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Il discorso tenuto dal Presidente dell'ANM Ciro Riviezzo in occasione dell'assemblea dell'ANM a Roma il 25 giugno 2005

 La magistratura italiana si trova ancora una volta riunita per esporre le ragioni di un dissenso profondo rispetto ad una proposta di legge sull'ordinamento giudiziario che riteniamo sbagliata, irrazionale, per larghi versi incostituzionale. In questo, la voce della magistratura non è isolata, come qualcuno vorrebbe far credere. Ad essa, si unisce quella di gran parte della cultura giuridica, con la quale da anni stiamo portando avanti questa battaglia di ragionevolezza.

I rilievi del capo dello Stato

La proposta all'esame del Parlamento, pur con l'emendamento approvato dal Senato, non risponde nemmeno ai rilievi contenuti nel messaggio del Capo dello Stato. Non rispetta, innanzitutto, il senso profondo del messaggio del Presidente. Un filo rosso collega i quattro rilievi, ed è il rispetto dell'autonomia ed indipendenza della magistratura rispetto ai poteri del Ministro e comunque all'erosione dei poteri del CSM. E' lo stesso impianto della riforma che in tal modo è stato messo in discussione. Una riforma che proprio questo si propone, e cioè limitare i poteri di autonomia del CSM e l'indipendenza dei singoli magistrati. Per fare un esempio, lo spirito del messaggio presidenziale, in realtà, mette in crisi anche la stessa struttura della Scuola, proprio in quanto esterna al CSM. Ma, in particolare, la proposta è ancora in contrasto su almeno tre dei quattro punti segnalati: a) il sistema dei concorsi. Il Presidente nel suo messaggio afferma che L'invasione della sfera di competenza riservata al Consiglio è particolarmente evidente nell'ipotesi in cui i candidati siano stati esclusi nell'ambito delle predette procedure. Infatti, allorché manchino il favorevole giudizio conseguito presso la Scuola superiore o la positiva valutazione nel concorso da parte della commissione, il Consiglio non può neppure prendere in considerazione la posizione del candidato escluso. Bene, anzi male, questo punto non è stato modificato nell'emendamento, e quindi resta inalterata la palese incostituzionalità del testo. Ma anche il sistema emendato ridimensiona i poteri del CSM, che restano di fatto vincolati alle valutazioni di organi ad esso esterni. b) il potere di impugnazione del Ministro delle delibere del CSM in materia di incarichi direttivi. Nel messaggio del Presidente, citando la Corte Costituzionale, si dice con chiarezza che nei rapporti tra Consiglio e Ministro in materia di conferimento di incarichi direttivi, non vi può essere che questione di conflitto di attribuzioni. Non c'è spazio per altro genere di contrasti. Quindi, la norma che continua a prevedere la possibilità di ricorso alla giustizia amministrativa, sia pure con la pilatesca formula "fuori dei casi di conflitto di attribuzioni", resta incostituzionale. c) La Relazione del Ministro alle Camere. Anche su questo punto, seppure formalmente adeguato al rispetto dell'art. 110 Cost. , resta la pericolosità di elusioni debordanti alla valutazione di merito dell'attività giudiziaria o a inammissibili direttive in materia di giurisdizione.

Gli altri aspetti di incostituzionalità

Ma nella proposta vi sono altri aspetti di illegittimità costituzionale, diversi da quelli di "palese incostituzionalità" segnalati dal Capo dello Stato. Il sistema disciplinare, che incide sulla libertà di manifestazione del pensiero del magistrato e sull'essenza stessa del suo essere magistrato, e cioè l'interpretazione della legge. La gerarchizzazione degli uffici del PM, che prefigura una dipendenza dall'esecutivo. La gerarchizzazione degli stessi giudici, con la costruzione di un sistema piramidale, che vede al suo vertice la Corte di Cassazione che, invece del suo ruolo nomofilattico, assume quasi un compito organizzativo e di cooptazione, attraverso la presenza massiccia di consiglieri di cassazione nella Scuola e nelle commissioni esterne al CSM. In realtà, il recupero del sistema degli esami per le promozioni e l'assegnazione degli incarichi direttivi (invece di privilegiare il vissuto giudiziario), il ruolo della Cassazione, i rapporti tra magistratura e Ministro della Giustizia non fanno altro che riportare indietro di decenni l'ordinamento giudiziario, al sistema pre-costituzionale, che era stato smantellato proprio dalle riforme che lo hanno adeguato al dettato della Costituzione. Non hanno inventato nulla, vogliono solo riportare la giustizia ad un'organizzazione che non tiene conto dei valori costituzionali. C'è la sostanziale separazione delle carriere di giudici e PM, perché decidere definitivamente dopo cinque anni di carriera se essere per sempre giudice o PM, senza alcuna possibilità di passaggio tra una funzione e l'altra, significa di fatto separare le carriere. E non manchiamo mai di sottolineare come questa scelta sia profondamente sbagliata, prefigura anch'essa una inevitabile evoluzione verso la dipendenza del PM dall'esecutivo, è comunque pericolosa per la cultura della giurisdizione che deve permeare anche la funzione del PM. I test psico-attitudinali: proprio un recente episodio, in cui questi test sono stati richiamati dal Ministro Castelli a sproposito e in modo offensivo per un valoroso collega, la cui colpa era stata quella di esprimere le proprie idee, dimostra qual è l'intento che muove i proponenti di questa previsione: selezionare i futuri magistrati sulla base della loro conformità ad un sistema di idee prestabilito. Prestigiose associazioni di esperti del settore hanno dimostrato l'ingenuità - ed uso un eufemismo - della pretesa di valutazione predittiva psicologico-psichiatrica del futuro magistrato, in ragione di più cogenti criteri metodologici, che impediscono la costruzione di griglie riduttive attendibili, atte a testare funzioni così complesse, che coinvolgono ideali, motivazioni, passioni, interessi, come se si trattasse di mere capacità oggettivamente standardizzabili.

Una riforma sbagliata e ingestibile

Insieme a questi profili che incidono sull'impostazione di fondo della contro-riforma, abbiamo segnalato e continuiamo a farlo, gravissimi problemi di ingestibilità e impraticabilità delle disposizioni che si intende approvare. Vedete, negli incontri che abbiamo avuto con le forze politiche in questi mesi, abbiamo sempre sottolineato questo punto: siamo contrari all'impianto di fondo della riforma, che è per larghi versi incostituzionale, ma comunque, quand'anche non si condividessero queste nostre critiche, si prenda almeno atto che il sistema prefigurato non può funzionare, presenza aspetti di irrazionalità che bloccheranno l'autogoverno, almeno fin quando la Corte Costituzionale interverrà per spazzare via la maggior parte di queste norme. Con gravissimo danno per l'organizzazione degli uffici, e, in ultima analisi, con riflessi negativi per l'andamento dei processi e per la loro già interminabile durata. Quindi, una riforma che non solo non interessa la gente - e di ciò sembra essere consapevole lo stesso Ministro - ma che si rivelerà dannosa sotto vari profili. Abbiamo dimostrato, numeri alla mano, come sia balzana questa idea di un giovane uditore costretto sin dall'inizio della carriera a scegliere se ricoprire il ruolo di PM o giudice, e che poi, per il gioco casuale delle vacanze dei posti, può trovarsi a fare per tutta la vita la funzione che non preferiva. Oppure quanto sia macchinoso, costoso, inefficiente, oltre che sbagliato nella sua impostazione, il sistema dei concorsi, che sceglie sulla base di un esame teorico piuttosto che della concreta esperienza giudiziaria. L'obbligatorietà dell'azione disciplinare avrà effetti di intasamento del sistema: l'apertura di un numero enorme di procedimenti, per fatti che nella massima parte dei casi finiranno con una pronuncia di archiviazione, può oltretutto ritardare la carriera del magistrato, ed incidere sulla sua serenità. Insomma, il sistema dell'autogoverno rischia di restare bloccato per anni su ogni singola scelta.

Il metodo adottato

Accanto a questi profili di merito, c'è un problema di metodo: il Ministro Castelli dice che su questa riforma si discute da quattro anni, e che è il tempo delle decisioni. In realtà, di questa riforma non si è mai discusso, si è andati avanti a colpi di maxi-emendamenti (formula legislativa che il Capo dello Stato non ha mancato di censurare nel suo Messaggio alle Camere), blindature, voti di fiducia, contingentamento dei tempi. Il Parlamento non ha potuto occuparsi nel dettaglio delle singole disposizioni, correggere errori, discutere di questo o quell'aspetto. E' stato posto sempre di fronte alla necessità di accettare un prodotto pre-confezionato e modificato, di volta in volta, - ed anzi peggiorato - da decisioni prese in altre sedi. Eppure si tratta di una riforma complessa, su cui sarebbe stato necessario un dibattito ampio, con la partecipazione di giuristi, costituzionalisti, magistrati, operatori del diritto in genere. Nulla di tutto questo. Nel corso dei lavori parlamentari, per una scelta pregiudiziale, gli emendamenti presentati dall'opposizione, ma anche da esponenti della stessa maggioranza, non sono stati neppure presi in considerazione. Ogni parola di ragionevolezza, ogni richiamo al buon senso, ogni proposta alternativa, sono state considerate delle minacce all'esistenza stessa della riforma, come se fosse impossibile discuterne. L'ANM, in particolare, è stata presentata - e lo viene tuttora - all'opinione pubblica come corporativa, chiusa a qualsiasi ipotesi di riforma. Nulla di più falso. Abbiamo presentato articolate proposte alternative su tutti gli aspetti che tocca la contro-riforma. Dalla separazione delle funzioni al disciplinare, alle verifiche periodiche di professionalità, al sistema di accesso alle diverse funzioni, ed in particolare a quelle di legittimità. Proposte innovative, spesso più severe di quelle contenute nella proposta governativa, e che però avevano il difetto agli occhi di qualcuno di essere rigorosamente conformi ai principi della Carta Costituzionale. Quella Carta che tutto il mondo ci invidia, e che invece oggi si vuole stravolgere. Il risultato è una riforma che, a dire dello stesso Ministro Castelli, presenta aspetti di incostituzionalità che andranno vagliati dalla Corte, una riforma non entusiasmante, secondo altri autorevoli esponenti del Governo. Ed allora, perché approvarla? Perché provocare al Paese, che non la merita, questa ulteriore lacerazione istituzionale? Perché continuare ad affossare il sistema giudiziario? Perché non concentrarsi sull'efficienza della giustizia, sul come ridurre i tempi dei processi, sul come rispondere al bisogno delle imprese di una giustizia affidabile, in una parola sul come tutelare i diritti dei cittadini? Se a queste domande non c'è risposta, come non c'è risposta, allora la magistratura ha il dovere istituzionale di non rassegnarsi di fronte ad una proposta irrazionale e incostituzionale. Di esprimere il proprio fermo dissenso oggi di fronte alla proposta di legge delega. Ma anche domani, a legge eventualmente approvata, chiederemo che non si dia corso alla delega, come tante volte è accaduto in passato; comunque, che gli eventuali decreti delegati siano conformi al dato costituzionale ed alla delega; e se non saranno tali, sarà la Corte Costituzionale a dirimere i contrasti tra organi dello Stato, e a tutelare i singoli nelle controversie che dovessero essere proposte. Nessuno si illuda: la magistratura italiana farà fino in fondo il proprio dovere a difesa dei valori costituzionali, rispettosa del giuramento che ciascuno di noi ha pronunciato.

Creato da mariaricciardig
Ultima modifica 2006-03-15 23:05

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