di: Andrea Bagni
A casa mia ancora si ricordano il giorno che sono tornato dalla manifestazione del novembre 2002 a Firenze per il social forum europeo. Una festa mai vista in città, una gioia da bambini, occhi che brillavano dappertutto. Una felicità politica difficile da raccontare. Era stata tutta la settimana per noi fiorentini strepitosa: l´affacciarsi inatteso di un possibile mondo comune, pieno di differenze ma vivaci, allegre e con una serena disponibilità alla ricerca collettiva. Verrebbe da dire un senso di fratellanza - ma bisognerebbe dire sorellanza, perché quasi tutto veniva dalle donne (meno che i leader naturalmente). Io poi incontravo un sacco di giovani che non vedevo da una vita fuori della scuola e fuori dai giardinetti delle loro company. Non era una cosa da militanti, era un´esperienza straordinaria per gente normale, per ragazze e ragazzi che avevano i desideri delle ragazze e dei ragazzi � tutt´altro che animati da quello spirito di sacrificio che sembra la regola per partecipare a certe iniziative culturali o politiche. La tradizione del farsi il culo oggi per vincere domani e cambiare il mondo dopodomani. Dal potere. E sì che io avevo lavorato nelle settimane precedenti in un gruppo che diversi giovani li avevi fatti presto scappare. Uno mi raccontava, Sono andato con quelli che preparavano la città, porta a porta, alla manifestazione. Mi hanno chiesto da dove venivo, che vita facciamo noi della scuola, che ci piace fare fuori, come stiamo. Insomma mi hanno accolto per quello che sono � voi mi spiegavate l´universo, ma l´universo resta lontano se è una spiegazione, e se è tutto nero uno si scoraggia e basta. Erano giorni da università popolare, ma non da pedagogia di avanguardie.
Adesso mi pare che quella esperienza sia stata � aldilà dell´enfasi un po´ romantica in cui mi è facile cadere con i ricordi � il segno un´altra possibilità nella crisi della politica. La possibilità che nella destrutturazione dei soggetti del novecento altre soggettività crescano, magari precarie ma colte e antagoniste, anche se in altri linguaggi. Il materiale e immaginario del capitalismo mette al lavoro le menti - che però meno pensano e meglio è. E rende tutta la vita oscuro oggetto del desiderio produttivo. Mercato. Chi vende le merci oggi nemmeno le fa vedere: vende uno stile di vita, un modello culturale, un linguaggio. Nelle campagne elettorali televisive i volti si comprano ogni cinque anni come i prodotti su uno scaffale, con la data di scadenza e la promessa che si possono cambiare se insoddisfatti � ma per un prodotto concorrente, cioè che accetta la stessa forma della politica. Commerciale.
Quella politica esistenziale dell´esserci, dell´incontrarsi, del lasciare il proprio segno nella città, magari con il gesto semplice ma diffuso e contagioso delle bandiere alle finestre, a me è sembrata una risposta all´altezza del disastro. L´unica risposta possibile al berlusconismo. Altrettanto antropologica. Mi pareva una democrazia di comunità splendidamente nomadi e radicate. Con radici interamente politiche, in un certo senso «artificiali», ma nel senso che hanno a che vedere con la propria dimensione comunicativa, inventiva, creativa.
A me pare che il punto di vista da assumere per ragionare su oggi resti questo: non quello dello nocciolo duro, dei militanti, delle certezze senza mediazioni possibili � quello delle risonanze, dell´eco che i movimenti hanno riprodotto dentro le vite «normali» di chi vive il disastro della polis e soffre la solitudine anche dentro i supermercati luccicanti. Almeno un po´ di solitudine. È il punto di vista di chi non cerca subito la sintesi, ma accetta anche di stare con le domande aperte, in una geografia di luoghi in cui incontrarsi, stipulare accordi, negoziazioni, mediazioni. Un punto di vista dialogico in uno spazio pubblico. Il luogo di una radicalità non minoritaria, larga. Direi anche il luogo di uno stile, forma di comunicazione accessibile e decente, respiro collettivo di una comunità. Gentile.
La crisi della rappresentanza la conosciamo da un pezzo. Direi che i movimenti ci sono cresciuti dentro, senza nemmeno bisogno di dirselo. Una di quelle cose che si sanno dalla nascita. Ma i movimenti di questi anni, come quello di Vicenza mi sembra, non chiedevano la tradizionale rappresentanza novecentesca � almeno nel senso di rispecchiamento, di trovare qualche sigla o qualche eroe che ripete pari pari i tuoi slogan in parlamento. Che ti rappresenta con il voto, come se fosse sempre quello il momento politico significativo. Salvifico. I luoghi sono diversi e non è che uno sia la verità dell´altro. A me piacerebbe che chi lavora nelle istituzioni lavorasse perché si aprano contraddizioni e spazi, spiragli, per una pratica politica viva nella società. Una rappresentanza non tanto del movimento (spesso impossibile, spesso sterile) ma per il movimento. Poi toccherà a noi nella società vedere se riusciamo a combinare qualcosa di vitale e creativo. Magari a partire dai luoghi vicini, dagli spazi ravvicinati delle comunità che sperimentano la difesa della propria terra � ma come cultura generale di un altro rapporto con lo sviluppo e l´economia. Mi domando se una «vittoria del movimento» sull´Afghanistan con la caduta del governo Prodi ci avrebbe aiutato in questo lavoro, e penso che forse si dovrebbe ragionare sul sospiro di sollievo anche di Revelli per la rinascita del Prodi, quello dei dodici chiodi. Indicare giustamente come fa Marco il nodo teorico fondamentale della rappresentanza, e poi dire solo ai rappresentanti al vostro posto non ci so stare, mi pare un po´ pochino.
Io per me, almeno nelle fasi in cui ho un po´ di ottimismo da spendere, dico che bisognerebbe starci - perché poi la dimensione orizzontale della politica nella società, della politica prima come l´ha chiamata Luisa Muraro, non è per nulla autosufficiente né autoprotetta - anche se è capace di autorappresentarsi. Le decisioni istituzionali arrivano e cambiano le città, il mondo in cui viviamo, ci segnano dentro. Però ci si dovrebbe stare con lo stile nuovo di cui ha scritto Paul Ginsborg. Sapendo anche che i delusi del governo Prodi forse non sono poi tantissimi, perché non erano tantissimi ad aspettarsi gran che. Il disincanto è l´altra faccia (nella società) della separatezza della politica istituzionale. Può fare male, perché allontana e chiude nel proprio piccolo mondo. Però ha anche un versante positivo: non conta solo quanto otteniamo, quanto vinciamo, quanto portiamo a casa. Conta quello che facciamo fuori e come lo stiamo facendo. La qualità sociale del conflitto politico, che è anche la qualità politica del conflitto sociale. Non tutto dipende dai palazzi, nessuno si aspetta di guardare «Porta a porta» e battere le mani, di restare telespettatore ed essere felice. Si chiede di poter essere, esistere, agire in spazi comunicativi non militarizzati né di banale mercato politico, in cui costruire relazioni. Resistere e creare. E però non sarebbe male, aiuterebbe, guardare ogni tanto verso l´alto senza trovare un coperchio retorico e burocratico che pesa come il cielo basso e greve di Baudelaire.
Forse non è bene smettere di provare, anche se poi non ce la facciamo. E se non sarà possibile, pazienza. Anzi, pace.
