di: Massimiliano Perna - ilmegafono.org
Alla vigilia di un voto, nell’imminenza di un appuntamento cruciale per il futuro del nostro paese, avrei voluto scrivere di elezioni, commentare il clima politico che le precede, le accompagna; invece, in me, così come nell’intera redazione di questo settimanale, esiste un codice etico e morale che impone di dare spazio a ciò che la generalità degli organi della cosiddetta «informazione ufficiale» sceglie di tacere, di nascondere, assegnando erroneamente all’avvenimento un valore minimo, un significato minuscolo rispetto ai grandi temi del giorno.
Quando finisce una vita c’è chi si ferma a riflettere, mentre il mondo continua a girare, come se niente fosse, ma ci sono momenti in cui il mondo gira ancora più velocemente, con una maggiore indifferenza, secondo una scala di valutazione del valore umano che è preoccupante ed ingiusta. Nella tarda serata di domenica, a Padova, un cittadino marocchino di circa 30 anni, non ancora identificato, è annegato nelle acque gelide del fiume Bacchiglione, dove si era probabilmente tuffato per sfuggire alla spedizione punitiva di quattro uomini del luogo. Questa almeno è la ricostruzione fatta dalle forze dell’ordine.
Origine della vicenda: un uomo esce da una pizzeria, nota un tale che rovista dentro la propria auto, cerca di avvicinarlo per cacciarlo via, il ladro scappa in bicicletta. Fin qui niente di strano, una scena che chissà quante volte si vive quotidianamente in ogni quartiere. Peccato, però, che in Veneto ci sia chi è convinto di potersi fare giustizia da solo, magari sulla base dei proclami da «duri» che la Lega e le altre forze xenofobe ogni giorno fanno, sia attraverso i mass media che attraverso manifesti, volantini e quant’altro.
Così accade che l’impavido giustiziere decida di iniziare una vera e propria caccia all’uomo, o meglio all’immigrato, coinvolgendo in questo suo progetto altri tre amici. Partono le ricerche, così si riesce a trovare il cittadino marocchino che cammina lungo l’argine del fiume. Secondo la ricostruzione dei fatti, i quattro circondano la vittima, che, spaventata, per sfuggire ad un sicuro linciaggio o pestaggio si tuffa in acqua, senza più riemergere. Tornerà in superficie successivamente e verrà portato a riva, senza vita, dai Vigili del fuoco, avvisati da un testimone.
Una vicenda drammatica, un vile atto di razzismo, perpetrato ai danni di un uomo che aveva solo la colpa di essere straniero. Già, perché si può affermare con certezza che, se a rovistare nell’auto vi fosse stato un padovano, un veneto o un italiano di qualunque altra parte, la caccia all’uomo non sarebbe mai iniziata; magari ci sarebbe stato un alterco davanti all’auto o una decisa «cacciata», ma mai nessuno si sarebbe sognato di andare a stanare il ladro e punirlo.
Poiché il colore e l’accento erano indizi della provenienza del nordafricano, scappato non appena scoperto a rubare, allora è scattata la molla del razzismo, dello spirito identitario, la logica della «ronda», della giustizia fai da te. Perché a chi è straniero, specialmente se africano, arabo, europeo dell’Est o asiatico, bisogna far capire le regole, con le buone ma soprattutto con le cattive. Prima regola non rubare, perché rubare è un reato gravissimo, che, nello Stato che per primo disse no alla pena di morte, può costarti la vita.
Una vita, oggi, in Italia, vale meno di un autoradio, di un portafogli, di una banconota, di una macchina, di qualunque bene materiale. Il giovane immigrato ha conosciuto a sue spese la ferocia degli italiani, quelli che votano Lega e che vogliono innamorarsi di nuovo del fascismo, delle sue logiche crude, dei suoi uomini dall’aspetto duro, ma solo con chi è più debole di loro. Ed ha conosciuto anche un’altra anomalia italiana: il comportamento ignobile dei media, sempre più lontani da un atteggiamento equo, da un principio di verità che dovrebbe guidarli ed ispirarli.
Qualche agenzia striminzita, un breve articolo sul Corriere, uno sul Messaggero, qualche altro su uno o due quotidiani e portali locali, un servizio sul Tg3: nessuno di questi soggetti affronta la vicenda in maniera corretta. Il tg3 dà la notizia, racconta il fatto, ma, invece di dire qualcosa sul comportamento ignobile dei quattro giustizieri padovani, preferisce raccontare che il marocchino era stato già controllato dalla polizia nelle scorse settimane, in quanto era stato visto bazzicare in zona.
Le agenzie, così come i giornali che le riportano, parlano dell’accaduto e si concentrano poi sul fatto che la vittima era già nota alle forze dell’ordine e avesse diversi «alias», oltre ad informarci sul fatto che la Procura e gli inquirenti stanno lavorando per capire bene cosa sia esattamente avvenuto su quell’argine e per identificare l’annegato.
Il colpo più basso, però, lo riserva Il Messaggero dell’8 aprile: dopo aver raccontato dell’annegamento, come aveva già fatto in un altro articolo del giorno precedente, il giornalista costruisce tutto il suo pezzo sul fatto che non si sono riscontrati segni di violenza sul corpo della vittima, affermando che ciò scagiona i giustizieri padovani. Secondo la linea del giornalista del Messaggero, dunque, il marocchino «si era gettato forse per cercare una via di fuga o forse per paura, e nei giovani che lo inseguivano non c’erano spinte razziste, solo la volontà di bloccare quello che consideravano un ladro». Dopodiché, per avvalorare tale tesi, il giornalista lascia spazio alle dichiarazioni dell’assessore comunale alla Polizia Municipale, tale Marco Carrai, che parla di «tragedia spropositata», scagionando subito, prima ancora che le indagini si compiano, i suoi concittadini: «La mia impressione è che l’hanno colto sul fatto e hanno avuto la reazione naturale di bloccarlo. Mi pare una tragedia spropositata rispetto a quello che era successo». Quindi aggiunge che anche se l’inseguimento fosse stato opera della polizia probabilmente sarebbe finito così.
Infine, l’assessore si sposta sul tema della sicurezza: «Siamo di fronte a tante persone che rubacchiano dappertutto e quindi i cittadini si sentono insicuri. Quando a qualcuno capita di essere protagonista di un fatto del genere tende istintivamente a reagire. Credo sia stata una reazione istintiva». Certamente, perché anche quando è vittima di un atto ignobile, lo straniero in qualche modo va riportato sul piano della colpevolezza, lo stesso identico atteggiamento che in tanti mostrano nei confronti delle donne di fronte agli stupri, quando si sostiene che «in fondo se la vanno a cercare», perché si vestono in modo provocante e tornano imprudentemente tardi la notte.
Quante volte ho sentito queste parole, questo modo crudele di colpevolizzare la vittima e «salvare» il carnefice. Ma l’abile penna del Messaggero non demorde, non si ferma, prosegue con la sua oscena violazione della verità e del codice deontologico della sua categoria. Decide, infatti, di dare voce anche ai protagonisti dell’inseguimento culminato in tragedia: «Sono stati gli stessi ragazzi- scrive l’autore del pezzo- ad avvertire il 113 quando si sono accorti che l’uomo stava annaspando nell’acqua.
Niente, insomma, che possa far pensare che durante la fuga ci siano stati momenti di contatto tra il marocchino e gli inseguitori. Agli investigatori, i giovani che per primi sarebbero intervenuti vicino all’auto avrebbero detto di essersi trovati di fronte un uomo che puzzava di alcol; uno di loro ha raccontato di aver avuto paura di essere colpito. Poi, il sospetto ladro si è allontanato in bici e la decisione di cercarlo assieme ad altri amici; l’incontro vicino al fiume Bacchiglione e infine il tragico epilogo».
Giovani scagionati, dunque, il buon nome dell’Italia è salvo: i nostri concittadini sono «brave persone», le loro parole sono sacre. Il giornalista del Messaggero ne è convinto, quindi dobbiamo credergli. D’altra parte sono stati i giustizieri per una notte a raccontargli tutta la vicenda, parlando anche dello stato di ebbrezza del marocchino, che ovviamente non potrà mai smentirli.
Una pagina tragica e vergognosa, imbarazzante soprattutto per chi, come me, scrive sui giornali da più di dieci anni. La menzogna riprodotta con incredibile faccia tosta, usata strumentalmente per nascondere la verità sotto le acque putride di un fiume, per negare che la società italiana è lontanissima dalla sua tanto decantata tradizione umanitaria e solidale.
Purtroppo, l’Italia è una nazione razzista, profondamente chiusa e destinata a marcire ed incancrenire nel suo bigotto atteggiamento di isolamento morale e culturale. Almeno fino a quando non cambierà la politica e gli xenofobi della poltrona e della penna saranno messi da parte.
