di: Piero Ricca
"Chi divide la morale dalla politica, o dall'economia, dice sciocchezze e contribuisce a portare il paese al disastro. Fra le cause della crisi argentina ci sono anche evasione fiscale e corruzione elevate a regola. Quando la corruzione diventa sistema, fracassa l'economia e travolge gli stessi corruttori".
Paolo Sylos Labini, recentemente scomparso, è l'autore di tale monito, che propongo a Marco Arnone, economista con esperienze internazionali, co-autore insieme a Eleni Iliopulos del saggio "La corruzione costa" (edito da Vita e Pensiero), per aprire la seguente intervista sui temi della corruzione.
Dr. Arnone, in Italia la corruzione è diventata sistema?
E' sistema in alcuni settori, come probabilmente quello edilizio, o degli appalti pubblici; in generale è diffusa; e quindi rende moltissime persone moralmente "complici". Prendiamo, ad esempio, il caso in cui ad un funzionario viene chiesto di fare qualcosa di illecito; se si oppone forse viene isolato e forse deve rinunciare alla carriera, ma se non si oppone diviene complice; questo funzionario non denuncerà altri fatti illeciti che vedrà attorno a sé anche quando non sarà coinvolto, perché è ricattabile e perché dovrà ammettere il proprio errore (e probabilmente pagarlo).
Come viene vista l'Italia all'estero?
L'Italia viene giudicata inaffidabile: non solo perché c'è corruzione diffusa, ma perché troppi italiani ritengono che sia una cosa normale. Ovviamente è facile trovare esempi specifici di corruzione anche all'estero (dove per "estero" intendo paesi nella nostra sfera culturale, Europa, Nord America), ma sono casi isolati e soprattutto non accettati dalla pubblica opinione, questa è una profonda differenza. Il penultimo governatore della Bundesbank, per esempio, è stato costretto a dimettersi per aver accettato un capodanno in albergo pagato da una banca.
Quali fatti allarmano di più?
Gli indicatori più oggettivi dal punto di vista di un osservatore estero sono dati dai processi a carico di personaggi pubblici: se anche non arrivano a condanne, mettono in luce relazioni talmente sporche e comportamenti talmente indegni (si pensi ad esempio a quello pseudo-conte, ricercato in Svizzera, del caso Telekom Serbia, conosciuto del presidente della Commissione d'inchiesta), che dovrebbero portare a dimissioni immediate.
Il pio Fazio non aiuta la reputazione nazionale.
Oggi il caso più grave è certamente quello degli scandali finanziari che coinvolgono banche (BPI) e imprese (Cirio e Parmalat). Il caso BPI-Banca d'Italia è di una gravità inimmaginabile. Il fatto che il governatore e i funzionari abbiano accettato regali costosissimi da quelli che avrebbero dovuto supervisionare è inaccettabile. E non si rendono neanche conto che hanno un obbligo morale di dimettersi. Le frasi dette al telefono dal governatore e moglie a Fiorani avrebbero richiesto anch'esse le dimissioni immediate.
Quali responsabilità ha il governo?
Da due anni si attende una legge di riforma della governance (cosiddetta "legge sul risparmio"), e ancora non si vede nulla. Se è vero che la BdI è indipendente per la politica monetaria, questo non c'entra con la supervisione bancaria: se il governatore è così attaccato alla sua poltrona da trascinare nel fango la Banca d'Italia, un governo serio dovrebbe immediatamente trasferire le competenze sulla supervisione bancaria ad un'altra istituzione, ed eventualmente crearla apposta, come sul modello della Financial Sector Authority britannica. Prendiamo esempio da istituzioni serie e non restiamo attaccati ai nomi: se la Banca d'Italia è diventata inaffidabile, esse diviene un ostacolo al buon funzionamento del mercato bancario e deve essere sostituita.
Dalla Fazieide - come spesso accade in casi simili - emergono anche figure di funzionari onesti, inascoltati.
Ai funzionari che hanno fatto il proprio dovere e hanno dato un parere che sapevano contrario a quello del governatore, va tutto il mio apprezzamento; se Fazio rimane governatore, sono pronto a scommettere che la loro carriera in BdI è finita e verranno ostracizzati e messi da parte. Fossi in loro, me ne andrei per non buttare via un patrimonio di competenze che in altre istituzioni verrebbe valorizzate meglio. La responsabilità morale e operativa di questo impoverimento della BdI - che è un costo per tutto il paese - è del governatore. Il quale passerà alla storia non solo per essere stato molto al di sotto dei suoi predecessori, ma anche per aver completamente distrutto la credibilità e l'autorevolezza della BdI.
Nel vostro saggio analizzate i "costi" della corruzione. Può farne una sintetica rassegna? E qualche esempio concreto?
- Mancato gettito tributario
- Investimenti mancati dall'estero
- Investimenti mal diretti internamente
- Perdita di competenze manageriali e intellettuali
- Incertezza del diritto (che grava sui cittadini, sui lavoratori, sui risparmiatori e sulle imprese: l'incertezza costa! Come insegnano i mercati finanziari).
Un esempio concreto?
La fuga dei ricercatori costa moltissimo al paese, in termini di mancata crescita nei settori a più alto valore aggiunto, come l'high tech.
In quale rapporto stanno corruzione e criminalità organizzata?
La corruzione è molto facilitata da una classe politica mediocre, soprattutto nel mezzogiorno, che media troppe risorse, seleziona altri mediocri e crea dipendenza degli operatori socio-economici dalle proprie scelte, o è incapace di opporsi a operatori sporchi. La diffusa corruzione e la criminalità organizzata sono fenomeni interconnessi ma distinti. La corruzione è un terreno fertile per la mafia (e le altre organizzazioni), ma si innesta soprattutto nella debolezza del tessuto politico meridionale e in questo ha trovato sponda in cambio di voti; si pensi ad Andreotti, che non poteva non sapere cosa facevano i suoi loschi figuri nella Sicilia da cui traeva voti. Perché non ha dato al prefetto Dalla Chiesa quei poteri che pochi giorni dopo il suo omicidio furono dati al successore? Questa è responsabilità politica (non necessariamente penale) ed è più che sufficiente ad esprimere un duro giudizio di condanna politica e morale. La criminalità organizzata si deve combattere e certamente si potrebbe sconfiggere se la politica italiana fosse seria in proposito. Ma non vedo segni in questa direzione.
Quali riforme a suo giudizio sono necessarie per tenere sotto controllo la corruzione?
Meno risorse mediate dai politici, meno discrezionalità nella pubblica amministrazione e più risorse private gestite dai privati. Sarebbe come togliere l'ossigeno sia a parte della criminalità organizzata che a parte della burocrazia (e delle imprese ad essa connesse). Inoltre occorre migliorare la selezione della pubblica amministrazione e del personale politico. Perché per diventare medici occorrono non meno di dieci anni di studio, mentre per guidare un paese si può anche essere dei grandi asini? I danni che fanno i politici non sono minori di quelli che farebbe un medico mediocre.
La corruzione è anche correlata alla libertà e al pluralismo dell'informazione. In che modo?
Nel nostro libro facciamo vedere chiaramente che paesi con maggiore informazione sono anche quelli con minore corruzione. Maggiore corruzione significa minor disponibilità dei cittadini a esigere comportamenti etici da parte dei politici, degli amministratori, dalle imprese, e quindi anche dai giornalisti. I quali a loro volta non ritengono essenziale l'autonomia professionale dai gruppi di potere per essere credibili.
Parliamo un momento del "codice etico" per il ceto politico, proposto proprio dal Sylos Labini. Ha studiato il problema, che idea ne ha?
Un codice etico richiede standard ben superiori rispetto alla commissione di reati. Sarebbe utile, ma solo se fosse davvero condiviso e avesse forza vincolante, senza intervento della magistratura. Come si può parlare seriamente di codice etico fra i politici quando dal presidente del consiglio al presidente della regione Sicilia, passando per ex ministri della difesa e il governatore della BdI, mostrano fastidio per comportamenti etici e trattano le istituzioni come fossero "cosa loro"? A mio avviso il paese è a livelli troppo bassi per pensare seriamente ad un codice etico. Sarebbe invece utile un meccanismo di selezione dei politici meno favorevole ai mediocri, e che costringesse ad una vera formazione chi si candida a guidare il paese.
Alla base c'è dunque un problema culturale.
A livello di politici, c'è una enorme impreparazione all'attività politica. E' come se uno si improvvisasse direttore d'orchestra senza conoscere la partitura: per quanto brava sia l'orchestra, a poco a poco vengono fuori errori sempre maggiori. In società avanzate e sempre più integrate, un seria preparazione politica sarebbe essenziale. A livello di società, il livello culturale del paese è decisamente basso: solo il 10% della popolazione ha una laurea, e il 55% ha la terza media o la quinta elementare; in termini moderni, ciò significa essere analfabeti e poco abituati al pensiero astratto. Nel mondo moderno dove le "teste" devono contare sempre di più, questo significa restare indietro e non essere capaci di comprendere le complesse relazioni fra istituzioni, economia, scienza, etica, cultura e società. Si pensi alle riforme costituzionali, alle scelte economiche relative ai mercati finanziari e al risparmio, alla ricerca (e alla sconsolante situazione dell' università, che sulla ricerca al momento è in coma). In questo contesto - in cui si può raccontare che l'Economist è un giornale comunista (che equivale a dire che gli asini volano) - "Mani pulite" è raccontata per l'ennesima volta come viene raccontata la storia del mondo sottosopra: i magistrati vengono criminalizzati e il ministro della giustizia guida l'attacco - operativo e quindi efficace - sul piano della gestione quotidiana.
Presentando il vostro libro, David Lane dell'Economist ha detto: "Questo libro non sarà un best seller, difficilmente il dottor Vespa inviterà gli autori nel suo salotto". Alludeva all'autocensura dell'informazione rispetto a temi scabrosi. Come sta andando il libro e quale accoglienza sta avendo?
Il libro sta andando bene. Se molti dei libri sul tema non vendono tanto, questo indica mancanza di interesse nella comunità, mancanza di percezione che la corruzione diffusa è un problema morale ed economico serissimo; questo ci dà una misura del livello di moralità del paese, almeno di quella che riguarda la sfera pubblica. Dall'altro lato, l'autocensura dei media - soprattutto TV - è a dir poco spaventosa: ciascun gruppo al potere ha considerato la Rai come "cosa propria", instrumentum regni. Peraltro, il concetto di giornalismo autonomo (stile Bbc) difficilmente viene in mente alla gran parte degli stessi gionalisti; se non sanno cos'e', difficilmente possono chiederlo. Come vede, ci sono responsabilità diffuse. Ma questo non vuol dire non poter far nulla: anche chi sa di aver sbagliato può contribuire: non è indispensabile essere "senza peccato", ma di riconoscere l'errore e cambiare comportamento. Se aspettiamo di essere "perfetti" per fare qualcosa non faremo mai nulla! E questo è il meccanismo (psicologico, oltre che sociale) che tiene immerse nel fango tantissime persone che probabilmente avrebbero desiderio di migliorare.
Le sembra che nel mondo economico italiano ci sia una reale volontà di cambiamento, all'insegna della trasparenza e della autentica concorrenza?
Anche se ci sono segni positivi, sono troppo isolati; in generale, temo di no. E' invece possibile che un cambiamento venga imposto dalla gravità dell'arretramento economico del paese. Oggi corruzione, illegalità diffusa, analfabetismo, e mediocrità della politica significano competitività in crollo, fuga dei "cervelli", mancanza di alta tecnologia e - se questo è il trend - redditi in declino e aumento della povertà.
