di: Massimiliano Perna - ilmegafono.org
Non è cambiato nulla. Dall’inchiesta-denuncia di Fabrizio Gatti su L’espresso, dall’intervento di Medici Senza Frontiere, che nel 2004 aveva visitato le campagne del Meridione per prestare assistenza ai lavoratori immigrati, nessun passo avanti, tutto è tornato, o meglio è rimasto, come prima. Questo è quanto emerge dall’ultimo «Rapporto 2007 sulle condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia», pubblicato da Msf, i cui operatori hanno visitato le zone agricole più importanti del nostro Paese, riscontrando una situazione di negazione totale dei diritti umani, di mortificazione della dignità delle persone, costrette a vivere ai limiti della sopravvivenza.
Regolari e soprattutto irregolari, ma anche nuovi comunitari (in prevalenza bulgari e rumeni di etnia Rom) e, addirittura, richiedenti asilo, costretti a lavorare in regime di assoluto sfruttamento, destinati a sfinirsi nel lavoro agricolo per raggranellare quei pochi euro da mettere da parte per poi spedirli alle famiglie rimaste nei paesi d’origine. Anche se da parte non si riesce a mettere quasi nulla (il 38% degli intervistati da Msf non vi riesce), perché i soldi servono a stento per sopravvivere. Sì, perché non si può parlare di vivere, quando ci si trova in condizioni abitative, igieniche, alimentari, di salute lontanissime da ogni livello minimo esistente nella società del benessere, in quella realtà occidentale ed italiana in cui consumo e mercato nascondono ogni cosa, in cui gran parte dei media cercano solo la «notizia», infilando in un cestino o lasciando marcire in un cassetto tutto ciò che ha a che fare con l’essere umano vero e proprio, con l’esperienza vitale di migliaia di persone senza voce, che sono solo una piccola parte di un’intera fetta di umanità disperata e silenziosa, di milioni di abitanti di questo pianeta che sono costretti a faticare, a rinunciare a tutto, ad abbandonare tutto, a morire, per cercare di sopravvivere il più a lungo possibile o per sfamare i propri cari.
Figli di guerre, fame, povertà, obbligati a sacrificare le proprie braccia e i propri corpi per permettere a noi, che abitiamo al caldo e che sprechiamo quintali di cibo e litri e litri di acqua, di continuare a godere del benessere a cui non sappiamo più rinunciare, di avere sulle nostre tavole i prodotti a cui siamo più affezionati. Le campagne del Meridione, così come i cantieri edili di tutta Italia, sono l’epicentro dello sfruttamento e della violenza, sono la dimostrazione più dolorosa di un mondo che in nome del profitto passa sopra la vita di chiunque, specialmente se chiunque non ha documenti, tutele, garanzie, mezzi per potersi difendere. E’ la linea sporca e fetida di quei colletti bianchi che girano in Suv e che mandano i loro figli nelle migliori università, quelli che viaggiano, conoscono le mete più esotiche, frequentano i salotti bene, frequentano la Chiesa e fingono di essere buoni esempi.
Sono i proprietari terrieri, quelli che da sempre amano servirsi del caporalato, quelli che denunciano anonimamente alla polizia gli immigrati irregolari il giorno prima o lo stesso in cui è prevista la paga, così da liberarsi strategicamente di lavoratori che per una o due settimane sono stati curvi nelle campagne a raccogliere a costo zero. Gli stessi che spesso non pagano nemmeno per mesi il lavoratore, facendolo lavorare gratis sotto minaccia. Il rapporto di Msf, mostra come dal Lazio alla Campania, dalla Puglia alla Basilicata, dalla Calabria alla Sicilia, gli immigrati stagionali, in prevalenza irregolari, subiscano totalmente le vessazioni dei padroni. Lavoro nero, con giornate lavorative che raggiungono (e superano anche) le 10 ore, in assenza totale di condizioni di sicurezza.
I lavoratori lavorano a contatto con pesticidi e altri agenti infettivi, vengono fatti entrare nelle serre anche immediatamente dopo che sono stati usati prodotti chimici, non vengono quasi mai dotati di attrezzature da lavoro (in ogni caso vengono forniti solo guanti e comunque inadeguati al tipo di attività), non vengono portati al Pronto Soccorso quando si verifica un incidente. Schiavismo, senza troppi giri di parole, vergognoso schiavismo, che si consuma dietro casa nostra, che spruzza il suo sudore ed il suo sangue dentro i pori dei prodotti che gustiamo sulla nostra tavola senza pensare a nulla, indifferenti, tutti impegnati a nascondere le nostre teste sotto la sabbia. E non mangiamo solo il frutto di un sistema di lavoro schiavista, ma anche il dolore e la dignità di chi è costretto a vivere in condizioni estreme.
Dal rapporto emerge quanto già raccontato in passato da Fabrizio Gatti, nel suo reportage dalle campagne del foggiano, o da Giovanni Bellu nei suoi articoli sulla situazione identica di Cassibile (Siracusa). Gli stagionali dormono in strutture abbandonate o in baracche improvvisate, sotto alberi diventati capanne con l’aiuto di qualche pezzo di cellophane o di plastica, in tuguri da condividere con tanti altri (in molti casi con più di dieci persone), addirittura all’aperto, per strada o nelle piazze, come accade ad Alcamo (Trapani). Niente acqua, niente luce, niente servizi igienici, bisogna camminare per chilometri per rifornirsi di acqua. Ci si lava all’aperto, i bisogni fisiologici vengono soddisfatti nella terra, si beve acqua che spesso non è potabile, si mangia poco e male, non c’è la minima assistenza sanitaria, non c’è informazione sui servizi a cui tutti, anche gli immigrati irregolari, hanno diritto.
Coloro che godono del permesso di soggiorno hanno diritto ad avere la tessera sanitaria ed a godere dell’assistenza medica, ma anche chi è presente irregolarmente ha il diritto di essere curato, anonimamente, senza che la struttura coinvolga le forze dell’ordine. Purtroppo, però, come ci ha raccontato Gatti, spesso questo segreto viene meno e la polizia viene indebitamente avvisata, motivo per cui gli irregolari hanno paura a farsi assistere dai presidi medico ospedalieri. E poi c’è la questione dei neo comunitari, i quali sono quelli con meno diritti, perché la normativa non è stata ancora adeguata alla nuova situazione. E le malattie più frequenti, secondo l’analisi effettuata da Msf, sono proprio la conseguenza diretta delle condizioni di lavoro e di vita degli immigrati stagionali: malattie osteomuscolari, dermatologiche, respiratorie, gastroenteriche, malattie del cavo orale, malattie infettive.
Accanto a ciò si aggiungano le violenze a cui sono soggetti gli immigrati, violenze commesse dai datori di lavoro ma anche dai giovani italiani, animati da un razzismo incontrollabile e da cervelli in costante decomposizione. Vivere ai margini purtroppo significa confrontarsi con tutte le periferie peggiori della natura umana. E questi margini si perpetuano da anni, nonostante le denunce, i rapporti, gli articoli scritti, le proteste di poche anime sensibili. Lo sanno tutti quello che avviene sulla pelle dei migranti, lo sappiamo tutti, ma nessuno fa nulla, le istituzioni tacciono, le associazioni di categoria smentiscono o minimizzano, i sindacati parlano (ogni tanto), dicono, intendono, ma non fanno nulla. Assenti.
Forse aspettano (come dichiarò due anni fa una rappresentante della Flai-Cgil di Siracusa) che i lavoratori, magari irregolari, prendano coraggio, facciano una decina di chilometri a piedi e si rechino dal sindacato (della cui presenza e caratteristiche magari sono a conoscenza) a raccontare tutto, senza timore. Utopia? No, follia solo pensarlo, eppure c’è chi davvero lo crede possibile. Dopo il rapporto di Msf, cosa accadrà? Nulla, anche perché non se ne parla, visto che gli immigrati qui sono le vittime, non hanno rapinato nessuna villa, aggredito nessuno, ucciso nessuno. Non si può dare spazio a queste cose, perché la notizia non servirebbe a chi ha bisogno di sostenere l’idea falsa dell’emergenza sicurezza. Con quale faccia si potrebbe dire che la famosa frase «Italiani brava gente» è una corbelleria che non ha nessun fondo di verità?
Meglio tacere, meglio continuare a credere nella bontà ed ingenuità di un popolo che, nella realtà della sua storia, ha appoggiato tutti i crimini peggiori, esaltato i criminali e isolato o ucciso i suoi figli migliori. Meglio perpetuare l’immagine dell’Italia ospitale, di una terra di frontiera che, nella realtà, ha sempre accolto solo coloro che avevano caratteristiche comuni, valori condivisi o comunque conciliabili con le nostre presuntuose certezze, mentre ha respinto con arroganza inaudita tutto ciò che sbrigativamente è definito «diverso». A questo tipo di Paese che chiude gli occhi davanti a sé stesso, che rifiuta la ricchezza culturale proveniente dall’Altro, che si trincera in un patriottismo retrò dal sapore di sangue, che ha deciso di nascondere sotto il tappeto del benessere e del consumismo la realtà della vita e della miseria, non mi sento di appartenere.
