di: Giuseppe Racioppi
Tali affermazioni hanno l’amaro sapore dell’ipocrisia. Come si fa a dire in maniera convinta una cosa del genere essendo parte di un sistema che proprio in nome delle leggi del danaro continua a non voler vedere le violenze che ogni secondo si consumano in giro per il mondo, non solo oggi, non solo in Tibet. Questi signori non hanno credibilità, ed infatti ben poca cosa è stata questa reazione, non mi risulta che nessun passo concreto delle nostre Istituzioni abbia seguito le chiacchiere.
Tutto questo mi ha fatto tornare alla mente una lettera che qualche tempo fa avevo proposto a diversi giornali, con la speranza che potesse prendere piede, sui mezzi di informazione, un dibattito serio sul rapporto economia-diritti umani, magari spinto da una iniziativa di qualche autorevole testata, di qualche autorevole firma.
In questa mia lettera si parlava della Russia e di una sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo capitata proprio nei giorni in cui due delle nostre aziende più grandi siglavano patti importanti con la Gazprom e acquisivano parti della Yukos sottratta a Mikhail Khodorkovsky le cui vicende sono un esempio lampante della democrazia che oggi si respira in Russia.
La lettera prendeva spunto da un caso pratico ed attuale, anche uno dei meno eclatanti se si vuole, per cercare di scardinare quella ipocrisia diffusa per la quale tutti i «Leader» oggi parlano di Diritti Umani rimanendo però sempre drammaticamente asserviti alle logiche di un sistema economico malato che domina in maniera criminale le dinamiche del nostro mondo. E che ci rende tutti complici delle violenze che in tantissime parti del mondo si compiono ai danni di innocenti senza voce, violenze che proprio alla fonte di tali logiche si nutrono e crescono.
Ripropongo ai lettori di Liberacittadinanza quella lettera credo mai letta da nessuno, perché rimango convinto che oggi questo tema vada riproposto con forza, con drammatica urgenza. Il rapporto uomo-economia-futuro deve essere oggi alla base di un qualunque progetto politico serio, ed il fatto che sia invece sostanzialmente assente dimostra la cortomiranza della nostra povera politica.
La speranza è sempre che questi argomenti possano far breccia, possano irrompere nella discussione pubblica. In questo senso allora il Tibet e le sue vicende potrebbero essere l’occasione per alzare la testa, per estendere il discorso, per capire come cambiare direzione.
TESTO DELLA LETTERA GIA’ INVIATA A DIVERSE TESTATE, MAI PUBBLICATA
Cito testualmente dal sito www.peacereporter.it:
«Pochi giorni fa, la Corte europea per i diritti dell’uomo ha finalmente reso giustizia a Zura Bitieva: l’attivista pacifista cecena trucidata nel 2003 assieme alla sua famiglia dalle forze speciali russe come punizione per aver sporto denuncia alla stessa Corte di Strasburgo in merito ai maltrattamenti subiti durante la sua detenzione, nel 2000, nel famigerato campo di concentramento russo di Chernokozovo. Il tribunale ha riconosciuto le autorità russe colpevoli di violazione della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (in particolare, degli articoli che garantiscono «il diritto alla vita», «il diritto a strumenti efficaci per la difesa», «il divieto di torturare» e «il diritto alla libertà e all’inviolabilità della persona»), obbligando Mosca a pagare 85 mila euro di risarcimento per danni morali a Lisa Bitieva, la figlia della donna».
Tralasciando il discutibile risarcimento, vorrei concentrarmi sulla sentenza di colpevolezza e sulle relative motivazioni, pesantissime. Praticamente un timbro d'ufficialità alle notizie sempre più gravi, sempre più frequenti di violazioni dei diritti umani da parte delle autorità russe.
Mi vengono allora in mente i recenti accordi di Eni con Gazprom, le acquisizioni da parte della stessa Eni e di Enel di alcune parti della Yukos, le entusiastiche dichiarazioni con cui le nostre istituzioni hanno accolto questi «successi». E nel frattempo la sentenza della Corte Europea per i Diritti Umani passava nel più assoluto silenzio.
E' lo specchio della distanza che c’è tra la nostra società profondamente basata sul principio «gli affari sono affari, (e di fronte ad essi tutto si piega, anche la dignità dell’uomo)», ed una civiltà in cui viga il principio contrario, e cioè «il diritto dell’uomo in quanto tale è sacro (e a chi lo viola non può essere riconosciuta dignità di controparte)».
Ma io credo che in fondo, se ci contiamo, non siamo così pochi a credere che il principio elementare secondo cui le persone vengono prima degli affari possa affermarsi qui, in questo nostro mondo.
Ed è per questo che mi rivolgo al vostro giornale, perchè possa dare voce a questo principio, soprattutto verso tutte quelle testate che pubblicano pagine intere sul fatto che la stessa ENI ha vietato la giacca e la cravatta nel nome di una nuova attenzione verso l'ambiente ma che tacciono la desolazione di accordi economici che sanciscono la supremazia del denaro e del profitto sull'uomo. E poi verso le istituzioni, sempre più serve di questa logica.
Mi rendo conto che ci sono casi molto più eclatanti intorno a noi che testimoniano queste tristi dinamiche. Ma proprio per questo scrivo, perchè si possa trovare insieme il modo, l'iniziativa giusta, per cominciare ad imporre l'idea che non tutto può essere concesso in nome del denaro.
