di: Citto Leotta e Silvia Manderino - Liberacittadinanza Acireale e Venezia
Dopo l’indulto, dopo la vicenda dell’inchiesta avviata dal P.M. De Magistris, dopo la legge-bavaglio sulle intercettazioni, ora è la volta della procedura di grazia per Bruno Contrada.
E’ un clamoroso caso di sospetta «prescia» istituzionale che mira a liberare prima e, inevitabilmente, a riabilitare poi, un cosiddetto «servitore dello Stato», condannato dalla Corte di Cassazione nel maggio di quest’anno a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Dunque, condannato per tradimento verso questo Stato alla cui tutela era stato preposto, mentre contestualmente serviva l’Antistato.
L’impressione che la Giustizia di questo Paese sia amministrata a colpi di ingiustizia è legittima. Con altrettanto tempismo il codazzo dei soliti garantisti guidato dal solito, ineffabile Jannuzzi ha iniziato la solita cagnara antilegalitaria.
A tutto questo noi cittadini, noi siciliani, noi italiani che crediamo ancora (ci illudiamo?) nei valori di legalità e giustizia con forza ci ribelliamo.
Perché cedere a questa deriva ipocritamente «perdonista» significherebbe uccidere una seconda volta le centinaia di veri servitori dello Stato che per esso hanno dato la vita (quante volte abbiamo recitato o sentito recitare la triste giaculatoria dei caduti: Basile, Giuliano, Terranova, Costa, Chinnici, Montana, Cassarà, Falcone, Borsellino, Morvillo, etc. e con loro gli «angeli custodi»: Mancuso, Loi, Schifani, D’Antiochia, etc.etc.).
E significherebbe soprattutto avallare l’incapacità e la non volontà di fare luce e giustizia sugli omicidi e le stragi che la mafia e le collusioni eccellenti con la mafia hanno prodotto in Sicilia e in tutto il Paese. Ci sono confortanti segnali di un risveglio nella lotta alla criminalità organizzata: dai risultati ottenuti con gli arresti «eccellenti» degli ultimi giorni, alla presa di posizione di commercianti e imprenditori, della stessa popolazione e, in particolare, dei coraggiosi giovani di «Addiopizzo».
Lo Stato non può permettersi di frustrare e vanificare la coscienza civile del Paese con un provvedimento che riporterebbe indietro le lancette, verso il tempo delle impunità e delle più vergognose collusioni tra apparati dello Stato e criminalità organizzata.
Rita Borsellino, con la sua fiera mitezza, con la sua affabile intransigenza, mette in queste ore tutto il peso della sua testimonianza e del suo ruolo politico contro questa operazione vergognosa. Certo, se il famoso marziano di Flaiano sbarcasse in queste ore a Roma e notasse schierati da un lato Mastella-Jannuzzi e dall’altro Borsellino e Don Ciotti, non si chiederebbe neanche su cosa si discute per giudicare chi sta dalla parte del giusto..
Spetta comunque alla magistratura, e a nessun altro organo, valutare la compatibilità delle condizioni di salute di Contrada con il regime carcerario ed eventualmente disporre il ricovero o gli arresti domiciliari.
Ma l’istituto della grazia, il cui iter procedurale viene istruito in queste ore dal nostro Guardasigilli (in che mani, «sti sigilli...») con insolita (e sospetta) frenesia, è ben altra cosa, ed è, com’è noto, prerogativa del capo dello Stato.
Alla sua saggezza e al suo equilibrio ci affidiamo.
Che lo Spirito Santo, o il suo equivalente laico, gli posi la mano sulla testa...
Firma l'appello contro la grazia a Contrada.
