di: Narciso Dirindin - Torino
Dopo alcuni anni mi trasferii a Torino, per frequentare l´università, ma anche, forse soprattutto, per frequentare la mitica «scuola della classe operaia» nella città culla del comunismo.
Potrei dire che furono anni difficili, come lo furono per molti comunisti, anni di sacrifici, di rinunce, di privazioni, di stenti, di repressioni, di occasioni avute e perdute in nome dei propri principi ed ideali.
Ed invece no! Furono anni bellissimi di grandi passioni, emozioni, entusiasmi, anni in cui pensavo- pensavamo che un mondo migliore fosse possibile, che questo mondo sarebbe cambiato, che saremmo stati capaci di cambiarlo.
Passarono quasi vent´anni e alcuni di coloro che avevano non poco contribuito alle mie scelte ed alla mia formazione, di coloro con i quali avevo percorso lunghi tratti di strada mi spiegarono che avevamo sbagliato tutto o meglio io avevo sbagliato tutto.
Loro si erano iscritti al PCI per combattere il comunismo (Piero Fassino), si erano iscritti (Veltroni) non al PCI ma al partito di Berlinguer (facendone scempio alla memoria) o avevano da sempre conosciuto l´incompatibilità esistente tra comunismo e democrazia (come recentemente sostenuto da Iginio Ariemma, in quegli anni segretario della federazione torinese).
Ovviamente poiché loro avevano capito tutto, anziché ritirarsi dignitosamente e dedicarsi alla meditazione politica e personale, allo studio, sì forse ogni tanto studiare serve, con impareggiabile faccia tosta e assoluta mancanza di dignità (quanto a coerenza ovviamente manco a parlarne) si riproponevano, ancora e sempre loro, come il futuro della politica, come il nuovo (sic!) che avanza.
La cosa (in ogni senso del termine) non mi convinceva.
Non feci scelte di rottura, semplicemente, orfano di me stesso e del mio passato, non aderii a nessuna delle nuove formazioni che nascevano. Parlai, come ovvio, con molti compagni dai quali venivo a riprese tirato per la giacchetta.
A quelli, come Fabio Mussi, che mi invitavano a rimanere perché nel nuovo partito avrei trovato spazio, collocazione alle mie idee, ai miei ideali, perché anche con il mio contributo avremmo costruito una grande formazione di sinistra, democratica, progressista, pacifista ecc. ecc. presentavo le mie forti perplessità che ciò sarebbe potuto accadere, che non ci sarebbero stati gli spazi, le condizioni, le possibilità per realizzare un simile progetto.
Passarono altri vent´anni e, devo dire che, purtroppo, avevo ragione io.
Peccato che ci abbiano impiegato così tanto tempo a capirlo.
Io, nel mio piccolo, l´avevo già capito vent´anni fa.
Ma la storia si ripete.
Ora che finalmente lo hanno capito e che quindi per la seconda volta nella loro vita hanno sbagliato tutto, uno pensa: ora chiederanno scusa, toglieranno il disturbo, si ritireranno in un qualche convento.
Invece no! Ci risiamo!
Ancora una volta hanno l´indecenza di proporsi come il futuro della sinistra, come coloro che possono salvare la politica, e con essa il paese, dallo squallore nel quale si trova.
E´ possibile, mi domando, che nessuno si chieda quale credibilità possano avere coloro che si presentano con cotanto curriculum. E poiché vi garantisco che stupidi non sono mi sono risposto che evidentemente l´invocazione di una nuova sinistra da parte di chi ha contribuito ad affossare quella vecchia serve strategicamente ad impedire il giudizio sulle responsabilità del passato.
