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LA SACRA FIAMMA DELLE PRIMARIE

Alberto Cacopardo
(Laboratorio per la Democrazia di Firenze) 31.10.2005

 L'articolo è seguito dalle risposte di: Lidia Menapace, Pancho Pardi, Lorenzo Sandiford, Leonardo Brunetti e Mario Monforte.

Le primarie di Prodi si sono lasciate dietro un'immagine, una narrazione prevalente nei media e nella mente del popolo di sinistra, che si può sintetizzare così: una formidabile mobilitazione popolare che ha dimostrato la volontà di partecipazione della gente e ha conferito a Romano Prodi, con larghissima maggioranza, una investitura diretta che lo fortifica nei confronti dei partiti e lo consacra simbolo e arbitro dell'unità della coalizione.
I movimenti, a quanto sembra, si sono subito accodati all'entusiasmo per la grandiosa mobilitazione e il Laboratorio per la Democrazia è stato in prima linea nel manifestarlo. Perfino Ornella De Zordo, fra i più scettici nei confronti del fenomeno, ha parlato di "straordinaria partecipazione", Paul Ginsborg ha definito le primarie "la novità principale di questa stagione politica", aggiungendo che "vanno sostenute d'ora in poi con passione e convinzione&", Pancho Pardi ha parlato di partecipazione "imprevista e gigantesca", che "ha cambiato la scena politica italiana", "un risultato che dovrebbe inchinare tutti al massimo rispetto", dal quale si deduce che adesso bisogna impegnarsi a promuovere primarie a tutti i livelli possibili, collegi, sindaci, presidenti delle regioni... E infine, il peso del Laboratorio è stato determinante nell'approvazione della risoluzione dell'Assemblea Nazionale dei Girotondi e Movimenti del 22 ottobre, che si pronuncia in favore delle primarie come canale privilegiato della partecipazione.
A distanza di qualche giorno in più è lecito chiedersi: è davvero fondato tutto questo entusiasmo? Cominciamo dalla "straordinaria partecipazione". A guardare le cifre, sorge il dubbio che abbia giocato qui un certo effetto di illusione ottica, causato dal discutibile artificio di misurare l'affluenza in termini assoluti anziché in termini percentuali, come in qualsiasi elezione normale. I 4 milioni 311.139 elettori che hanno votato alle primarie sono di fatto poco più dell'otto per cento del corpo elettorale e circa il 23% del presumibile elettorato del centrosinistra, calcolabile nel 50% dei circa 37 milioni di voti validi delle ultime politiche. Ciò significa che non sono andati alle primarie circa il 77% di quei cittadini che alle politiche andranno a votare, esprimeranno un voto valido e voteranno, presumibilmente, per il centro-sinistra. E' stato dato per scontato che l'affluenza alle primarie dovesse essere bassa. E' il modello americano. Ma questo significa dare per scontato che il 77% degli elettori del centro-sinistra è pronto a delegare ai partiti, o chi per loro, la selezione dei propri rappresentanti. Non si direbbe un prodigio di partecipazione. Senza contare il fatto che la cifra comprende anche un certa quota di ceto più che riflessivo che (anche all'interno del Laboratorio) ha espresso il suo dissenso restando a casa. Paul Ginsborg ha addirittura affermato che le primarie stanno "democratizzando la democrazia" è per lo meno ardito inneggiare alla democrazia partecipata davanti ad un astensionismo del 77%.
Tanto più se si osa chiedere in che senso l'affluenza alle primarie costituisca "partecipazione", mentre quella alle elezioni no. Come ha riconosciuto Pancho Pardi, le primarie sono una "forma selettiva tipica di una democrazia delegata (e quindi non partecipativa)" e non si vede come la presunta partecipazione "oceanica" possa modificare questo dato di fatto. Che cosa ha fatto di tanto nuovo tutta questa gente, anzi, cosa abbiamo fatto? Siamo andati a votare, come sempre: personalmente, la principale novità che ho notato è che non mi era mai capitato di "partecipare" ad un'elezione dal risultato così scontato. Sarà la democrazia del futuro?
Ma attenzione: non bisogna nemmeno irridere, o prendere con leggerezza le ragioni che hanno mosso tanta gente a far sentire in qualche modo la sua voce. Non possiamo sottrarci al compito di interpretare il significato politico di questa mobilitazione.
E qui, naturalmente, la coperta si può tirare da tante parti e ognuno può provarci dalla sua. Come aveva previsto Chiara Giunti, non sono tardate le voci che hanno voluto vedere soprattutto un'indicazione a favore della lista unica neo-ulivista. Prontamente, Giuliano Amato e Arturo Parisi, in un articolo su "Repubblica" del 26 ottobre, hanno tentato di farci credere che la svolta rutelliana in questo senso sia stata effetto delle primarie, quando tutti sanno che è dovuta a puro calcolo di convenienza in base al nuovo sistema elettorale.
Ma anche chi non ama per nulla quel progetto si è creduto costretto a riconoscere, come Rossana Rossanda (Il Manifesto, 18 ottobre), che "ne viene un sostegno a un premierato forte" o addirittura, come Pancho Pardi, che " il popolo di centrosinistra ha detto con estremo realismo che la guida della coalizione deve essere la più forte possibile". Ebbene, questo è un errore madornale, dal quale dovremmo guardarci come la peste.
Vediamo perché. Prodi ha ottenuto il 74,1%. Detto così, sembra Bulgaria. Ma da dove viene questo risultato? Se prendiamo di nuovo come riferimento, per semplicità e con discreta attendibilità, una stima del voto di centro-sinistra al 50% dei voti validi, il risultato di Prodi equivale al 37% dei voti. Pochi spiccioli in più del 33-34% attribuibile alla lista unica in base ai risultati delle regionali. E' evidente che la principale ragione per cui tutta questa gente ha votato Prodi è che Prodi era il candidato di DS e Margherita. Con tutto il rispetto per eletto ed elettori, viene quasi da sospettare che se DS e Margherita avessero candidato in pompa magna un palo del telefono, il risultato non sarebbe stato molto dissimile. Vedere in tutto questo una straordinaria affermazione personale è un po' azzardato. Vederci un'opzione per il premierato forte è pura fantasia. E una fantasia quanto mai pericolosa.
D'altra parte, anche il risultato di Bertinotti sembra indicare una stretta correlazione col voto al suo partito. Il suo 14,7 corrisponde ad un esile sette-e-qualcosa per cento, appena uno spicciolo in più del 6,1 delle europee.
Un voto dunque, essenzialmente partitico? Nel caso di Prodi, per la verità, le cose non sono così semplici. Un'analisi condotta dall'Istituto Cattaneo (Il Sole-24 ore, 18 ottobre) mostra che c'è una forte correlazione fra il voto a Prodi e quello ai DS, ossia che "dove i DS sono più forti, Prodi è più forte, e viceversa&", mentre dall'altra parte, "il voto a Prodi è poco correlato con la forza elettorale della Margherita". E' evidente che nel Sud ci sono state forti defezioni dalla Margherita a favore di Mastella, che in Campania, Calabria e Basilicata ha avuto percentuali intorno al 20, e intorno al 10 in Sicilia, Puglia e Molise. Defezioni che sono state compensate in parte dai voti provenienti dai piccoli partiti, in parte forse dall'area dell'astensione, forse in parte anche dalla distorsione statistica dovuta alla scarsa rappresentatività del campione.
Quest'ultimo, infatti, è il dato che emerge dal voto di Mastella, come degli altri candidati minori, un dato che dovrebbe preoccupare, o almeno far riflettere: l'insieme degli elettori delle primarie non costituisce, nonostante le sue grandi dimensioni, un campione rappresentativo dell'elettorato di centro-sinistra. Se così non fosse, dovremmo pensare che Mastella, forte del suo 4,6%, possa sperare in un risultato elettorale del 9% (cosa mirabile se raffrontata al roboante 1,3% delle ultime europee) o che i Verdi e i Comunisti Italiani messi insieme abbiano ridotto ad un miserrimo 1,1% i consensi del 5% che registravano alle europee. La verità è che questo insieme non è rappresentativo per definizione, essendo formato, probabilmente in parti uguali, da attivisti di partito, cittadini particolarmente istruiti/informati/impegnati, e, believe it or not, clientele: tutti settori i cui orientamenti non coincidono con quelli dell'elettorato in genere. In sintesi, le primarie non sono un valido test degli orientamenti dell'elettorato.
Nonostante tutto questo, peraltro, possiamo pure ammettere che il risultato di Prodi, date le sue dimensioni, sia grosso modo rappresentativo e che circa il 37% dell'elettorato lo avrebbe scelto come suo candidato. Ma se c'è una conclusione seria da trarre da questo dato, è che Prodi ha disperatamente bisogno di quel 13% di elettori di centro-sinistra che non sono d&'accordo con lui e che desiderano che le loro opinini siano prese in considerazione. Stiamo parlando di circa un quarto degli elettori del centro sinistra, che, nella mia opinione (ma questa è un convinzione non suffragabile con dati), sarebbe pressappoco tale anche senza i vistosi quanto sopravvalutati spiccioli di Mastella. Se Prodi fosse saggio, lungi dall'autoaccreditarsi una delega in bianco, cercherebbe ogni possibile occasione per confrontarsi con questa componente, che è probabilmente rappresentata molto più da movimenti e organizzazioni della società civile che non da partiti politici. Confrontarsi per costruire seriamente una base programmatica comune e condivisibile, al di là delle ambigue ovvietà delle proclamazioni di principi. E anche, perché no se sarà il caso, per negoziare una rappresentanza parlamentare di fonte extrapartitica. Questa è la prima morale da trarre dalle primarie, soprattutto se ammettiamo che una certa quota dei voti a Prodi venissero da chi, come Pancho Pardi, ha votato più "il Prodi che vorrebbe" che non quello che c'è.
Ecco dunque il paradosso di queste primarie. Mentre il voto indica chiaramente che Prodi dipende stettamente da quel 26% per il suo successo, l'immagine proiettata dal suo altisonante 74% è esattamente il contrario: che si possa anche permettere di farne a meno, in virtù di quella "oceanica" investitura popolare. E invece no: non se lo può permettere. Chi è andato alle primarie proprio per esprimere il suo dissenso dall'ispirazione centrista che aleggia sulla futura lista unica, ha diritto di essere ascoltato: e ignorarlo potrebbe essere fatale.
Tanto più che l'unico ulteriore significato politico che si può attribuire alla mobilitazione delle primarie sta nella gran voglia di congedare Berlusconi che, per fortuna, anima il popolo della sinistra di questi tempi. Molto più che l'entusiasmo per la leadership forte, ha giocato la volontà di "dare un taglio netto", per dirla con Ornella De Zordo. Questo è confermato da un sondaggio Apcom - IPSOS che contiene un dato molto interessante. E' stato chiesto a un campione rappresentativo di tutti gli elettori quale fosse secondo loro il motivo principale per cui tanti hanno partecipato alle primarie. Ebbene, il 47% ha risposto "la rabbia e lo scontento per Berlusconi e il suo governo"; solo il 20% ha indicato "la novità del poter scegliere direttamente il leader"; e appena il 15% "il desiderio che il centro-sinistra sia più unito e si presenti con una sola lista": con buona pace di Amato e Parisi, ma anche di quanti favoleggiano di voglia di leadership.
Alla luce di tutto questo, abbiamo qualche ragione per indicare nelle primarie una strada maestra della partecipazione? E' davvero il caso di sostenerle con passione e convinzione in tutti i contesti?
Mi sembra che ci sia da stare molto attenti prima di imbarcarsi anima e corpo in una simile impresa, perché il cammino è irto di trappole e trabocchetti imprevedibili. Per esempio: abbiamo qualche ragione di ritenere che l'introduzione delle primarie locali favorirebbe la rappresentanza dei movimenti e della società civile, al di là dei canali dei partiti? E' quanto sembrano ritenere gli estensori del comunicato finale dell'Assemblea dei Girotondi del 23 ottobre, i quali fanno seguire alla proclamazione di "un impegno volto a costruire istituti di partecipazione alla scelta della rappresentanza politica, a partire dalle primarie", l'auspicio che "la società civile riesca, attraverso una sua significativa rappresentanza, a far sentire la propria voce nelle assemblee elettive", come se le primarie dovessero favorire per definizione la rappresentanza dei movimenti. Della qual cosa, in verità, c'è da dubitare seriamente.
Per valutare le prospettive in questo senso, bisogna innanzitutto distinguere fra due casi completamente diversi: primarie di lista e primarie per posizioni monocratiche (individuali), come una candidatura uninominale o una carica istituzionale. E' inspiegabile, per esempio, che Pancho Pardi faccia derivare dal successo delle primarie di Prodi la necessità di sostenere le primarie di collegio, che col nuovo sistema sarebbero primarie di lista, cioè una cosa completamente diversa.
Riguardo a queste ultime dirò soltanto che l'invenzione di un sistema in cui le liste sono bloccate e formate dai partiti, e in cui poi si fanno elezioni per designare i candidati è un prodotto unico al mondo della creatività italiana, che è riuscita a trasformare l'affare semplice dell'esprimere una preferenza sulla scheda, nella complicazione di andare a votare un'altra volta, rendendo pubblica per di più la propria opzione di schieramento, per esprimere quella stessa preferenza. Intendo dire che qualche italiano mi dovrà pur spiegare in cosa sta la grande differenza fra primarie su liste bloccate e voto di preferenza. Anche le prevedibili affluenze alle future primarie locali non sarebbero certo superiori alle percentuali di utilizzo della preferenza che si avevano nel vecchio proporzionale, che si aggiravano sul 20%. Perché mai il voto di preferenza dovrebbe essere clientelare, dominato dai partiti, controllato da occhiuti scherani, e quello alle primarie no? Il risultato di Mastella apre la porta a qualche dubbio in proposito. E non si dica che le candidature alle primarie sarebbero aperte. Stiamo parlando di primarie di lista. Si può forse negare ad un partito la facoltà di incidere sulla selezione dei suoi stessi candidati? In breve, le primarie di lista non sono altro che un discutibile travestimento del voto di preferenza, che solo l'iniquità delle liste bloccate può giustificare. Piuttosto che lasciare il danno e metterci una toppa, sarebbe meglio pretendere a gran voce che sia rimosso il danno, cioè le liste bloccate (che invece la sinistra ha caldeggiato, ad esempio, nella legge elettorale toscana).
Quanto alle vere primarie, cioè quelle per le posizioni monocratiche, la sorte ci ha risparmiato il tormentone delle primarie di collegio nell'uninominale, che, se mai si fossero tenute, avrebbero avuto effetti devastanti. Restano le primarie per i sindaci e i presidenti di provincia e regione. Queste primarie dovrebbero ispirare assai poca simpatia a tutti quelli che non vedono di buon occhio l'elezione diretta dei vertici istituzionali e credono che, specialmente a livello di regione, l'investitura popolare dell'esecutivo sia un passo pericoloso in direzione del presidenzialismo. Al di là dei significati ulteriori che la partecipazione può rivestire, come nel caso di Prodi, il rischio di avallare la personalizzazione del potere e il rafforzamento degli esecutivi è forte. Ma c'è un'altra ragione per cui queste primarie vanno guardate con diffidenza, ed è proprio nella qualità della rappresentanza che ne emergerebbe.
Fare previsioni su queste primarie locali non è facile. Date le peculiarità del sistema italiano, potrebbero emergerne ancora parecchie sorprese, forse non sempre positive. E' difficile prevedere l'affluenza, che, una volta spento l'effetto novità, dovrebbe stabilizzarsi su livelli ancora più bassi delle primarie di Prodi, ma potrebbe anche toccare picchi inaspettati nel caso di contese realmente combattute. E' difficile prevedere i meccanismi che possono scattare a livello locale. Ma un fatto è certo: se l'asse DS-Margherita dovesse tenere in modo coerente e solido come tanti auspicano, è improbabile che possa vincere qualsiasi candidato alternativo. Il caso Vendola non è destinato a diventare la regola. Le candidature di movimento, poi, con buona pace di tutte le regole proposte da Pardi, non avrebbero evidentemente alcuna speranza se non sostenute da partiti. Il caso in corso in Sicilia con le primarie per la presidenza regionale è interessante. Qui l'asse DS-Margherita non ha tenuto. Alla candidatura di Rita Borsellino, proveniente da un fronte di partiti e movimenti alternativo alla lista unica, si è contrapposta una candidatura centrista che ha pescato nel più discutibile trasformismo di stampo mastelliano. Al momento in cui scrivo, non si sa ancora se i DS avanzeranno un proprio candidato o appoggeranno Borsellino, come appare probabile. Se così fosse avremmo un esito felice e imprevedibile, il cui fattore determinante sarebbe stato proprio la formazione di quel fronte di partiti e movimenti alternativi al centrismo neo-ulivista che tanti hanno auspicato e continuano ad auspicare. Ma non c'è da farsi illusioni, l'esperimento non è destinato a proliferare. Quello su cui c'è da riflettere è che sarà comunque la scelta di un partito, i DS, il fattore decisivo che farà pendere la bilancia dall'una o dall'altra parte.
In ogni caso, che i movimenti sperino di ottenere una rappresentanza partecipando alle primarie senza negoziare l'appoggio dei partiti è una pia illusione da abbandonare al più presto. Che delle candidature indovinate, come quella di Rita Borsellino, possano scompaginare le alleanze aprendo spazi ad una rappresentanza più innovativa è un caso che non si può escludere, ma che, anche questo, difficilmente diventerà la regola. Prima di accenderci di sacro entusiasmo davanti alla fiamma delle primarie, dovremmo considerare il rischio di un esito che purtroppo non è il più improbabile: che esse diventino il nuovo terreno del solito gioco di scacchi fra partiti e che il blocco di potere che pretende di controllare il centro-sinistra senza rappresentarne l&'anima ne faccia un altro strumento della perpetuazione del suo predominio.
Alberto Cacopardo

Risposta di Lidia Menapace

Caro ho molto apprezzato il tuo pezzo che riapre un po' di interesse critico sulle primarie, prontamente cadute da ogni discorso. Per quanto mi riguarda le ho sostenute perchè ormai c'erano e non credo davvero che debbano diventare il principale strumento della democrazia che si vuole partecipata, perchè qui cadremmo addirittura in una palese contraddizione in termini. Io ci ho letto un atteggiamento che mi fa concludere con parole non scientifiche, ma che credo corrette. Dico:"il popolo è sornione, se tu non gli offri niente, sta a casa e non fa cose antieconomiche di sforzo inutile; ma che abbia voglia di politica si vede dal fatto che appena gli offri qualcosa la prende e la usa". Ciò che di meglio c'è stato nel giorno delle primarie era il clima, la compostezza, la maturità e anche persino il garbo dei riconoscimenti e dei lavori, a Bolzano sono state portate torte, caffè, biscotti e chi aveva votato spesso si trasformava in aiutante per ristampare i moduli e le schede. Appena possibile scatta la voglia di partecipazione anche non prevista.Che il ceto politico non si aspettasse un tale afflusso è stato evidente dal fatto che il materiale elettorale era ovunque molto scarso e lo si è dovuto ristampare: in altri termini il ceto politico avrebbe preferito primarie più striminzite e per questo il popolo delle primarie viene ben poco sollecitato a dare indicazioni o giudizi sui vari fatti, cioè a mutare da gente da plebiscito in cittafini/e dotati/e di potere e decisionalità. Sarebbe facile ormai chiedere che ci si esprima per fax o per e-mail su ogni cosa: invece dato che le primarie non sono uno strumento di partecipazione, non viene chiesto nulla a nessuno. Sono contenta che il tuo intervento mi abbia dato modo di esprimere quanto ti mando. abbracci lidia

Risposta di Francesco Pardi

Caro Alberto,
ho letto con molto interesse il tuo esame della questione primarie. Ti sembrerà strano che condivida molte delle tue riserve sulla loro natura effettiva. Ma la politica si fa con quello che c'è e di fronte a un'operazione aperta non si poteva fare finta di niente: bisognava impegnarsi e cercare la soluzione più adatta all'obbiettivo finale. Quindi sono d'accordo con te sulla necessità di mantenere un sorvegliato scetticismo sullo strumento; non sono invece d'accordo sulle tue conclusioni e soprattutto con la tua aritmetica delle percentuali per cui alla fine quattro milioni e passa sono una minoranza volenterosa. Qui ha ragione, secondo me, Lidia Menapace: il suo mi sembra l'atteggiamento giusto, e soprattutto costruttivo, per guardare al fenomeno. Senza illusioni, naturalmente (e qui tutte le tue critiche torneranno sempre buone per evitare ubriacature "primariali"). Una sola precisazione: quando ho scritto che l'elettorato attivo ha voluto dire che la guida della coalizione doveva essere la più autorevole possibile, è chiaro che non pensavo al premierato ma al fatto elementare che non si può affrontare uno scontro difficile, in condizioni mediatiche di inferiorità, con una guida debole. Sono anche d'accordo con le tue conclusioni sulla necessità che Prodi non si arrocchi sul quel 74 % ma che mostri la più ampia disponibilità di colloquio con quel mondo di cui facciamo parte e che può garantirgli (speriamo) il voto di coloro che ancora, sbagliando, pensano di non votare. La decisione dell'assemblea del 22-23 va proprio nella direzione di tessere tutti i collegamenti interni a quel mondo utili a un incontro produttivo con Prodi.
Grazie, pancho

Risposta di Lorenzo Sandiford

Questa interessante analisi di Cacopardo sulle primarie e l'altrettanto interessante riflessione di Pardi sulla rappresentanza mi hanno fatto venire la voglia di dire la mia. Lo farò in breve, limitandomi ai punti essenziali. Può essere non del tutto inutile sentire anche il parere di uno come me, che non fa parte dei movimenti e si è limitato a partecipare alla fase iniziale "girotondista".
- Interpretazione delle recenti primarie: non c'è dubbio che la lettura di Amato, Parisi e Veltroni pro partito unico è mistificatoria. Io non sono necessariamente contrario al partito unico: francamente non ci ho pensato a fondo. So per certo però che non ne voglio sentir parlare più prima delle prossime elezioni e della vittoria contro Berlusconi. L'interpretazione dei tre sopra menzionati, e di tanti altri con loro, mi sembra l'ennesimo tentativo di prendere per i fondelli l'elettorato ("intelligente", come lo definisce Veltroni) di centrosinistra. Con le primarie ci è stato chiesto soltanto di scegliere, tra chi si presentava, il candidato migliore da mettere alla guida della coalizione nelle prossime elezioni. Punto. Tutto il resto sono strumentalizzazioni. Mi fa piacere notare che anche Valdo Spini, in una lettera a Repubblica di qualche giorno fa, ha sostenuto - se ho ben capito - la necessità, prima di procedere alla creazione di un partito unico, di sottoporre il progetto agli elettori di centrosinistra. Evidentemente a qualcuno la disastrosa esperienza della Cosa 2 è servita.

- il problema della rappresentanza politica: condivido quasi al 100% le analisi e le proposte di Pardi sulla questione e, naturalmente..., la centralità data alle questioni dei conflitti d'interessi (sono da tanti anni proprietario del nome di dominio Conflittidinteressi.it che non ho mai riempito per prudenza, mancanza di risorse economiche e impossiblità di farlo da solo) e delle incompatibilità. Non ci devono più essere conflitti d'interessi macroscopici e doppie poltrone. L'unico punto su cui mi differenzio da Pardi è sul problema del ricambio: su quello sarei meno rigido. Infatti è utile che ci siano delle carriere politiche, dei "professionisti della politica" e non è sensato porre troppi vincoli. L'importante è che le carriere siano sottoposte al controllo degli elettori e non decise dall'alto. E che le carriere possano terminare, e non vengano artificiosamente tenute in vita creando poltrone e poltroncine in appositi enti che costano tantissimo alla comunità. Una sana competizione tra politici ad armi pari e secondo regole precise in cui emergano e si riconfermino i "migliori" in quelle attività a me sta bene e farebbe bene al Paese. Non ho nulla in contrario poi con gli stipendi alti per certe cariche, ma qui si è davvero esagerato: è possibile che i politici italiani siano quelli con gli stipendi più alti di tutti in Europa, che ci siano trattamenti pensionistici incredibili (a proposito anche quelli dei magistrati, per i quali è comunque giusto e prudente che siano alti, fanno davvero spavento: bella vita davvero, e lì non c'è nemmeno da dare una parte dei compensi al partito).

- il problema del tipo di primarie: sono d'accordo con Cacopardo quando critica il tipo di primarie di lista inventato dai DS toscani e penso anch'io che le primarie di collegio nell'uninominale per il parlamento nell'attuale situazione politica italiana sarebbero devastanti. Tuttavia non ho le sue stesse preoccupazioni riguardo all'investitura popolare dell'esecutivo. Il mio modello ideale, che molti considerano ingenuo e da sprovveduto, è un sistema in cui ci siano le preferenze del vecchio tipo per i parlamentari (e i consiglieri regionali, comunali ecc) e delle primarie di coalizione per la scelta dell'esecutivo (candicato presidente del consiglio più rosa di -almeno alcuni- ministri, presidente della giunta regionale più squadra di -almeno alcuni- assessori). A me sembra che questo sia l'unico modo per garantire al tempo stesso efficienza di governo; rispetto della volontà degli elettori e accountability; diminuzione degli intrallazzi partitici e clientelari (che nella prassi attuale avvengono in larga parte dopo i risultati elettorali, al momento di scegliere i ministri o gli assessori). In pratica io vorrei che nel parlamento o nei consigli regionali, comunali ecc -che hanno anche il fondamentale compito di controllo sull'operato degli esecutivi- ci sia più pluralismo di istanze, garantito dalle preferenze e dall'assenza di vincolo di mandato. Ma vorrei al tempo stesso che gli esecutivi che di fatto ormai, per fortuna, dettano la linea politica anche sul piano legislativo, siano scelti dagli elettori nel modo più diretto e chiaro possibile. Qualcuno mi potrà obiettare che non si possono decidere i ministri o gli assessori prima dei risultati elettorali, perché la scelta dipenderà anche da come sono andati i singoli partiti all'interno della coalizione. La mia risposta è che se si vuole un sistema bipolare che funzioni e in cui i partiti siano meno sganciati dalla volontà del proprio elettorato, bisogna limitare al massimo questa prassi. Per cui lasciamo pure che alcuni ministri o assessori siano scelti in base ai risultati dei singoli partiti di una coalizione, ma bisogna che il nucleo duro della squadra di governo della coalizione vincente sia quello già presentato prima agli elettori, e anzi scelto da essi attraverso primarie di coalizione. Naturalmente, questo tipo di primarie per me non dovrebbero essere imposte per legge, ma dovrebbero essere una formula organizzativa adottata liberamente dai partiti della coalizione di centrosinistra. Non ho nessuna intenzione di stravolgere la costituzione. Per me il presidente del consiglio, una volta nominato nei modo consueti senza intaccare le prerogative del presidente della repubblica e del parlamento, deve sempre avere la libertà di movimento necessaria per non rispettare alla lettera quanto promesso durante le primarie, se ciò non fosse più opportuno per qualche importante motivo.
Lorenzo Sandiford

Risposta di Leonardo Brunetti

Caro Alberto,
ho letto il tuo documento e seppure in modo molto sintetico per mancanza di tempo ti volevo rispondere con alcune mie considerazioni. Intanto direi che il tuo documento si poggia su tre punti. L'aspetto quantitativo delle primarie. Tanti o pochi hanno votato ? L'aspetto interpretativo e di traduzione politica. Che ci hanno voluto dire questi 4 milioni di elettori e che risposta dobbiamo dargli ? Infine una analisi sul significato delle primarie nell'ambito dello sviluppo di nuove forme di partecipazione politica.

Quanto al primo punto non concordo molto con te sull'analisi dei numeri. Nel mio seggio ho consegnato la scheda a 2640 persone. Facendo lavorare 7 tavoli di registrazione e 4 cabine per il voto dalle 7 e 40 alle 22 con code che siamo riusciti a contenere nei 30-40 metri ma nonostante questo con la perdita di circa 200 persone che quella coda hanno preferito non affrontarla. Ho fatto per curiosità una divisione fra il numero dei votanti ed il numero delle sezioni elettorali che facevano riferimento ad un seggio. Noi abbiamo avuto una media di 189 votanti per sezione elettorale (nel nostro seggio ne confluivano 14) nettamente più alta rispetto agli altri seggi con un numero di sezioni maggiore di 10 ma inferiore a tutti quei seggi che avevano solo 2-3 sezioni elettorali (con un numero di circa 205 - 215 votanti per sezione). Insomma un "minor" numero di elettori potenziali ha corrisposto ad un maggior numero di votanti per normale sezione elettorale.
Se una critica mi sento di muoverla è quella che i partiti abbiano sottostimato queste primarie e quindi non abbiano saputo dare una adeguata, seppur non facile, risposta organizzativa. Meglio fra gli altri in questo caso i DS che hanno obiettivamente prodotto uno sforzo diffuso e spesso decisivo. Tuttavia, tanto per darti un idea ho dovuto litigare per avere 1400 schede (adesso non rompere più... mi è stato detto in tono bonario) che sono finite intorno all'una di quella domenica. Se vi fossero stati i seggi tradizionali e non i soli 9700 seggi sparsi spesso in luoghi misteriosi ed ancor più spesso posizionati sotto improbabili gazebo (questo passava il convento) la partecipazione sarebbe stata ancora più elevata (non so di quanto). E meno male che abbiamo incappato in una splendida giornata di sole perchè altrimenti le file sotto l'acqua difficilmente si sarebbero potute reggere. In sostanza io sono convinto che si è trattato di una straordinaria mobilitazione.

Quanto ai segnali ed alle interpretazioni.
Non voglio guardare ai sondaggi e voglio darti una mia impressione basata sul "contatto" con quelle 2640 persone che sono venute a votare da noi:

  • vogliamo mandare a casa Berlusconi
  • vogliamo che stiate uniti e non litighiate (e ti parlo di coalizione...)
  • vogliamo poter fare riferimento a qualcuno che abbia sufficiente autorevolezza sulla coalizione (Prodi)
  • vogliamo quando ne sentiamo la necessità poter dire la nostra e partecipare alle decisioni.
Voglio anche dirti sempre in sintesi qualcosa che non so se ti piacerà. Ho la sensazione che il nostro sia un elettorato da maggioritario (che privilegia i valori unificanti della coalizione rispetto ai singoli partiti) mentre il centrodestra abbia un elettorato da proporzionale (in cui i singoli partiti rappresentano anche i singoli interessi ed egoismi). Per questo credo che l'approvazione della legge proporzionale abbia fatto da ulteriore detonatore e la partecipazione ne sia stata una risposta "politica".
Per questo dopo aver osteggiato e votato contro in congresso alla lista "Uniti nell'Ulivo" nell'ambito del sistema maggioritario, mi trovo ora a sostenerla con una certa convinzione nel supposto (? se ce la fanno ad approvarlo) nuovo sistema proporzionale. E' comunque una risposta unitaria con tutti i suoi limiti e le sue ambiguità. Non penso che questa possa portare poi all'unificazione in un singolo partito. Esiste un tema quello della "laicità dello stato" che in questa fase politica sta risultando dirimente e su cui DS e Margherita manterranno, suppongo, una forte connotazione identitaria. Un conto è una lista elettorale unitaria, un conto un partito unico, e poi rispetto a questo ognuno potrà poi fare le proprie scelte. Del resto guarda le cose da matematico (negando la tesi e ragionando per assurdo). Pensi che il quadro sarebbe stato migliore se i partiti non avessero dato alcun segnale nel "dopo primarie"...

Quanto alle primarie come strumento di partecipazione. qui la questione si fa ancora più complessa. Sino a qualche anno fa le primarie sono state non uno strumento di partecipazione ma una via di fuga dei partiti quando non erano in grado di produrre una decisione. Cito l'infausto caso di Bologna (quando vinse poi Guazzaloca) e il fausto caso pugliese, dove comunque la percentuale al voto è stata nettamente inferiore a questa ultima. Questo per quanto riguarda quelle che tu chiami primarie per posizioni individuali. Quanto alle primarie di lista che nascono essenzialmente nella Regione Toscana, per quanto ne posso capire hanno semplicemente origine nell'indebolimento della struttura dei partiti. Da anni osserviamo "mobilitazioni" crescenti, più che in quelle politiche, nelle occasioni amministrative per la conquista di seggi, con la formazione di comitati elettorali ed il dispiego, specie a livello regionale, di mezzi economici sempre più "insostenibili". Chi nei Ds ha cercato di opporsi al proliferare di tali comitati elettorali ne è stato piuttosto emarginato ed alla fine il bubbone è esploso con il "caso Melani". Le primarie di lista sono state una discutibile risposta a tutto ciò, hanno semplicemente ridotto la platea dei votanti e conseguentemente la formazione dei comitati e, sopratutto, il dispendio economico. Personalmente le ritengo una risposta sbagliata ad un problema reale per uno stato di debolezza complessivo. Anche in questo caso le code ai seggi mi hanno però fatto riflettere sulla domanda di partecipazione che da queste si esprimeva.
C'è in sostanza a mio avviso una notevole distanza fra le cause (spesso non nobili) che hanno portato alle primarie e i risultati, sempre sinora, oltre le aspettative e forieri di messaggi dell'elettorato e domanda di partecipazione crescente. Per questo credo che si debba pretendere, se si vuole continuare su questa strada, una progressiva "messa a norma" con tutti i problemi e i limiti del caso.
Le primarie sono state per me, come ti ho detto, un fatto straordinario ma pensare ad esse come al pieno compimento di una "nuova forma di partecipazione democratica" sarebbe invece un gravissimo errore. Su questo ti vorrei rimandare ad un articolo scritto da Luca Raffini sul nostro mensile on-line Corto Maltese. Te lo allego, lo condivido in larghissima parte e penso che lo troverai interessante. Su Corto Maltese, ( www.dsisolotto.it ) puoi trovare anche altri contributi con varie opinioni a confronto. Colgo l'occasione tra l'altro per chiederti, quando mi vorrai inviare altri contributi scritti, se io possa inserirli fra le opinioni all'interno dei prossimi numeri. Il prossimo in particolare dovrebbe uscire verso la fine di Novembre. Fammi sapere. per ora un cordiale saluto. a presto Leonardo

Risposta di Mario Monforte

Caro Alberto,
è un po' che non ci sentiamo né vediamo; tuttavia, a proposito del tuo intervento rispetto alle primarie, ti voglio mettere a conoscenza del fatto che - prima dell'evento - io avevo assunto una precisa presa di posizione (contraria, con valutazione negativa) - e ti allego il file con il testo che avevo fatto "girare" (ora non mi ricordo se l'avevo inviato anche a te, o se tale invio mi era sfuggito) -, e mantengo questa posizione anche dopo l'evento, la cui riuscita non considero affatto positiva, se non per il fatto (del resto scontato) che una "fetta" notevole del popolo "di sinistra" ha voluto dimostrare che non ne può più di Berlusconi & Co., ed è questo che l'ha portata ad accorrere ai seggi; per il resto, anche con ciò se ne ribadisce la subalternità rispetto e alle forme della politica, e al leaderismo scatenato, e a questa imitazione americanistica, e a questa riduzione della democrazia, nel poco discernimento di giudizio (riguardo a questi figuri del centrosinistra, Prodi compreso, che peraltro non è poi fra i peggiori - ma in relativo, rispetto ad altri).

Situazione problematica, in cui andrebbe davvero fatto qualcosa di "altro".

Ma fatti vivo, e spero che si abbia occasione di riparlarne.

Ciao,

Mario
Creato da mariaricciardig
Ultima modifica 2006-03-15 23:05

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