di: Claudio Gandolfi, Bologna
In una vignetta pubblicata su un quotidiano la bambina chiede al padre «per accorgersi di cosa succede nel calcio c´è bisogno del morto?» ed egli le risponde «sembra che sia l ´unica cosa su cui non si può stendere la solita velina«.
Forse è così perché davanti ad un fatto eclatante e vergognoso come questo ognuno si è sentito in dovere di manifestare la propria «presa di distanza», il proprio distinguo dalla massa informe di violenza, ignoranza, ipocrisia che ruota intorno al dorato mondo del pallone; tutti a spingere per essere in prima fila nell ´elenco dei «virtuosi», politici, società calcistiche, presidenti, tifosi, allenatori, giocatori��..; da tempo infinito sentiamo tutto questo e da tempo infinito continuiamo a contare i morti dentro e fuori dallo stadio.
Ora tutti promettono l ´ennesimo «giro di vite sul calcio assassino» e tutti speriamo che questa non resti l ´ennesima morte inutile, vittima del qualunquismo e degli interessi economici che continuano a prevalere sugli interessi delle persone e dello sport pulito, come momento ludico e di puro divertimento, dentro e fuori il mondo del pallone.
Filippo Raciti aveva 38 anni ed è morto facendo il suo dovere, come tante altre persone che ogni anno muoiono nel nostro Paese di «lavoro» durante la loro giornata di lavoro; la differenza che lo ha fatto uscire dall ´anonimato sta nel fatto che era un poliziotto e che il fatto è avvenuto durante una «partita di pallone».
Se tutto questo fosse successo in un altro contesto e la vittima avesse fatto un altro lavoro l ´attenzione mediatica e della pubblica opinione sarebbe stata diversa ed anche Filippo molto probabilmente sarebbe rimasto solo un numero, una delle anonime 1300 persone (4 al giorno) che nel nostro democratico e sviluppato Paese muoiono ogni anno di lavoro.
In settimana altre persone sono morte di lavoro ma per loro non c ´è stata attenzione, non c ´è stato l ´onore della prima pagina e tutto è passato sotto silenzio come se nel nostro Paese fosse normale «morire di lavoro»; ad oggi 4 febbraio siamo a quota 94 (fonte sito www.articolo21.info) e considerato che la nostra Costituzione «riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» a Filippo Raciti, come a tanti altri, il diritto non è stato riconosciuto.
Uscire dall ´indifferenza è una responsabilità civile e sociale di tutti, ciascuno di noi dovrebbe fare la propria parte nel tentativo di limitare al massimo l ´aumento di questo numero, nel limite delle responsabilità che competono a ciascuno per mezzi e ruolo perché non è più pensabile di continuare a considerare quello dei morti sul lavoro come un costo che la nostra società deve preventivare e pagare al progresso economico; è una «vergogna» che come collettività abbiamo il dovere di cancellare.
Dietro a ciascuno di questi morti ci sono un nome, un cognome, un viso, una storia ed è un dovere «morale e civile» di tutti impegnarsi perché non restino «solo un numero» facciamo questo e Filippo Raciti non sarà morto inutilmente, grazie.
Claudio Gandolfi, Bologna
clgand@libero.it
