di: Francesco Baicchi - Liberacittadinanza
Tutti gli altri, rintanati nelle case, aspettavano il verdetto delle armi, o avevano comunque ruoli secondari.
In genere nei film vinceva il Buono, ma la storia ci insegna che nella realtà non sempre è andata così. Anzi molto spesso il duello era in realtà fra un Cattivo e uno Ancora Più Cattivo, e i buoni erano solo fra quelli inermi e nascosti, che avrebbero comunque finito per dover servire il vincitore.
Il modello elettorale americano, che tanto piace ad alcuni nostri politici, non è in fondo che la rappresentazione simbolica di quei duelli, nei quali non vince necessariamente il migliore, ma piuttosto il più furbo o il più fortunato. Nel caso delle elezioni presidenziali americane magari il più ricco, o quello che ha un parente in grado di organizzare i brogli.
Oggi c’è chi pensa che questo modo di selezionare i governanti sia la soluzione per la crisi della politica che da anni fa del nostro Paese una anomalia in Europa; e fa del bipartitismo un obiettivo in sé, magari mascherandolo ipocritamente col termine "semplificazione". Il professor Ceccanti teorizza lo schema, assegnando a priori i ruoli di protagonisti o di comparse. Così si è voluto imporre di scegliere sostanzialmente fra due duellanti che rivendicano, ognuno nel proprio campo, pieni poteri e qualche comprimario senza speranza di vittoria.
Naturalmente il sistema bipartitico può funzionare, e funziona bene in società che hanno già risolto molti dei problemi che invece in Italia ci portiamo dietro da sempre.
La condizione è che nessuno dei due contendenti metta in discussione il quadro istituzionale.
Bush e Clinton hanno avuto politiche molto diverse, ma nessuno si è permesso di mettere mano alla Costituzione degli USA, né di delegittimare la Magistratura, o di imporre la censura ai media. La stessa cosa possiamo dirla dei premier che si succedono in Gran Bretagna.
In quei Paesi è impensabile che uno dei contendenti sia l’uomo più ricco del Paese e controlli di fatto tutta l’informazione (che equivale a imporle una censura di parte).
Sarebbe come se, per continuare nella metafora del duello, uno dei due avesse una mitragliatrice, e l’altro la fionda. Ed è anche impensabile che intere regioni siano sotto il controllo della malavita organizzata (che si schiera apertamente per uno dei contendenti), invece che dello Stato, o che l’Esecutivo possa imporre la cancellazione dei reati che disturbano il capo del governo.
Nei Paesi in cui esiste il bipartitismo c’è una sinistra e una destra, che all’interno di un sistema istituzionale condiviso e che nessuno mette in discussione si alternano al potere; gli elettori scelgono i loro rappresentanti liberamente, senza il ricatto del salto nel buio costituito per qualcuno dal "comunismo" e per gli altri dalla perdita dei diritti fondamentali di giustizia, uguaglianza e solidarietà.
In Italia invece c’è chi tenta di imitarli senza creare le necessarie condizioni, ottenendo l’equivalente dei falsi Rolex in vendita a pochi euro: qualcosa di solo apparentemente simile all’originale, ma di qualità ben diversa.
La realtà è che la "semplificazione" è solo un paravento per giustificare l’arroccamento di una classe dirigente incapace di confrontarsi con la richiesta di una politica nuova e diversa nei metodi e nei valori, che nasce dalla presa di coscienza (che si diffonde negli strati più attenti e responsabili della società) dei problemi veri del terzo millennio: pace e sicurezza, ambiente, energia, penuria alimentare, negazione in larga parte della Terra dei più elementari diritti umani e civili. Tutti problemi che richiedono nuovi modelli di sviluppo, che solo gruppi dirigenti in grado di essere realmente rappresentativi e di ottenere la fiducia degli elettori possono affrontare nelle società ricche, che devono porsi il problema di ripensare il loro modello di consumi.
Allora l’obiettivo delle nostre oligarchie è divenuto la difesa delle posizioni di controllo delle singole aree politiche, in una guerra fratricida che favorisce coscientemente l’avversario piuttosto che accettare il ridimensionamento all’interno del proprio schieramento. Siamo tornati a un classico latino: “Meglio essere il primo in uno sperduto paese che il secondo a Roma”. Meglio perdere e rimanere segretari del partito che far vincere un concorrente a noi vicino?
Il discredito sull’operato del governo Prodi, venuto anche dal suo partito, e che la sola Franca Rame ha giustamente denunciato, sembra confermare questa disarmante constatazione. E probabilmente è anche costato molto in termini elettorali.
Allora no, questo bipartitismo che finge di ignorare il rischio permanente di esiti eversivi e anticostituzionali (se addirittura non li dà per scontati) non ci serve.
Ci serve invece la presenza di una forza politica che possa rappresentare una nuova concezione dell’essere sinistra all’interno del quadro istituzionale democratico, che sappia dare una risposta alla richiesta di nuovi obiettivi, nuovi metodi di partecipazione, nuove facce. E che ora non c’è, e non c’era nemmeno fino al 13 aprile.
Una cosa buona c’era nei duelli dei film: il perdente usciva di scena definitivamente. Rimanendo nella metafora questa sarebbe una soluzione da imitare, come solo Boselli e Bertinotti hanno fatto. Ma credo che questo sarà l’aspetto meno imitato del "modello americano".
