di: Silvia Manderino
Incensato mi sembra sia il termine giusto.
Il parlamento italiano è monocorde quando si tratta di fissare una data in memoria....del ricordo.
Ma non c'è nulla da ricordare.
Nulla da ricordare, se con questo si è deciso di archiviare quei fatti, quei terribili fatti collettivi che hanno ferito a morte la democrazia italiana.
Una ferita che non si è mai rimarginata.
E se nel 2007 si è passati a dedicare una data del calendario alla memoria, vuol dire che questa presunta memoria condivisa (dai parlamentari italiani) ha solo un elemento che la caratterizza: la volontà di dimenticare, di far dimenticare, di far ignorare, di impedire di conoscere.
E la ferita è ancora più profonda, oggi, a distanza di 38 anni dalla prima strage (Piazza Fontana), se pensiamo che le giovani generazioni, persino le generazioni dei quarantenni di oggi, nulla sanno di quanto avvenne, nulla sanno del perchè, nulla sanno delle conseguenze che quei fatti hanno avuto nella nostra vita nazionale.
E nulla sanno i cittadini italiani, ancora oggi, su chi e perchè commise e mandò a commettere le stragi e gli omicidi.
La giustizia manca da decenni in questo Paese. E non è una mancanza da poco.
Perchè non avere identificato gli esecutori e soprattutto i mandanti delle singole stragi e dei singoli omicidi politici compiuti in Italia a partire dal 1969 significa non avere ancora incontrato la strada della democrazia.
Il 9 maggio è un anniversario particolare: l'assassinio di Aldo Moro.
Sono 29 anni di corone di fiori, di pellegrinaggi e di omaggi in via Caetani che non si schiodano dalla ripetitiva annuale memoria; non voglio nemmeno immaginare cosa accadrà l'anno prossimo, con una cifra tonda, 30 anni!, da ricordare.... Sono 29 anni di segreti e silenzi sulla verità. La verità sul rapimento e l'omicidio di Aldo Moro è tuttora sconosciuta ai più.
Pasolini aveva scritto sulle stragi: "Io so, ma non ho le prove".
Oggi dovremmo anche dire "Noi non abbiamo le prove, ma sappiamo".
Chi e perchè decise l'operazione di via Fani il 16 marzo 1978?
Chi mandò a compiere il delitto politico più grave della storia della Repubblica?
Chi erano davvero i "brigatisti rossi" dell'agguato al Presidente della Democrazia Cristiana e chi, a tavolino, decise l'eliminazione di colui che tutti, tutti, hanno riconosciuto essere stato il fautore di un rinnovamento della politica italiana, della nascita di un'alternanza politica al governo, per la prima volta con un partito della sinistra, il Partito Comunista, ai vertici di governo?
Avevo 18 anni quando Moro venne rapito e poi assassinato.
E sentivo, come sento ora, la stessa profonda indignazione: dettata dalla consapevolezza che chi era preposto al controllo, alla tutela, alla sorveglianza e poi all'indagine serrata per scoprire per tempo mandanti ed esecutori, non fece nulla perchè ciò avvenisse.
Non fece nulla e con molto probabilità calcolò questa sua inerzia.
Inerzia. O qualcosa di più.
Invito tutti a leggere l'Unità del 9 maggio, a pagina 10. Viene intervistato un uomo - si chiama Steve Pieczenik, americano, assistente del Sottosegretario di Stato americano, Capo dell'Ufficio per la gestione dei problemi del terrorismo internazionale del Dipartimento di Stato USA , ufficio istituito da Henry Kissinger - che racconta della sua diretta compartecipazione, da protagonista in quei 55 giorni - su preciso incarico statunitense -, delle cosiddette scelte strategiche nella gestione della "crisi".
Scelte che hanno poi fatto decidere (a chi?) che "la vita di Moro era il prezzo da pagare".
E racconta cose sulle quali la riflessione di chi legge è solo il primo passo.
Sono affermazioni sconvolgenti, anche per chi, in solitudine, ha sempre pensato sin da quel 1978 che la sigla BR nascondeva ben altro che un miserabile e fantomatico terrorismo di colore rosso.
Ma soprattutto, lasciandovi alla lettura di quell'articolo, ci ricorda che gli uomini delle istituzioni di allora sono ancora oggi, incredibilmente, allo stesso posto. Nelle istituzioni.
Sono ancora a disposizione, per spiegare.
Soprattutto due di quegli uomini, Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, ministro degli Interni il primo e capo del governo il secondo durante il rapimento Moro.
Perchè non apriamo di nuovo questa ferita immensa, per lenire e possibilmente guarire una sofferenza nazionale che ha prodotto la società in cui oggi viviamo?
Perchè non raccontare nelle scuole la nostra storia, la storia della Repubblica, la storia di creature innocenti assassinate a Milano, Brescia, Bologna, sui treni Italicus e in San Benedetto Val di Sambro, su un aereo ad Ustica; perchè non cominciare a raccontare, a chi non ha vissuto quegli anni, che la strategia della tensione e i depistaggi culminarono nell'assassinio di Aldo Moro, che ne costituisce, in una terribile linea di continuità, l'apice?
Dovremmo cominciare a riflettere, secondo me, su una circostanza davvero unica: a quasi quarant'anni di distanza dalla prima strage, avendo a disposizione la stessa classe politica che visse quegli eventi, avendo a disposizione noi stessi, che ne siamo la memoria vivente, non c'è una sola parola, giudiziaria e politica, che ci dia la sensazione di avere scoperto perchè c'è stata la strategia della tensione, del terrore, nel nostro Paese. E quali volti abbia questa strategia della tensione.
Una strategia della tensione che ha sempre avuto un solo colore, sempre lo stesso colore.
Il colore di chi non voleva la democrazia in Italia, aborriva la nostra Costituzione, odiava la libera e sovrana Repubblica italiana.
Il colore nero che ha segnato la storia del Paese, prima che la nostra Carta Costituzionale divenisse realtà. Non è un caso che il nostro presente si accompagni costantemente a quel passato.
Perchè quel passato appartiene alla nostra vita e ha determinato il presente, gli anni che stiamo vivendo.
Non è l'ossessione del passato, è il vizio della memoria, quella vera, che dobbiamo coltivare.
E abbiamo il dovere e il diritto di sapere la verità.
Oltre alle vittime e ai loro familiari, ci sono milioni di vittime in questo Paese, che resteranno tali, private della giustizia, se non verrà fatta luce sui crimini politici che hanno devastato vent'anni della nostra vita e tutti gli anni a seguire. Non dobbiamo condividere anche la memoria, per l'amor del cielo.
Cominciamo a condividere una comune domanda, ancora in grado di avere una risposta: la verità sulle stragi e il terrorismo in Italia.
silviamande@libero.it
