di: Ilvo Diamanti - la Repubblica 29 novembre 2007
Il dibattito e il voto sul welfare, alla Camera, ha riproposto una varietà di posizioni, tra i «partiti» della medesima coalizione. Rifondazione ha votato a malincuore. I comunisti italiani anche. La sinistra pure. I «diniani» (ma chi sono? Quanti? Che programma hanno? Come si chiamano? Forse, anch’essi PD) hanno preso atto, con soddisfazione, della sconfitta della sinistra radicale e hanno confermato. Manterranno le «mani libere». Come loro, lo SDI (entrati in Parlamento insieme ai radicali. Ma nel pugno ora sono rimasti solo petali appassiti).
Mastella, stavolta, non ha aperto vertenze. Ma si sa che è «moderato». Per cui, fa proprie le riserva dei diniani, dei socialisti italiani. E le critiche dell’Udc. Tutti, nella maggioranza, si sono dati appuntamento a gennaio. Per una «verifica». A cui parteciperà, immaginiamo, un numero imprecisato di interlocutori. Che corrispondono ai «partiti» presenti nei rami del Parlamento. Compreso il Senato. Dove sono determinanti anche i voti dei «comunisti dissidenti», di De Gregorio, dell’Svp, oltre che dei diniani. E, ovviamente, dei senatori a vita (i quali potrebbero, a loro volta, fondare un «partito», che risulterebbe potentissimo, nonché autorevole e «maturo»). Se si incontreranno tutti, i rappresentanti dei partiti del centrosinistra, insieme ai 105 membri del governo, Prodi dovrà prenotare una sala convegni capiente, con un impianto acustico efficiente.
D’altra parte, il centrodestra non è che in questa fase abbia dato una immagine così compatta e «organizzata». Anche nell’opposizione: tutti con le mani libere. Tutti a recitare, in ordine sparso, le stesse cose. In modo un poco monotono, per la verità. Berlusconi. E’ da un anno e mezzo che promette la caduta del governo illegittimo. Echeggiato da tutti i leader del centrodestra, che, nelle dichiarazioni di voto alla Camera, hanno sottolineato, marcato, ribadito: «il governo è al capolinea, la maggioranza non c’è più». Patetico. Perché magari è anche vero... Però l’abbiamo sentito dire, una settimana sì e l’altra pure, da quando Prodi ha ricevuto l’incarico. Se dovesse cadere davvero, a questo punto, non ci crederebbe nessuno. Come al lupo di Pierino.
E poi, oggi, la stessa cosa vale per l’opposizione. Per il centrodestra. La Casa delle Libertà non c’è più. L’ha dichiarato, tempo fa, Casini, qualche settimana fa, Fini. La settimana scorsa, Berlusconi. Dove prima c’era la Casa delle Libertà oggi tutti hanno le mani libere. Berlusconi: ha deciso di andare «oltre» Forza Italia. L’ha deciso da solo, come da solo ha fatto e guidato il partito (e, in verità, anche la CdL). Il partito che verrà: si chiamerà Partito della Libertà. O forse del Popolo. Deciderà la gente. Mediante un referendum, le primarie. O, meglio, un sondaggio. Però andare «oltre» FI, non significa scioglierla. Resterà FI e confluirà nel PdL o nel PdP, insieme ad altri che lo vorranno. I circoli della Brambilla, gli amici di Giovanardi. Tutti gli elettori di buona volontà. Mentre Casini e Fini, a loro volta, pensano come «reagire». Come evolvere. Che fare, fuori dalla Casa delle Libertà, con le mani libere.
Ciascuno di loro pensa di «ri-formare» il partito. Lo storico Alessandro Campi, sul Foglio, ha suggerito di sciogliere An. Mentre si parla (lo ha fatto apertamente anche Bruno Tabacci) di una nuova formazione politica, che riunisca An e Udc, nella casa del Partito Popolare Europeo. Ma da tempo, sappiamo, si parla del progetto di aggregare vari soggetti politici che navigano «al centro del mondo politico». Cioè: Udc, Udeur, PDiniano, Di Pietro. Insieme ad altre figure autorevoli. Fra tutte: Montezemolo e Pezzotta. Così al centro diverrebbe, temiamo, una sorta di «terra di mezzo». Dove lo scontro per la leadership potrebbe determinare guerre «personali» e di gruppo laceranti.
Infine, il PD. Con il leader, Walter Veltroni, impegnato a trattare, trattare, trattare. Con gli alleati (si fa per dire) e con i leader dell’opposizione. Fini, Casini, Berlusconi. Maroni. Intorno a una legge elettorale, i cui contorni e contenuti, ormai, sono così fantasiosi da apparire onirici. Il sistema tedesco, spagnolo, francese, il modello comunale con l’elezione diretta dei sindaci; il mattarellum rivalutato e il porcellum corretto.
Veltroni discute e tratta con pazienza, Perché il dialogo, in sé, è un valore in questo Paese spezzato e sbriciolato. Però, oggi, tutti parlano linguaggi un po’ incoerenti. E avanza il progetto di un proporzionale con effetti maggioritari e bipolari. Nel frattempo cerca di costruire il PD. Di decidere cosa sarà. Come sarà. Gli organismi, i sistemi di decisione, di reclutamento, di consultazione. Con o senza iscritti? Federale o centrale? Giovane oppure adulto? Femminile oppure no?
Questi alcuni fotogrammi, alcune parole, alcune tracce, che noi abbiamo tratto, raccolto, assemblato, da osservatori interessati e partecipi del paesaggio politico. Affastellati. Alla rinfusa. D’altronde non possiamo che confessare la nostra confusione. Il nostro spaesamento. La difficoltà di tracciare mappe e di impostare bussole. Ci sentiamo scombussolati. Di una cosa, però, siamo certi. Occorrerà tenerne conto.
I partiti oggi sono un participio passato. Partiti. Senza che, per ora, siano arrivati i loro sostituti. C’è molta gente in marcia. Non si capisce bene verso dove. Chiamiamoli partenti.
