di: Massimo Luciani
Flores d´Arcais nel dibattito su Micromega 9/06 (Caro Nanni, cari tutti..) e 10/06 (Possiamo ancora votarli?) con esponenti dei vari movimenti, mi pare che individui inizialmente due problemi alla base della nostra incapacità di riforma politica, quello sul «minoritarismo» dei movimenti, la logica cioè esclusivista con cui opera e si muove ogni gruppo e quello della rinuncia ad una «immaginazione» e innovazione democratica.
Il primo punto è sicuramente vero, a fronte di un qualunquismo e noia civica, estremamente diffusi, i pochi gruppi attivi (se visti nel complesso della società siamo pochini � escluse naturalmente le grandi manifestazioni) hanno coltivato si può dire più il proprio orticello che uno spazio comune (e infatti, per dirla con Pellizzetti, il networking non basta. Le nostre istanze hanno destato interesse per il loro contenuto radicale, ma non sono state prese in considerazione perché non sostenute organicamente a più voci.
Motivo di fondo che probabilmente ci ha spinto a frammentarci, è stato l´avere diverse radici culturali sulle quali ognuno di noi avrebbe voluto impiantare il nuovo, entro certi limiti di intransigenza. Ci è mancata dunque quell´apertura e quel distacco critico, che pure tanto sbandieriamo, verso il nostro passato ma anche presente, nel quale tale matrice culturale si ripropone.
E forse l´immaginazione democratica, doveva esercitarsi in primo luogo proprio sulla necessità di condivisione e sintesi tra i diversi gruppi e quindi proprio sulla necessità di questo distacco critico. Atteggiamento che ha riguardato ogni individuo (perché nei movimenti siamo sempre più individui che pensano autonomamente, piuttosto che individuo collettivo che pensa insieme) e che ha fallito o non si è sviluppato concretamente individualmente e successivamente in comune.
Certo immaginazione democratica significa trovare anche forme organizzative alternative a quelle tradizionali indicate come concause della deriva democratica dei partiti e delle istituzioni. E in questo senso, il concetto della partecipazione è forse il concetto prioritario, ma che è difficile da attuare, da un lato proprio per l´ostacolo costituito dalle elitè recalcitranti dall´altro per la mancanza di una vera società civile che non solo sia capace di partecipare, ma che sia anche partecipante. La partecipazione come strumento della cittadinanza di controllo della politica, potrebbe essere efficace, ma richiede un senso civico diffuso, che invece non riscontriamo, o che riscontriamo solo o più spesso se si tocca il proprio piccolo mondo materiale di valori.
Quindi se da un lato rimane ancora (ancora una conferma) aperta la necessità di una attività e azione volti alla crescita civile e culturale del Paese e non solo (necessità che attiene d´altra parte allo sviluppo umano ed al suo progresso), e qui è importante quanto diceva Dario Fo, sulla importanza dell´informazione, intesa proprio come in-formazione, come costruzione di coscienza civica, capitolo che ha molteplici aspetti e nodi complessi da considerare, anche nel «quotidiano movimento» (ad esempio il livello culturale e informativo, l´efficacia dei mezzi e della forma espressiva, il costo dell´informazione...), dall´altro si apre la questione practica della politica quella che risponde alla domanda, si ma nel frattempo che facciamo? Cosa risolviamo? Questo il livello che chiama i movimenti, qualsiasi sia il loro stato di evoluzione sociale, a mettere in pratica ciò che nella auto-riflessione critica emerge e che chiama inevitabilmente chi ha preso coscienza del problema, a trovare e praticare materialmente una soluzione.
Qui si fa più dolente il punto sulle forme organizzative, punto nel quale le nostre idealità si scontrano con una realtà affatto paradisiaca e capace di ospitarle (gli stessi partiti). Punto nel quale siamo costretti noi stessi a venire a compromesso con il sistema che idealmente vorremmo combattere. Ed è qui che nasce nella nostra mente l´idea della de-costruzione e la convinzione di poterci riuscire usando gli stessi metodi politici «purificati» però della loro parte che produce l´anomalia. Ed è una convinzione che spesso porta a risultati eccellenti, ma che non può essere presa come modello, perché fondamentalmente poggia sul livello di indistruttibilità della coscienza morale di chi pratica questo percorso, ed è quindi a carattere fortemente soggettivo e perciò rischioso (l´esperienza stessa d´altro canto, ci ha indotto a scartare l´ipotesi della formazione di nuovi partiti o di occupazione del potere).
Ma questo non dovrebbe spingerci ad abbandonare ogni ipotesi di intervento nella vita politica, anzi forse è esattamente il contrario, forse dovremmo usare ogni strumento a nostra disposizione, anche quelli tradizionali (purché e quanto meno «purificati»), senza tuttavia essere mai convinti sulla loro unicità, ma avendo ogni volta attenzione affinché tolgano potere a chi lo detiene saldamente e non lo vuole cedere (il potere incatenato deve diventare potere libero). Pertanto vanno bene le primarie, va bene anche contribuire alla vita politica delle basi dei partiti (la de-costruzione del loro apparato, parte dal piccolo), vanno bene i referendum, le petizioni, le proposte di legge di iniziativa popolare, va bene la progettualità partecipata, vanno bene anche gli «idioti utili» (la cui prima funzione è rompere le palle), va bene ogni mobilitazione civica su tutti i temi, purché non ci sia sopra il cappello strumentale dei Partiti, evitare ogni moltiplicazione di apparato e quindi moltiplicazione partitica e privilegiare la costituzione di liste civiche a tempo determinato e a geometria variabile. Questo è l´impegno pratico primario, oltre all´informazione di base, che tocca a quei beati costruttori di socialità critica (come li chiama Marco Revelli), oppure a quei nuovi monaci politici e sociali, che non possiamo che essere noi. Questo è l´impegno che ci coinvolge insieme a de-strutturare l´anomalia esistente, a togliere progressivamente, il combustibile che l´alimenta, ma anche a immaginare continuamente l´alternativa, inteso non come un fine, un punto di arrivo, ma un´altra tappa essenziale nello sviluppo umano.
Occorre pertanto in questo percorso sia individuare le autentiche radicalità, lasciando da parte le radicalità illusorie e secondarie, sia approntare un dialogo tra le diverse componenti, quella reciprocità attiva, che si sviluppa sia nell´agire quotidiano di ciascuno, ma che ha anche bisogno di un luogo o di un momento fisico aggregativo, dove possa trovare e manifestarsi in maniera sintetica. Perché l´esperienza del Palavobis o del Forum sociale, hanno mostrato pur nei loro limiti, la capacità di far convergere l´insieme delle problematiche esistenti in unico corpo politico e sociale condiviso ma al tempo stesso dinamico ed eterogeneo. E´ chiaro non dovrà essere il luogo di riproduzione del sistema..., nemmeno l´anticamera di un futuro partito. Anzi la prima questione da affrontare, proprio per togliere ogni dubbio, è proprio questa (come conclude anche Giulio Marcon), fare (o rifare) una analisi critica della forma partito e chiuderne dove e come i battenti, archiviarne cioè l´esperienza come fallimentare o comunque dalla funzione controversa e quindi inaffidabile...
