di: Pietro Ricca
Di seguito una sintesi dell'intervento tenuto dal procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli, all'inaugurazione dell'anno giudiziario, sabato 28 gennaio 2006.
Premetto che la mia presenza in questa Assemblea è dettata solo da dovere istituzionale. Condivido infatti pienamente, nel metodo e nei contenuti, la posizione dell'Associazione nazionale magistrati, che ha deciso di disertare la cerimonia.
La Relazione - quest'anno - non spetta più al Procuratore Generale, ma al Presidente della Corte d'Appello. E' uno dei pochi aspetti positivi della riforma dell'ordinamento giudiziario. E' giusto infatti che a parlare sia il giudice. Anche perché il Procuratore Generale diventa così più libero di dire...
Il mio intervento si articolerà su due punti: la situazione organizzativa della giustizia e l'attacco all'esercizio indipendente della giurisdizione.
La situazione organizzativa
Sul quotidiano "Il Giornale" del 7 ottobre 2002 , rispondendo ad una domanda impertinente se non provocatoria ( "Un ingegnere - ministro della giustizia, è però un cavolo a merenda"), il Ministro Castelli osservò che si trattava di un "Argomento mistificatorio dovuto ad ignoranza della Costituzione. Il Guardasigilli non deve fare codici e pandette, ma garantire il servizio". Risposta ineccepibile, conforme al dettato dell'articolo 110 Costituzione. Però, fin dall'inizio della legislatura il Ministro aveva proclamato al CSM che era inutile investire risorse in un sistema che non funziona e aveva annunziato che non avrebbe fornito ulteriori mezzi alla macchina giudiziaria prima della riforma dell'ordinamento. Detto fatto: per cui alla fine sono venuti a mancare finanche beni e strutture elementari (dalla carta per le fotocopie, alla benzina, ai fondi per la fonoregistrazione delle udienze..). E oggi la giustizia, nel nostro paese, è al collasso.
Due esempi
Due soli esempi, fra i tantissimi che purtroppo si potrebbero fare.
1
La legge 31.07.2005, n. 155 (Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale) ha vietato l'impiego degli ufficiali delle sezioni di P.G. delle Procure come PM nei dibattimenti e per la notificazione di atti. Ne è derivato il rallentamento e in taluni casi la paralisi dell'attività dibattimentale, cui seguiranno il ridimensionamento delle attività di indagine, l'aumento delle pendenze sia avanti alle Procure della Repubblica che avanti ai Tribunali e ai Giudici di Pace, la successiva prescrizione di numerosi reati: in definitiva, ulteriori disfunzioni del servizio giustizia. Tutto prevedibile, tant'è che il Governo assunse (seduta n. 666 del 30 luglio 2005 della Camera dei deputati - ordine del giorno n. 9/604/20) l'impegno di "emanare disposizioni dirette a scongiurare il rischio che l'applicazione (delle nuove norme) possa dar adito a nullità processuali e comunque al rallentamento dei processi penali". Ebbene, niente è stato fatto .
E' vero che i gravi problemi posti dal terrorismo devono essere affrontati con comune assunzione di responsabilità, ma francamente non si vede come le sezioni di P.G. costituite presso le Procure possano davvero contribuire a rendere più capillare ed efficace l'attività di prevenzione di atti terroristici. In ogni caso, va detto che le conseguenze derivanti dalla legge citata, in punto efficienza del servizio giustizia e durata dei processi, non potranno essere fatte ricadere sui magistrati.
2
Il secondo esempio riguarda un'emergenza che proprio in queste ore va facendosi sempre più drammatica. Si tratta della situazione di generale sofferenza delle strutture informatiche. Ne sono letteralmente piene le cronache di questi giorni, per cui posso limitarmi a qualche cenno. La legge finanziaria del 2006 ha ridotto del 46% le somme stanziate per l'assistenza sistemistica e della rete, e del 30% quelle per gli investimenti. Gli stanziamenti in alcuni casi sono perfino insufficienti a fare fronte agli impegni già assunti. E' perciò impossibile il rinnovo delle dotazioni informatiche degli uffici, sempre più obsolete. Ancor più problematica è l'erogazione dei servizi di assistenza e manutenzione, ridotti in questi giorni ai soli interventi urgenti e indifferibili. Le ricadute sulle indagini e sulla celebrazioni dei processi - civili e penali - sono purtroppo ovvie.
Si configura pertanto una situazione destinata ad un rapido decadimento, che di fatto pregiudicherà tutto l'impegno profuso per automatizzare i servizi dell'amministrazione. Se non si adotteranno le misure indispensabili, alcuni uffici hanno già prospettato - come unica possibile soluzione - il ritorno ai registri cartacei ! E dire che l'informatica era una delle famose "I" del programma del Governo...
Ottimismo e realtà
Questa situazione non può essere oscurata dalle ottimistiche (per certi profili trionfalistiche) comunicazioni effettuate dal Ministro della Giustizia nella sua Relazione alle Camere del 17 e 18 gennaio in occasione dell'inaugurazione di questo anno giudiziario. Per esempio, l'affermazione di aver dotato "tutti i magistrati di computer" contrasta col fatto che gli ultimi PC portatili assegnati dal Ministero ai magistrati per lo svolgimento delle attività di ufficio risalgono all'anno 2002; e che nessun PC portatile è stato assegnato agli oltre 300 uditori giudiziari che a breve prenderanno servizio ( fonte: documento 24.1.2006 indirizzato al CSM dai magistrati distrettuali referenti per l'informatica).
La situazione organizzativa della giustizia è tale che solo con enorme fatica gli uffici riescono a far fronte anche solo all'ordinaria amministrazione. Vero è che questa è l'ottica con cui lo stesso Ministro, per bocca del direttore generale dell'organizzazione, non molto tempo fa raccomandava ai dirigenti di «effettuare un rigoroso controllo sulle spese effettuate dagli uffici dipendenti, invitandoli a limitarsi a quelle strettamente necessarie per il funzionamento minimale degli stessi». E' chiaro però che senza farina non si fa pane. E ciò significa - occorre dirlo in modo esplicito - ridurre le possibilità di fare adeguatamente fronte alla domanda di giustizia, penale e civile, che la collettività esprime. Significa rischio di minor sicurezza e di minor tutela dei cittadini. E doveroso fissare un tetto congruo alle spese di giustizia e stabilire gli opportuni controlli per evitare sprechi (se non altro perché le risorse non sono illimitate). Ma senza le risorse essenziali e senza razionali scelte di priorità la giustizia chiude i battenti .
L'esperienza quotidiana e i dati parlano chiaro: pur in presenza di realtà diversificate, nel distretto del Piemonte e della Val d'Aosta la resa del servizio è ancora complessivamente accettabile, a dispetto di tutte le incredibili difficoltà che quotidianamente devono essere affrontate (grazie anche, forse, a quella che Mario Bellone ha definito con una certa ironia "orgogliosa autosufficienza sabauda"). Ma i sacrifici dei magistrati e del personale amministrativo non potranno supplire all'infinito le gravi carenze strutturali che ormai dilagano in ogni dove.
Se si rivendica come un successo (Relazione del Ministro alle camere 17/18 gennaio, cit.) che il personale amministrativo è stato portato da "44.027 presenze a 42.673, in ottemperanza agli obiettivi di fondo del governo relativamente alla diminuzione della spesa pubblica", innanzitutto si dimentica che il personale amministrativo è quello che contribuisce in misura decisiva al funzionamento del servizio; poi si dimentica che il personale amministrativo è oggi costretto ad operare in condizioni che sono quelle realisticamente denunziate - tra gli altri - dalle rappresentanze sindacali dei lavoratori della giustizia (che oggi manifestano in strada, davanti a questo Palazzo). In un loro documento si legge che:
"Per la prima volta nella storia della Repubblica, anche se sembra incredibile, c'è il rischio concreto di chiusura di alcuni uffici giudiziari per carenza di personale. Nell'organizzazione giudiziaria del Ministero della Giustizia, le carenza d'organico ammontano a 7000 unità. Mancano 4000 cancellieri con ripercussioni sulle attività d'udienza, mancano 1400 ufficiali giudiziari con ripercussioni sulle attività di notificazione ed esecuzione degli atti. La stessa Corte di Cassazione ha il 18% di personale in meno mentre, secondo la legge che il Presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere proprio in questi giorni (c.d. "legge Pecorella": n.d.r), se ne aumentano le competenze e se ne snatura la funzione di organo di legittimità".
Dunque, mancano le risorse, manca un progetto organizzativo in cui inserirle, manca un'attenzione alla loro qualità e adeguatezza. Dal 2001 non è stato svolto alcun concorso per l'assunzione del personale amministrativo, con una scopertura dell'organico che si attesta sul 14% a livello nazionale, ma giunge in alcune sedi del Nord a punte del 30%. Come un ospedale non può funzionare adeguatamente senza il giusto numero di infermieri e senza sale operatorie e medicine, o un'officina senza operai e pezzi di ricambio, o un negozio senza commessi e merci da vendere, così un tribunale non può funzionare senza segretari o cancellieri e senza le attrezzature indispensabili. Il risultato è una giustizia che funziona sempre meno, che disgrega la coesione sociale rappresentata anche dalla possibilità per ognuno di rivolgersi ad un giudice, se ritiene violato un proprio diritto, e di avere una risposta in tempi ragionevoli.
Due codici
Nello stesso tempo, il nostro sistema penale si caratterizza ormai per la compresenza di due distinti codici, uno per le persone "comuni" e uno per le persone giudicate, in base al censo, comunque per bene: codici destinati - il primo - a segnare la vita e i corpi delle persone;- il secondo a misurare l'attesa che il tempo si sostituisca al giudice nel definire i processi per prescrizione. Lo dimostra, in modo scolastico, il confronto fra la sanzione per lo straniero che non ottemperi all'ordine del questore di abbandonare il territorio dello Stato (quattro anni di reclusione nel massimo ), con le pene previste - quando sono previste - per il falso in bilancio.
Un doppio binario, ora aggravato dalla riesumazione di una tipologia d'autore ad opera della legge c.d. "ex Cirielli", destinata a colpire ferocemente le fasce più deboli.
Il tentativo di governare i giudici
Le gravi insufficienze riscontrabili sul piano dell'organizzazione e del funzionamento dei servizi relativi alla giustizia (di competenza - come sappiamo - del Ministro, in base all'articolo 110 Costituzione) si intrecciano inestricabilmente con il tentativo di "governare i giudici" che ha caratterizzato questi ultimi anni.
L'intervento giudiziario è in espansione in tutti i sistemi democratici. Ovunque i suoi effetti turbano spesso equilibri politici, se non destini di governi.
Basti pensare – per limitarsi all' esempio più recente - all’inchiesta denominata “Cia-Gate”, che ha incriminato il braccio destro del Vice Presidente e indagato lo stratega politico del Presidente USA. In tale contesto internazionale di generalizzata espansività, il caso italiano non fa eccezione. E tuttavia presenta una singolarità che lo caratterizza negativamente. Soltanto nel nostro Paese, infatti, l'esercizio dell'azione penale nei confronti di "santuari" del potere determina la contestazione in radice del processo, da parte di soggetti con responsabilità istituzionali elevatissime, e la delegittimazione pregiudiziale dei giudici (indicati "tout court" come avversari politici). Soltanto in Italia è stata scatenata una guerra frontale ai giudici e alla giurisdizione, con il connesso rischio ( calcolato?) di travolgere l'immagine stessa della giustizia. In un crescendo che negli anni si è snodato lungo tappe che a metterle tutte in fila c'è da restare allibiti. Oltre all'insulto quotidiano ai giudici praticato come una specie di sport nazionale;- oltre all'indicazione delle attività di indagine scomode come iniziative sempre - ad orologeria- oltre alle famigerate leggi "ad personam"- ricordo la pesante pressione operata dalla maggioranza del Senato (con mozione approvata il 5 ottobre 2001) per indicare ai giudici la «esatta interpretazione della legge» in riferimento ad uno specifico processo. Ricordo la proposta di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta «per accertare se ha operato e opera tuttora nel nostro paese un'associazione a delinquere con fini eversivi, costituita da una parte della magistratura, con lo scopo di sovvertire le democratiche istituzioni repubblicane» (sic!).
Tutto questo a fronte di accertamenti doverosi, contrastati mediante la continua evocazione di complotti: un sistema studiato per trasformare in verità, grazie all'ossessiva ripetizione, anche ciò che vero non è.
La riforma dell'ordinamento
Lo sbocco finale di tutto ciò è stata la riforma dell'ordinamento giudiziario, con i vari profili di incostituzionalità che la affliggono. Una riforma che si propone di assoggettare i giudici al controllo di un potere politico che per se stesso è refrattario ai controlli. Una riforma grazie alla quale la cultura che ha impregnato la lettura della vicenda giudiziaria italiana negli ultimi anni è diventata legge.
Per resistere alla controriforma i magistrati hanno ripetutamente scioperato e oggi disertano questa cerimonia, quando non debbano parteciparvi per legge. Sono notissime le motivate e civili ragioni della protesta. Mi limito perciò a richiamare alcuni passi di un intervento intitolato "Efficienza tutta da dimostrare" che il prof. Carlo Guarnirei (un osservatore certamente "moderato") ha pubblicato sul Sole-24 ore del 25.01.05. Vi si legge che:
- "i tempi per diventare magistrato sono destinati a dilatarsi, con un aggravio di costi che potrebbe risolversi in un'accentuazione dell&'importanza del censo nella selezione"
- il nuovo sistema dei concorsi potrebbe "spingere i magistrati a sguarnire le funzioni di primo grado (tanto più cruciali se verrà confermata l'inappellabilità delle assoluzioni) o a trascurare il lavoro quotidiano per andare a caccia di titoli, scrivendo sentenze dotte o pubblicazioni di taglio più o meno accademico"
- "la riforma pare voler risolvere i problemi tornando al passato... Il nuovo sistema di concorsi non solo non sembra in grado di assicurare magistrati più capaci, ma rischia di allungare ancora di più i tempi di assegnazione del personale agli uffici giudiziari, con la conseguenza che una riforma che nelle sue intenzioni vorrebbe migliorare l'efficienza della macchina giudiziaria si risolverà probabilmente nel suo esatto contrario".
Vanno in questa direzione i poteri attribuiti al "nuovo" Procuratore capo, che diventa una specie di "mandarino", padrone di tutto. I magistrati del suo ufficio saranno sostanzialmente dei sudditi. Il che significa, tra l'altro, rischio di cancellazione di qualunque spazio per quell'azione penale diffusa che in questi anni ha tutelato interessi fondamentali: salute, ambiente, sicurezza sul posto di lavoro.
Vanno nella stessa direzione le incisive forme di controllo del Ministro sull'attività giudiziaria - persino nel momento dell'interpretazione della legge - che il nuovo ordinamento consente.
Va nella direzione del magistrato conformista-burocrate anche il sistema dei concorsi, che hanno sempre selezionato non i "migliori" bensì gli omogenei (a parte che se davvero fosse possibile selezionare i "migliori", non si saprebbe poi quali funzioni loro concretamente attribuire: posto che tutte le funzioni giudiziarie sono egualmente delicate e tutte incidono su valori fondamentali come la libertà, l'onore, la famiglia, il lavoro, i beni..)
Ma attenzione: il conformismo e la burocrazia perseguiti dal nuovo ordinamento giudiziario sono di ostacolo all'indipendente esercizio della giurisdizione (condizione indispensabile per tendere al traguardo dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge). E sono nemici giurati della ricerca della verità a trecentosessanta gradi: che è sempre faticosa; e anche rischiosa ogni volta che si incrociano determinati interessi.
Si tratta, come si vede, di questioni cruciali che incidono sull'equilibrio del sistema istituzionale. Il magistrato non conformista, non burocrate, vede quello che scienza e coscienza gli impongono di vedere. Magari senza entusiasmo e con fatica, perché a nessuno piace sapere che gli arriveranno addosso palate di fango sol perché si fa il proprio dovere. Ma è proprio il magistrato che adempie i suoi doveri con rigore che dà fastidio a chi preferisce "servizi" piuttosto che decisioni imparziali. E mal tollera, per questo, magistrati indipendenti e gelosi di tale "status".
Gli insegnamenti di Ciampi
E' tempo di concludere. L'intreccio fra l'inefficienza organizzativa ed il tentativo di "governare i giudici" consente di chiedersi se anche la prima non sia frutto di una scelta. Una scelta indirizzata all'indebolimento della giurisdizione come garanzia del rispetto delle regole, nel quadro più generale della concentrazione del potere e della riduzione delle funzioni di controllo (cui sembra funzionale anche la riforma della Costituzione, ancora soggetta a referendum popolare).
Certo è che il rispetto internazionale del nostro Paese appare a rischio. La Corte di Strasburgo ci ricorda ogni settimana che il drammatico problema della nostra giustizia è la sua lentezza. Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Alvaro Gil-Robles , in un rapporto del 14 dicembre scorso, ha disegnato un quadro desolante della giustizia italiana. Siamo ancora una volta sotto processo. Per non essere esclusi dal consesso internazionale, per non diventare "black listed" con riferimento all'affidabilità complessiva del sistema giudiziario, è necessario voltare pagina.
In questi anni si è poderosamente operato sul versante del regolamento dei poteri. Trascurato è rimasto invece l'altro versante, quello della giustizia-servizio, che interessa più direttamente i cittadini, la sua efficienza essendo decisiva per realizzare o vanificare lo scopo principale del sistema giudiziario, la tutela e la realizzazione dei diritti.
Occorre dunque una politica per il servizio-giustizia, che affronti i temi dell'efficienza, della funzionalità, dell'accessibilità e della trasparenza. Una politica che sappia praticare il metodo dell'ascolto e dell'attenzione verso le competenze e le esperienze delle categorie professionali (avvocati, personale amministrativo, magistrati).
A noi magistrati compete di operare con professionalità e rigore, aperti alle ragioni di tutti ma soprattutto dei cittadini.
Ovviamente, un confronto fra analisi e soluzioni diverse è possibile solo se si ha un "codice" culturale condiviso, che permetta di incontrarsi senza lacerazioni sui fondamenti della democrazia e dello stato costituzionale di diritto. Questo codice non può che essere -per noi magistrati- la Costituzione della Repubblica: baluardo delle libertà e dei diritti (civili, politici e sociali;- individuali e collettivi), scolpiti negli artt. 2 e 3 della Carta del 1948.
Il Presidente Ciampi da sempre insiste sui valori costituzionali, come validi e permanenti fattori di orientamento per la collettività. Al suo insegnamento i magistrati italiani sapranno continuare ad ispirarsi.
