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STRADE E STRAGE... ATTENZIONE ALLA "VIA RETTA"
di: Prof. Gianfranco Chicca
Sempre più oggi la via, il cammino, il passaggio o più comunemente la strada (nata per «avvicinare» e per essere un punto di incontro tra diverse civiltà) risulta essere un punto di scontro tra due diverse culture: da una parte vi sono i «rappresentanti» di un ormai diffuso modo di «vivere» con la loro disinvolta indifferenza per ogni regola che arrivano a non considerare l’«essere» (umano) come un valore (abituati continuamente all’«avere» e all’apparire, e dimenticando l’«essere»), fino al punto di «pensare» di potersi permettere tutto in modo irresponsabile senza temere per le conseguenze disastrose e tragiche delle loro azioni come se fosse un gioco.
Dall’altra, oltre agli «stessi» di prima che una volta scesi dal mezzo si ritrovano a subire senza averne memoria delle «gesta» dei loro tanti «colleghi», ci siamo tutti noi, gli «esseri»: testimoni diretti ogni giorno quando tentiamo di attraversare la strada sfiorati da autovetture lanciate a folle velocità (probabilmente per guadagnare/«avere» più tempo o un’emozione in più) che nulla sembrano temere (nè una scuola, né una carrozzina) se non a volte la punta di un ombrello che avanza «minacciosa» per la vernice del veicolo e che spesso si rivela più efficace delle stesse strisce pedonali sulle quali ci si trova per rispettare quelle regole che dovrebbero farci sentire più tutelati.
Per l’impressionante numero di tragedie che quotidianamente sconvolgono intere famiglie potremmo definirla quasi una guerra civile tra queste due culture, se non fosse che la seconda delle due parti è disarmata.
Eppure, superata l’emozione del momento relativamente all’ultima strage, riemerge in tanti una certa indifferenza dal momento che non mi sembra che vengano prese delle serie misure preventive culturali: eventualmente affidiamoci in qualche modo anche alla tecnologia se non possiamo contare sul quoziente intellettivo di quei «rappresentanti».
Riemerge quindi ogni volta un silenzio inammissibile e c’è da augurarsi che non sia significativo di una passiva accettazione di una nuova «selezione della specie».
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