di: Loredana Fraleone
Un imbroglio s´aggira per alcuni settori dell´Unione e mira a stravolgere il punto più qualificante del programma sulla scuola: l´innalzamento dell´obbligo scolastico a sedici anni. Si va da pronunciamenti espliciti di autorevoli esponenti del governo o di loro supporter, che rendono indistinguibile il sistema d´istruzione da quello della formazione professionale, ad altri che in modo più subdolo tirano in ballo l´esigenza di combattere la dispersione scolastica o il bisogno di recuperarei una manualità perduta.
Tale disinvoltura nel mettere in discussione accordi elettorali e di governo è un segno dei tempi. In fondo la crisi della politica è anche questo: l´ambiguità, le argomentazioni furbesche, l´assenza di quella nettezza e coraggio, che la sinistra e le forze progressiste misero in campo nel 1962, eliminando l´avviamento professionale e spostando in avanti la canalizzazione tra chi proseguva gli studi e chi doveva apprendere un mestiere.
Anche la Moratti aveva provato a mischiare le carte, a spacciare l´obbligo formativo fino ai diciotto anni come obbligo scolastico, con una mistificazione, che era stata bollata, non solo da noi, come un´operazione regressiva. Non a caso anche la sua riforma era stata inserita, da tutta l´Unione, tra «le leggi vergogna».
Senza tornare per l´ennesima volta a sottolineare la differenza di obiettivo tra chi si prepara con la scuola ad un migliore inserimento nella società, di cui anche la scelta d´indirizzo fa parte, e chi si prepara per l´immediato inserimento nel mercato del lavoro, proviamo ad affrontare le questioni che vengono utilizzate per giustificare quello che torna ad essere un vero e proprio doppio canale, nel quale spendere «indifferentemente» l´obbligo di frequenza fino a sedici anni.
Una prima verità da ristabilire è che la canalizzazione tra sistema d´istruzione e formazione professionale avviene, ad oggi, con l´orientamento che si realizza nella scuola media, ufficializzato persino nella pagella dell´ultimo anno, dove si tende a «consigliare» i più deboli culturalmente ad immettersi nei corsi di formazione professionali. Quello che un tempo avveniva ad undici anni, avviene oggi a quattordici. Ma è passato mezzo secolo ed ormai tutti, anche le ONG che operano in Africa, ci spiegano che s´investe nel progresso di un paese se s´investe nell´educazione. Non abbiamo bisogno d´innalzare il livello culturale complessivo del nostro paese?
Seconda verità da ristabilire è che la sempre evocata «dispersione», che andrebbe «curata» con l´addestramento o simili, colpisce sia la frequenza scolastica che quella della formazione professionale. Guardare i dati per credere! La dispersione è un fenomeno sociale complesso e che richiede una grande diversificazione di risposte, compresa quella di una riforma della scuola che comprenda innanzitutto un´ingente mole di risosrse. Un fenomeno sociale che allude al disagio giovanile, ai disvalori che bombardano i giovani e a tante altre cose ancora, di cui ci parlano anche le crude cronache di questi giorni. Bisognerebbe combatterla a monte la dispersione scolastica, seriamente, senza proporre scorciatoie che portano su altre strade. Chi si preoccupa tanto di riversare fiumi di denaro sulla formazione professionale per i quattordicenni, quante risorse è disposto a destinare alla scuola per metterla in grado di affrontare «i casi difficili», che la società dei consumi rende sempre più numerosi?
Fiumi di denaro destinati, in molti casi a corsi finti o ad una formazione obsoleta per l´attuale mercato del lavoro. Sprechi veri e propri, giganteschi, che non inquietano per niente chi vorrebbe propinare ancora tagli alla scuola statale. Mentre anche la formazione professionale andrebbe valorizzata sul serio, qualificata e resa efficace per rispondere ad un mercato del lavoro sempre più dinamico, che richiede qualifiche alte, prodotte da corsi post diploma e post laurea.
La terza verità da ristabilire è che la diffusa diminuzione di capacità manuali è da ascrivere alla società dei consumi, che ha cambiato il nostro rapporto con gli oggetti, sempre più da consumare piuttosto che da usare. Non esiste quasi più neanche l´idea della riparazione, della riutilizzazione, ciò che si rompe si butta e neanche si ricicla, con tutti i problemi ambientali che questo comporta.
I bambini arrivano a scuola sempre più privi di esperienze manuali, raramente portatori di ciò che si apprendeva un tempo in famiglia, fin dai primi anni, anche con i piccoli lavori domestici. La scuola potrebbe fare un recupero dell´uso delle mani, ed in parte in quella di base si fa. Ma dove sono gli spazi, i materiali, i tempi disponibili? Vogliamo contare quanti laboratori di scienze esistono e possono essere utilizzati da ragazzi e ragazze nelle scuole superiori? Soprattutto, che c´entra il recupero della manualità con l´addestramento professionale? Senza timore di essere smentita affermo di possedere molta più manualità della mia parrucchiera, eppure sono laureata in filosofia.
