. Attività il cui apprendimento in genere si completa agli albori della scuola dell'obbligo. Basta aver confidenza con l'abaco e il pallottoliere, insomma. E non risulta che qualcuno dei dirigenti del centro-sinistra l'obbligo della scuola dell'obbligo l'abbia mai evaso. Dunque, ad affrontare le prossime elezioni politiche con il nuovo sistema elettorale, nessuno di loro dovrebbe avere difficoltà d'ordine «elementare». Non si ca-pisce, allora, perché stiano facendo di tutto per disperdere quanti più voti possibile, anziché per racco-glierli. Se non è ignoranza, si dovrà cercare un'altra causa, più vera e forse perfino più preoccupante. La
nuova legge elettorale, infatti, mette in soffitta il maggioritario in salsa mattarellum (legge pessima, come ha cercato inutilmente di spiegare il professor Sartori alle catafratte cervici della nomenklatura nostrana) a favore di un proporzionale con trabocchetti che "più pessimo" non si può (per le prediche analitiche, e più che mai einaudianamente inutili, si rimanda al medesimo professor Sartori). Con l'aggravante, che Berlusconi l'ha studiata nei dettagli, proprio per minimizzare i danni della propria coalizione e moltiplicare quelli dei democratici. Il primo problema di Berlusconi era che le componenti della sua alleanza di malgoverno sono divise su tutto (tranne che sul malgoverno: prebende e affarucci connessi), dal punto di vista ideologico (dire «ideale» sarebbe temerario), culturale (absit iniuria...), e financo del linguaggio: cosa possono avere in comune, perfino antropologicamente (soprattutto antropo-logicamente), un Borghezio e un Tabacci? Un Gasparri e una Prestigiacomo?
E allora, ecco il gioco delle tre carte. L'handicap della divisione (fino all'incompatibilità frenologica: il buon Lombroso ci avrebbe sguazzato) diventa virtù, e anzi vaso di Pandora: moltiplicatore di voti. Il leghista che detesta i "democristiani" (povero De Gasperi, illilli-puzzito a Casini), per "prenderli a calci nel culo", come lo invitano a fare tanti suoi dirigenti (ma si vedono solo su Blob: tutto il resto è cen-sura), voterà garrulo Bossi, senza ragionare che li rimanda insieme al governo. Il neo-ex-post fascista (variante "sociale") voterà il suo Fini, che campeggia in prima persona sul simbolo, sopra la fiamma dei nostalgici di Salò, pensando di promuovere un'alternativa alla plutocrazia del Cavaliere, di cui invece ingrasserà potere e profitti. Insomma: più litigano e più voti prendono, più si detestano e più consensi raggirano. La nuova legge-truffa è stata escogitata proprio all'uopo.
Ma con questa legge-truffa dovrà giocare il centro-sinistra, voglia o non voglia. E dovrà dunque rispolverare i rudimenti dell'abaco e dei pallottoliere, che dicono: con questa legge, per raccogliere tutto l'elettorato potenziale, bisogna moltiplicare le liste, non accorparle. Bisogna, per dirla con i politologi, ampliare e differenziare l'offerta elettorale.
Ci sono elettori a cui piaceranno sia Rutelli che D'Alema, e che dunque voteranno una lista che li contempli entrambi. Ma ce ne saranno che non sopportano l'uno proprio perché vanno in visibilio per l'altro. E dunque, se si presentano due liste, i voti di questi elettori si sommano, se si presenta una lista «unitaria» restano a casa. E ogni voto che latita (ma che non era incerto in generale: era certo di non andare al governo, era incerto solo se andare all'opposizione) è mezzo voto regalato a Berlusconi (sempre per via di quella matematica elementare dei primordi dell'obbligo).
E infine ci sono elettori (ci sono davvero, basta che sospendiate per un attimo la frequentazione esclusiva di yes-men e ne troverete a bizzeffe) a cui non vanno giù ne Rutelli ne D'Alema, e se è per questo neppure Fassino, o Bertinotti, Diliberto, Mastella, Di Pietro, Pecoraro Scanio (e neppure Emma Bonino con la rosa nel pugno, oserei sussurrare, se non temessi un pannelliano ennesimo sciopero del cappuccino).
Insomma, esistono cittadini che vorrebbero votare contro il malgoverno dei cinque anni trascorsi, ma non intendono farlo votando una delle liste che, sic stantibus rebus, il centro-sinistra ha deciso di offrire. Qualunquisti? Come preferite (ma saremmo alla categoria dei "qualunquisti democratici": del resto, di ossimori di ogni genere, e raramente poetici oggigiorno la politica è satura. Qualunquisti o meno (ma perché poi detestare questi partiti, e volerne una riforma che li renda più degni della Costituzione, che pur dicono di voler servire - per non scomodare il «bene comune», stracitato in ogni logorrea d'apparato - dovrebbe essere qualunquismo?) il problema è che cittadini siffatti esistono, sono tanti, e possono perfino essere cruciali per il risultato della prossima competizione elettorale.
Le differenti ricerche demoscopiche dicono che la loro cifra oscilla tra il milione e i due milioni. Fossero anche solo alcune centinaia di migliata, il loro nome appropriato, in termini di risultati, sarebbe legioni. Non fare tutto il possibile per portarli a votare per il centro-sinistra sarebbe, per i dirigenti del medesimo, al limite del criminale. Tanto più che la ricetta è davvero semplice, nota a tutti, perfino ovvia: LISTE CIVICHE PER PRODI. Una, almeno. Liste formate dichiaratamente da persone che non appartengono ai partiti, e che sottolineano e valorizzano questa loro collocazione. E che sono dunque in grado di attrarre tutti i cittadini di cui sopra, quelle centinaia di migliala che i nostri salaci dirigenti "demonizzano" come qualunquisti, solo perché soffrono di allergia da rituali partitocratici. Liste «per Prodi» apprezzate da Prodi stesso, ovviamente, quale che sia la lista in cui si candiderà (l'ulivetto, al momento). Liste che, per la razionalità di abaco e pallottoliere già richiamata, non solo Prodi ma tutti i dirigenti del centro-sinistra che non siano in preda ad un cupio dissolvi dovrebbero auspicare e di cui dovrebbero favorire la nascita.
Non esiste neppure il rischio, infatti, che quei voti, se pochi (se inferiori al 2 per cento), vadano dispersi. Lo sbarramento del 2 per cento stabilisce che la lista che non lo raggiunga non ottenga propri deputati, ma redistribuisce quei voti alle altre liste della coalizione che lo abbiano superato. Dunque, se andrà male, i "qualunquisti" avranno fatto i portatori d'acqua (con le orecchie, direbbe Corrado Guzzanti) per i Rutelli e i D'Alema che tanto li disprezzano.
Perché, allora, questi stessi dirigenti (e quelli di Rifondazione e degli altri partiti minori del centrosinistra) sembrano pronti alle carte false purché una lista civica apparentata allo schieramento di Prodi non veda la luce? Non perché temano che i voti siano pochi e vadano dispersi, abbiamo visto. Evidentemente, allora, perché temono che siano tanti. Tertium non datur. Non può trattarsi neppure della nobile preoccupazione, infatti, che una lista in più accresca il tasso di rissosità interna. Intanto perché tale tasso, quando un Fassino commenta Prodi con un fraterno "non sarà mica Dio in terra", si muove già nelle altezze dell'ultimo ciclo. In secondo luogo perché, visto che è interesse razionale dell'intera coalizione differenziare l'offerta per riuscire ad andare al governo, la strategia del muoversi divisi per colpire uniti dovrebbe essere il denominatore comune, e dunque semmai - aumentando le chance di vittoria - allargare lo spettro del pluralismo politico-culturale del centro-sinistra, ma diminuire il tasso di rissosità interna.
Ma perché temere che una lista civica prenda troppi voti? Perché è evidente che tale lista (o liste) raccoglierebbe centinaia di migliaia di consensi che altrimenti resterebbero a casa, ma sposterebbe su tale lista anche un certo numero di elettori che altrimenti voterebbero Ds, Margherita, Rifondazione, Verdi (e via cespugliando).
Dunque, per ciascuno di questi dirigenti, il dilemma è semplice: è preferibile accrescere (forse in modo decisivo) i consensi dell'intera coalizione, scontando la perdita di qualche voto per la propria «bottega», o rischiare che una quota di voti antiberlusconiani (e sia pure «qualunquisti») resti a casa, finendo magari in pareggio o - Dio non voglia - sconfitti, ma fare il pieno dei "propri" consensi?
Inutile cincischiare, allora, e baloccarsi con pseudoargomentazioni (o silenzi) che possono solo occultare e rimuovere la chiarezza etica del dilemma: chi preferisce la prima ipotesi sponsorizzerà le nascita di una lista civice «per Prodi», chi preferisce la seconda la osteggerà. Altre ipotesi non reggono "per la contrad-dizion che nol consente". Non un solo voto vada perduto: quando militavo nel Pci (una paio di vite fa) questo era il ragionevolissimo slogan che i dirigenti di partito martellavano senza tregua durante le campagne elettorali. Slogan più attuale e anzi più doveroso che mai.
I nostri dirigenti pronunciano spesso la parola "generosità". Se non vogliono costringerci a considerarla un gargarismo retorico, facciano seguire alla parola i fatti. Sostengano e sollecitino - dalla Sicilia al Friuli, dalla Lombardia al Lazio - Rita Borsellino e Riccardo Illy, Giuseppe Alagna e Riccardo Sarfatti, e le tante liste locali che già esistono nelle Marche, in Toscana, e in quasi ogni regione del paese, a dar vita a tale lista. Perché, in realtà, non si tratta neppure di generosità. Si tratta di lucidità. Di quel «realismo politico» che sbandierano sempre e fuori luogo per esorcizzare le critiche (che provengono, per definizione, da intellettuali, sognatori, estremisti, massimalisti, anime belle, moralisti, e via scantonando). Lo pratichino, una volta tanto, il realismo politico. Altrimenti non si potrà ' sfuggire alla conclusione che pur di mantenere il controllo sulle proprie "quote azionarie" del mercato del consenso, sono disposti perfino a consegnare l'Italia (o le macerie che ne sono rimaste) a Berlusconi e alla sua cricca per altri cinque anni. Ma questo non sarebbe inciucio. Esigerebbe un Gadda, per inventare l'ingiuria appropriata.
