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Sabato 11 novembre a Roma
di: Andrea Bagni

Sabato 11 novembre a Roma fuori del teatro Vittoria, macchine dappertutto che anche solo girare è un problema. Parcheggiare un incubo. Però uno entra in teatro e capisce che di quelli che sono lì nessuno ha lasciato l´auto in seconda fila... In teatro c´è la società civile, che aspetta con pazienza che si cominci « in discreto ritardo» perché le abitudini romane hanno ritmi meridionali. E non è che non ci siano le passioni, tutt´altro, sono quasi incandescenti. Ma sono passioni politiche ed etiche che parlano di un´altra Italia e già un po´ la praticano nelle relazioni. È un´Italia che vive il disastro e cerca di resistervi, che sente l´urgenza di cambiare ed è esigente. Vede chiaramente che questa sensibilità è tutt´altro che diffusa nella rappresentanza politica e si domanda che fare.

Perché uno dei nodi della giornata è quello della rappresentanza. Un po´ come il pubblico delle Iene, si vorrebbe ridere della miseria dei «politici» ignoranti interrogati, ma non ci riesce più di tanto perché la farsa sfiora troppo da vicino la tragedia nelle vicende italiane di questi anni. E allora ci si domanda che fare in questa separazione, di questa separazione...

Una parte significativa della platea sta di sicuro con Paolo Flores d´Arcais quando dice dal palco che non si può più rinnovare la fiducia e la delega a questa classe politica in nome del ricatto che altrimenti torna Berlusconi. Per certi versi è «ottimista» perché sostiene che in fondo l´Europa ci protegge da un nuovo fascismo e poi non si può fare politica sotto ricatto, non si può sempre scegliere il meno peggio - la depressione alla fine ucciderebbe tutto... Occorre dire a questo centrosinistra, tutti a casa se non fate ciò per cui vi abbiamo votato. Applausi convinti.

Una parte però sta con Pancho Pardi, quando legge come troppo pessimistica questa visione della situazione, non perché la classe politica del centrosinistra non sia effettivamente disastrosa, ma nel senso che si può fare qualcosa di più che non votare per loro alle elezioni. Si può votare per noi, ritirare la delega non per aspettare que se vayan todos, ma per agirla in proprio finalmente, facendosi noi «classe politica » capace di rappresentare senza giochetti, pasticci e mediazioni di palazzo, quell´Italia che non ne può più dell´anomalia italiana. Rita Borsellino poi ha aggiunto - mi pare - nella risposta a Flores un ulteriore elemento. Non si tratta solo di farci noi rappresentanza politica nuova, passando dall´altra parte della soglia ma lasciando quella soglia intatta. Si tratta di far vivere nella società e poi nella sfera della politica istituzionale un´esperienza politica diversa. Capace anche di coinvolgere nel processo le vecchie forze politiche - ma per una storia nuova. Personalmente sono rimasto colpito soprattutto dal racconto di Rita. Una esperienza collettiva che può essere narrata dall´interno perché nasce da passioni, speranze, pratiche diffuse e vissute. Insomma ci ho sentito l´idea che la politica può ancora essere una pratica collettiva, l´uscire dai casini «insieme» di cui parlava don Milani, che mette in scena la polis - non solo elettori orfani da una parte e future liste adottive dall´altra.
Secondo me bisogna guardare bene dentro quel disastro che a Roma si portava nel cuore e nell´anima, per capire da dove nasce e cosa interroga di noi.

L´anomalia italiana infatti non è solo opera della «mediocrazia» di Berlusconi e dei suoi dipendenti-famigli, trova radici profonde nella società, ha a che vedere con la crisi della democrazia rappresentativa in tutto il mondo - in particolare come strumento di trasformazione nella crisi degli stati-nazione, quando la società dello spettacolo festeggia dominante l´anima nera della società dei proprietari. Il berlusconismo racconta l´autobiografia di una nazione nella quale la destra ha sempre avuto un volto inguardabile. E forse ci chiede di scommettere sulla presenza di anticorpi all´altezza del disastro. In parte fatti della resistenza degli antichi corpi (i nostri, non sempre proprio giovanissimi) - in parte anche della presenza creativa di nuovi. Nuovi corpi intermedi, diversi da quelli che abbiamo conosciuto nel novecento: partiti orientati a gestire il conflitto nella sfera dello stato, attraverso organizzazione, gerarchia, disciplina, selezione dei gruppi dirigenti e un radicamento da misurare con tessere e voti. Forme politiche fluide, fatte di una rete di associazionismo volontariato movimenti. Di una geografia di luoghi pubblici in cui stare, senza troppa fretta di avere delle sintesi o delle sigle da proporre. E animati proprio di corpi femminili e maschili (meglio se femminili, perché è il femminismo in Italia che ha inventato altre forme del politico), in modo che sia finalmente possibile portare se stessi e se stesse interamente nella sfera della politica. E del conflitto.

Per certi versi a me sembra che la nostra storia nasca da Genova, oltre che da Piazza S. Giovanni. Dalla società civile che sa essere anche società politica, almeno nel senso che non ha bisogno di essere rappresentata dai partiti per produrre senso. A Genova giornalisti, avvocati, professori, medici, infermieri, film-maker stavano in piazza con le loro «competenze professionali» di fronte a istituzioni politiche che si annullavano nel loro volto militare, spostando il conflitto nel campo distruttivo della forza (dove avrebbe vinto comunque i ministri di polizia, anche solo rendendo simile a sé i loro antagonisti).
A me sembra che abbiamo imparato in questi anni che «resistere è creare», inventare altro altrove. Che oltre a fare barricate conta liberare territori e costruire repubbliche fatte di relazioni civili e politiche. Lo stato di diritto non è solo garanzia del rispetto di certe regole politiche fondamentali : è il rispetto di regole che garantiscono il fare politica. Di fondo. Fare società, fare polis.

Berlusconi a me pare venga dal disastro di una spoliticizzazione di massa, dalla crisi di senso collettivo e di spazi pubblici. Forza Italia vince nel 1994 a Mirafiori.
Nella solitudine globale dei cittadini la rete delle televisioni è l´unico legame che tiene insieme individui soli, tristi, impauriti dalla giungla competitiva alla quale si vedono destinati; pronti a sfogare la loro rabbia su qualcuno o su qualcosa, in cerca di un surrogato fittizio alla perdita di radici nei miti del «sangue e suolo» (riletto come «padroni a casa nostra»), nel fondamentalismo che reinventa il sacro da barzelletta nella commercializzazione universale che avanza. Berlusconi è espressione di questa Italia, che ha riprodotto su scala allargata. Ne è uscito un modello neofeudale e insieme aziendalistico di politica, che rimette al centro la fedeltà al signore, il vincolo personale e il beneficium privato. A parte la cialtroneria, è qualcosa da prendere molto sul serio: una forma moderna di potere nella scomposizione sociale che la trasformazione della società e del lavoro ha determinato. Il postfordismo ha liberato sempre più le braccia dalla catena ma ha imprigionato sempre più le teste nel lavoro :che ti porti a casa nel computer, che non ti lascia mai libera l´anima e la mente. Se non altro perché il lavoro non è più sicuro, si è fatto volatile, prezioso, incerto, continuamente da inseguire. Quella di oggi è la generazione del precariato assoluto, delle relazioni sociali saltate. Tutte le biografie sono esplose, bisogna navigare in mare aperto; qualcuno ci vede la festa della creatività sociale, ma è l´incubo dell´insicurezza e della precarietà. Perché sia festa bisogna inventare nuovi diritti e garanzie.
In questo quadro mi sembra cresca l´idea di affidarsi a un nome, a un volto, a un prodotto dello scaffale politico di Porta a Porta, da scegliere per i prossimi cinque anni delegandogli tutto. Poi casomai si potrà cambiarlo se ha deluso le aspettative del «pubblico» acquirente. Insomma a me pare che nel precariato, nel sapere messo al lavoro (senza elaborazione creativa, senza relazioni collettive e identità), nell´epoca delle «passioni tristi» cresca un modello di rappresentanza populistica che poi è anche quello di Bush: affidamento a chi vende fondamenti sacri, identità forti, guerre giuste, speranze e sogni. Facili. Alla fine «non trovando ciò che si desidera ci si accontenta di desiderare ciò che si trova», come aveva già scritto Débord.

Non basta allora aggiungere un prodotto pulito allo scaffale dell´offerta televisiva. Non basta se la forma resta quella dell´acquisto - sarebbe vissuta come l´aggiunta al casino di un´altra ennesima sigletta.
La «cittadinanza libera» se fosse somma di cittadini isolati e soli, per quanto critici, sarebbe condannata al mugugno che accompagna sempre tristemente i regimi. Invece dovremmo partire da noi, dall´atmosfera di Roma, dai desideri che in Italia abbiamo sentito intorno in questi anni e che non trovano spesso possibilità d´espressione. Avere la capacità di essere attivi prima di tutto orizzontalmente aprendo spazi pubblici nuovi per costruire un tessuto e una rete. Per me nel racconto di Rita Borsellino conta quasi più l´esperienza narrata, il percorso, il processo costruito, che il suo esito finale. Conta più il viaggio e il navigare che l´arrivare a Itaca...

Insomma lo sguardo «verticale» che cerca uno sbocco nella politica delle istituzioni potrebbe essere felicemente intrecciato con un lavoro «sotto» le istituzioni che costruisce repubbliche e agorà condivise. Case comuni di parole e pratiche. Luoghi perfino di felicità, capaci di parlare ai giovani lontani dal linguaggio della politica tradizionale - sempre connotata dal paradigma transitivo che ha come obiettivo qualcosa da ottenere poi, con la conquista del governo o del potere, di cui occorre possedere la tecnica. Nodi di un arcipelago che può indurre frane nell´architettura ingessata dei palazzi.

A Roma ci poteva anche essere la malinconia di cui alcuni hanno scritto: si parlava da dentro un disastro. Ma c´era anche la sensazione che si può scommettere su soggetti e soggettività nuove che desiderano e inventano una nuova politica, fatta non più solo di masse o di classi o di elettorato: fatta di singolarità che portano nella sfera pubblica la loro intera esistenza, radicale ma mai minoritaria - come in fondo è accaduto con il movimento per la pace, con le bandiere arcobaleno alle finestre per lasciare il proprio segno nella città e nel mondo. Insomma si può puntare su una risposta che si sposta dalla scena della devastazione italiana di questi anni, ma che proprio perché costruisce altrove è capace di essere all´altezza della crisi politica e civile.

Se non si difende con radicalità la polis, è difficile salvare la politica. Ed esistere in certe forme è già una forma di resistenza. Si accetta volentieri di non trovare parcheggio.

Creato da mariaricciardig
Ultima modifica 2006-11-20 18:51



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