di: Citto Leotta - Liberacittadinanza
Sui motivi politici di questa decisione molto si è detto e scritto, compreso l’ipocrita pianto di coccodrillo del «compagno segretario» e del suo entourage. È di tutta evidenza che il buon Romano, coerente con i suoi codici etici e comportamentali, non poteva far altro, dopo una campagna elettorale condotta,dai vertici del PD, all’insegna della discontinuità con la precedente esperienza. Non una parola, infatti, dal «suo» partito, sui meriti (pochi,per la verità, ma indubitabili) del governo Prodi in tema di risanamento economico; non una parola sul progetto dell’Ulivo, unica vera innovazione della politica italiana degli ultimi quarant’anni, esperienza nelle quale il «nostro» WV fu al tempo entusiasta delfino e comprimario convinto, intrippato dall’eterno sogno americano di diventare il «terzo fratello» dei Kennedy ( considerando Ted una promessa mancata..).
Sottotraccia, addirittura, la velata accusa di come non doveva essere condotta la politica di governo: certo, ufficialmente la colpa è stata attribuita all’ eterogeneità della coalizione, ma forse troppo presto il nostro «formaggino» (soprannome da giovane) ha dimenticato con quale fervore, fino a non molto tempo fa, tesseva le lodi e i pregi delle diversità e delle complementarietà unite in un unico progetto. Poi la decisione, ad un tempo suicida e «parricida», di correre da soli. Allora basta. il Presidente non ci sta più a fare l’ennesima figurina Panini dell’album del piccolo Walter: Il Presidente, dopo l’Operaio, Il Padrone, La Ragazza «Ggiovane»,e le altre misere carte di un «mercante in fiera» elettorale dal disastro annunciato.. Un Presidente - orpello, decorazione di un albero di natale insopportabile e senza alcun fascino. Per quello basta (ma fino a quando ?) quell’esile fogliolina d’ulivo che, vedrete, volerà via al primo «doveroso» restyling del logo, magari in occasione delle riforme costituzionali.
E così il Professore dà all’Italia, nel giro di pochi mesi, la seconda lezione, dopo aver preteso, la «parlamentarizzazione» della scorsa crisi politica e aver rifiutato, in cambio delle dimissioni preventive e magari in diretta tv, la possibilità di uno spiraglio per eventuali inciuci post-crisi.Questo è il Prodi che ci piace, quello che avremmo sempre voluto, in ossequio alla vulgata che vuole ci fossero «due» Prodi. Quello «che vogliamo» (al tempo), capace di colpi d’ala, di pugni sul tavolo e di intuizioni geniali. Ricordiamo l’Ulivo e il pullman del ’96,il rifiuto di accordi sottobanco con la Lega durante la crisi del ’98, la fondazione dei Democratici nel ’99, il Manifesto di Bruxelles «I sogni, le scelte»nel 2003.
Accanto a questo, il Prodi reale, meditabondo, spesso politicamente timido, schiacciato dall’alto senso di responsabilità che lo contraddistingue e per tutto ciò considerato, forse in maniera esasperata, «prigioniero dei partiti».Ma i due Prodi si «fondevano» grazie a un un tratto comune: l’alto senso dello Stato, la fedeltà ai principi della Costituzione repubblicana, la laicità , il rispetto delle regole. Tutto quello che lo differenzia( c’è bisogno di ricordarlo?) dal Venditore di Tappeti che , altra cosa che è bene ricordare, solo Romano è riuscito, per due volte, a sconfiggere.Solo a pensare alle mire presidenziali del Caimano,ci vengono i brividi.E l’accostamento alla figura di Prodi, a come saprebbe onorare tale carica, appare naturale ed offensivo al tempo stesso.
A torto, da alcuni notisti politici, il pensiero prodiano è stato definito quasi di basso profilo, per dirla con Berselli « a basso tasso di idealità». Non siamo d’accordo. Chi scrive fa parte di una generazione di giovani adulti delle più diverse estrazioni politiche e sociali che negli anni 90 ha deciso il proprio impegno civile e politico grazie proprio al richiamo di Romano Prodi che, primo tra tutti, teorizzò ed evocò il diritto-dovere di un impegno diretto da parte della società civile, dandole pari dignità rispetto alle strutture organizzate dei partiti.Fu lui a teorizzare per primo che la politica nascesse «dal basso»; fu lui ad auspicare che tra i semplici cittadini dovessero essere scelte «le persone che hanno ben meritato», con pieno diritto di rappresentanza e di governo, al pari dei politici di professione anzi, di più. Nacquero così in tutt’Italia i primi Comitati Prodi (furono più di 1500), e poi il Movimento per l’Ulivo .
Certo eravamo ingenui, e anche Romano forse lo fu: eravamo convinti di poter riformare il sistema dei partiti, di farli diventare «buoni»; avremmo magari voluto che Romano si facesse forza e scudo della nostra mobilitazione, del nostro attivismo, mentre egli invece si ingessava (un po’ troppo, per le nostre aspettative) in ruoli di alta responsabilità istituzionale,in Italia e in Europa. Ma mi piace pensare, e sono certo di non sbagliarmi, che l’impegno di quegli anni fu una palestra formidabile sia per acquistare fiducia nelle potenzialità della cittadinanza attiva, sia per renderci conto della inattaccabilità del «pianeta partito».
Ci sembrò così naturale, esaurita la militanza prodiana, che il nostro impegno defluisse, quasi senza soluzione di continuità, verso l’esaltante stagione dei movimenti e dei girotondi. Insomma Romano, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere anche personalmente, e con lui Flavia, persona splendida e tenace, ha lasciato in molti di noi il segno. E crediamo che questo segno, in termini di esempio di coerenza e di rispetto delle regole, di valorizzazione dell’impegno civile e di senso dello Stato rimarrà soprattutto impresso per molto, molto tempo ancora, nella storia politica e morale del nostro Paese, almeno sino a quando non ne rappresenterà una fortunata, unica eccezione.
