di: Francesco Pardi - Unità 28 gennaio '07
L´ampliamento della base militare Usaf di Vicenza ha suscitato una diffusa protesta civile, che ha evitato la polemica antiamericana e si è incardinata soprattutto sul peso delle servitù militari: disagio degli abitanti e limite all´autogoverno del territorio. Una protesta tranquilla in prevalenza sul piano dell´urbanistica partecipata. Può il popolo non essere consultato su fatti che interessano la vita associata sul suo territorio? Se la decisione avesse solo un significato cittadino il mezzo sarebbe un referendum consultivo.
Ma la base militare chiama in causa stato e trattati internazionali, un piano che travalica la volontà popolare locale. I sostenitori della base dicono: l´Italia ha una salda collocazione nell´alleanza occidentale e quindi, come altri paesi europei, ne affronti le conseguenze. Così il disagio degli abitanti dovrebbe cedere all´asserito interesse nazionale.
Ma l´Italia, dopo le ultime elezioni, era uscita finalmente dalla sudditanza allo spirito e alla pratica della guerra preventiva imposta dal precedente governo. Perché dovrebbe uniformarsi a una scelta non sua? L´ampliamento di una base è davvero politica estera a tutto tondo? Non potrebbe invece essere considerato nella sua funzione strumentale e rimesso in discussione? E ora che l´esigenza originaria della Nato è in sostanza vanificata dalla fine dell´Unione Sovietica davvero simili basi possono diventare garanzia, come viene detto, contro il terrorismo? O non pongono semmai un problema di sicurezza? E poi ci sono i limiti alla sovranità nazionale intrinseci alla loro natura extraterritoriale. Che non è solo artificio formale, come ci ha illustrato il destino processuale dei piloti che tranciarono il cavo del Cermis (e allora c´era Clinton�). E la verità su Ustica?
Vicenza purtroppo rivela una volta di più qualche grave difetto del centrosinistra. Un nuovo rapporto tra cittadini e governo era stato promesso nel programma dell´Unione prima delle elezioni. Questo sembra essersi esaurito con il ritiro dei soldati dall´Iraq. Certo un successo voluto dalle mille manifestazioni arcobaleno, ma realizzato con una scivolosa retorica della continuità: il riconoscimento unanime dell´esclusivo ruolo di pace svolto dai nostri soldati invalidava di fatto le intense critiche al governo precedente. Dimenticata la battaglia per il ponte sul Tigri, con vittime civili. Dimenticata, nella sua sostanza, Nassiriya (e Martino, invece di dare lezioni di politica estera, dovrebbe chiedersi per tutta la vita perché dopo l´attentato alla Croce Rossa non fece subito evacuare quella base, il più facile degli obbiettivi).
Ma il fatto che i soldati sono tornati dall´Iraq non può impedire l´esercizio della critica sugli eventi successivi. «Decisione presa» fa sapere il governo. Ma Prodi non può pensare che i milioni di voti per lui alle primarie non comportino almeno il vincolo dell´ascolto verso un´opinione pubblica paziente e responsabile. E non si può impedire a nessuno di chiedersi che cosa faranno gli aerei decollati dall´aeroporto potenziato. L´Italia che è uscita dalla guerra sbagliata in Iraq non può offrire basi per altre guerre o anche solo battaglie sbagliate come, a puro titolo d´esempio, la recente e incredibile incursione aerea sulla popolazione civile in Somalia: villaggi interi rasi al suolo per far fuori qualche ipotetico terrorista. Ammazzi cento, prendi uno; e magari resta anche il dubbio.
Vicenza mette in rilievo una volta di più la fragilità della coalizione. I partiti minori appoggiano la giusta protesta popolare ma lo fanno in un modo che la causa sembra un mezzo per ridiscutere i rapporti di forza interni. E ciò fa scattare un allargamento del contenzioso. E anche qui c´è uno scarto sensibile tra l´agitazione popolare -che si spinge fino all´autolesionismo di falò, per fortuna piccoli, delle schede elettorali- e la capacità di contrattazione che mette sul piatto la questione afghana. Ora, la base di Vicenza ha scopi tutti discutibili, e dall´Afghanistan sarà meglio uscire prima possibile. Ma un baratto su questi punti non rafforza certo l´identità dell´Unione davanti al suo elettorato.
Questo, già preoccupato per una vittoria elettorale troppo debole, assiste esterrefatto alle lacerazioni interne alla coalizione. Per una ragione elementare: il governo non può occuparsi solo di risanamento economico -con un´efficacia nella giustizia sociale ancora da dimostrare- e di politica estera. Anche se al suo interno nessuno ne parla più, deve sanare i danni sociali e istituzionali lasciati dal centrodestra.
Perciò deve ora trovare in sé e nel proprio elettorato la forza di una soluzione unitaria. Il governo sappia riaprire una discussione approfondita con i cittadini, le forze sociali e politiche, locali e nazionali. I partiti della coalizione, maggiori e minori, ricordino che Vicenza non è né il primo né l´unico motivo di delusione per l´elettorato di centrosinistra che attende invano ormai da molti mesi un passo verso il risanamento istituzionale: abrogazione delle leggi ad personam, sostituzione delle leggi incostituzionali, riforma incisiva del sistema televisivo, legge sul conflitto d´interessi.
La situazione non è facile. Ma non è tempo di «crisi». C´è da ricostruire una concordia tra cittadini e politica affinché l´Unione persegua davvero gli obbiettivi per cui è stata votata. Finora si è visto il governo inchiodato dalla necessità: quando verrà l´esercizio della volontà?
