di: Massimiliano Perna - ilmegafono.org
La camorra massacra, uccide, avvelena, terrorizza, ma la gente non reagisce, anzi accetta e isola chi non si piega e combatte.
La solitudine dei giusti è colpa di tutti coloro che con la propria inerzia la rendono possibile
C’è un dolore profondo ed intenso in Italia, un dolore che divora chi ancora ha il coraggio di indignarsi, di non piegarsi ad una rassegnazione che in tanti vorrebbero, su cui tanti edificano il proprio potere. È un dolore che vive nascosto, spesso in silenzio, ma non per questo è invisibile. Basta leggere, muoversi, andare incontro a chi quotidianamente soffre, a chi ogni secondo convive con la propria capacità di resistere alla tentazione di chiudersi in una indifferenza artificiale.
C’è una fetta d’Italia che lotta ogni giorno per vivere, cercando di guardare avanti, sperando di cambiare le cose in meglio. Roberto Saviano è uno di loro, uno di quelli che nella vita ha scelto di stare dalla parte giusta, in un paese in cui di continuo qualcuno cerca di confondere le acque, di mischiare la parte sana con la parte marcia. Roberto è la risposta a chi crede che un giovane del Sud non possa far nulla, non possa cambiare nulla.
Roberto ha denunciato la camorra e l’intero sistema economico e politico che vi si nasconde dentro, ha fatto il suo dovere, di giornalista e di scrittore, ma soprattutto di uomo: raccontare la verità, mostrare l’ombra che si cela dietro gli oggetti. E come altri cercatori di verità, anche lui ha dovuto pagare il prezzo della sua onestà, costretto a vivere sotto scorta, a non demoralizzarsi davanti agli insulti ed alle minacce che compaiono come funghi sui muri della sua terra. In questo paese, se hai dignità, onestà e intelligenza rischi di dover condizionare per sempre la tua vita, di metterla a rischio, di guardare la morte negli occhi ogni giorno, quando esci, quando parli in pubblico.
Roberto, qualche giorno fa, ha festeggiato il suo compleanno, da solo, come avviene da quando ha denunciato la camorra. Circondato da rabbia e solitudine, ma soprattutto da un’amarezza profonda, che emerge dalle sue parole affidate ad una lettera che ti toglie il fiato e il sonno, perché è vera, cruda. Non ci sono giri di parole, c’è solo verità e amarezza. L’amarezza che è consapevolezza di una strada che il Meridione ha scelto, che l’Italia intera ha scelto.
La camorra uccide, massacra, avvelena, stringe il popolo in un cappio da cui il popolo stesso sembra non volersi liberare. Perché si accetta tutto questo? Perché ci si accontenta di vivere in uno stagno putrido, il cui fetore accompagna senza sosta la vita di tutti, anche di chi non si sente parte del sistema criminale, perché vive tranquillo, conduce una vita serena, senza lode e senza infamia?
In Campania, come in Sicilia, in Calabria, in Italia, le tre mafie comandano, hanno in mano il potere economico e politico, uccidono chi si oppone e anche chi si trova nel mezzo per puro caso. E la gente tace, accetta, acconsente, perché tanto tutto sembra lontano ed è quasi una liberazione sapere che in quel teatro di morte ci sono finiti altri. Ognuno sembra trascinato dalla voglia di chiudersi nell’individualismo più estremo, in un piccolo focolare domestico dove tutto entra di sfuggita, attraverso la televisione, per uscire nel preciso istante in cui si preme il tasto off sul telecomando.
Oppure ci si concede un minimo interesse, magari si segue qualche programma di approfondimento, si partecipa a qualche iniziativa culturale, a qualche sporadica manifestazione, poi, tutto finisce la sera, quando si va a dormire e l’effetto è identico a quello che l’off del telecomando provoca sulla tua coscienza. Tutto si ripone in un cassetto ben nascosto dell’anima, in nome di ciò che viene considerato il diritto di ognuno a tutelarsi dal dolore e dal fastidio di pensare, di fare qualcosa.
Quante volte ho sentito in questo lembo di estremo Sud in cui vivo la gente dirmi di lasciar perdere, di smetterla di interessarmi di certi problemi, perché tanto noi non possiamo fare nulla, non possiamo cambiare nulla, non è colpa nostra.
Anche se non credi a quanto ti viene detto ci sono ugualmente momenti in cui vorresti fidarti e dare ragione a chi ti scarica da ogni responsabilità. Ma poi ti ricordi che non è così, che siamo tutti colpevoli. La solitudine di un uomo non è colpa sua, non è nemmeno colpa esclusiva di chi lo minaccia, ma è colpa di tutti gli altri che lo hanno lasciato solo, rendendolo debole.
La mafia vive sulle nostre colpe, così come il razzismo. Anche la stampa ha responsabilità enormi. Basti pensare a quanto successo a Castelvolturno. L’eccidio di sei cittadini africani è stato sbrigativamente bollato come un agguato camorristico dovuto a questioni legate al piccolo spaccio. Tutti spacciatori, tutti trafficanti. Niente di più falso. Come ci ricorda Saviano: “Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria”. Ma è bastato ad inquirenti e giornalisti per costruire l’ennesimo stereotipo, l’ennesima falsità, davanti a cui, finalmente, qualcuno ha reagito.
Già, perché mentre noi italiani non facciamo nulla quando qualcuno ci rappresenta in modo sbagliato, mentre noi meridionali non facciamo nulla per distinguerci dall’immagine mafiosa che ci viene indistintamente appiccicata, gli immigrati di Castelvolturno hanno reagito, hanno gridato la loro onestà, hanno sfidato la camorra scendendo in piazza, sfogando una rabbia legittima, che sfocia da un silenzio a cui sono costretti quotidianamente dallo sfruttamento, dal clima di paura che si è creato intorno a loro. E hanno pure dovuto subire lo sdegno del questore e di molti abitanti, “indignati” da qualche cassonetto divelto e da qualche vetrina rotta.
Perché quell’indignazione non viene fuori quando la camorra uccide, decreta spietatamente la fine di sei vite, cancella sotto 130 colpi di caricatore sei innocenti?
Questa è l’Italia: l’Italia che abbassa la testa e gli occhi quando i boss passano per strada o entrano nei bar; l’Italia che vende la propria dignità ed è pronta a baciare le mani anche a chi le ha sporche pur di trovare un lavoro; l’Italia che si fa i fatti suoi e che comincia ad urlare e ad uscire gli artigli solo quando davanti a sé ci sono soggetti più deboli; l’Italia che vive per sé e che isola chi si sacrifica per migliorarla, per liberarla da una cappa di ingiustizia e piombo che avvelena il suo futuro; l’Italia che nega ai propri figli di partecipare ad una manifestazione (è accaduto a Catania) perché era apertamente contro “cosa nostra”; l’Italia che ad Acireale accoglie con cinquemila persone in piazza una giovane ragazza divenuta miss, mentre poi rimane chiusa in casa quando c’è da difendere la propria libertà.
Siamo davvero questi? È questa l’immagine che vogliamo darci? Me lo chiedo ogni ora senza trovare una risposta; me lo chiedo soprattutto da quando Roberto Saviano, nella sua lettera, ha posto a tutti noi questa domanda: “Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l’amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, ‘così è sempre stato e sempre sarà così’?”.
Provate anche voi a rispondere, provate per una volta a non chiudere occhi ed orecchie. Provate a guardarvi allo specchio, anche se vi sentite immuni da colpe. Provate per una volta a non aver paura innanzitutto di voi stessi e delle vostre coscienze.
