di: Gregorio Romeo
Abbandonata da chi la odia, che la polverizza e la sfrutta, la mortifica e, incredibilmente, la amministra. Abbandonata da chi la ama, costretto ad emigrare per rintracciare occasioni e vivibilità, senso civico e garanzie di legalità.
Il dato delle intelligenze che fuggono turba, come turba un altro fenomeno, meno evidente, che segna lo sviluppo siciliano.
In una regione in cui, in termini arcaici, si intende la carriera politica come vera opportunità di vita, come metodo di essenziale remunerazione, uno dei pochi elementi che ancora lega molti giovani al territorio d´origine è il cursus pubblico, la scelta, appena maggiorenni, della politica come professione. In un contesto che soffoca le opportunità, la politica è un mestiere vero e proprio, uno dei rari campi che garantisce ancora effettive «assunzioni».
La conditio, ovviamente, esiste, ed è quella che obbliga a scegliere la parte «giusta», la fazione del potere che regola clientele e rinsalda amicizie. In Sicilia, più che altrove, per lo slancio teneramente utopistico dell´impegno civile giovanile, non c´è spazio.
Il gattopardiano sole, quello violento che tuttavia culla, completa una inerzia in grado di affondare il senso civico, il democratico ruolo di una società attenta, nella pigrizia, corroborata da una diffusa povertà materiale e umana.
Due recentissimi eventi traducono in fatti il tradizionale connubio mafioso, caratterizzato dall´illegalità come corpo concreto e dalla cultura dell´ignoranza e della violenza come fluido vitale, come linfa, come sangue malato nelle vene, anidride carbonica da respirare.
Risale a pochi giorni fa la notizia dell´arresto di Bartolo Pellegrino, già vicepresidente di Cuffaro e assessore regionale al territorio, fermato dagli uomini della squadra mobile dopo frequenti incontri con i più noti boss mafiosi di Trapani, volti a concludere, gli inquirenti rivelano, accordi elettorali per le prossime elezioni amministrative. Fra gli indagati non manca un esponente dell´Unione: il candidato sindaco di Trapani Mario Buscaino, membro della Margherita.
Insieme a questi fatti, che rivelano una politica palesemente compromessa e, per una volta, incapace di muoversi nel chiaroscuro delle pieghe amministrative e giuridiche, un altro evento ha scosso la cultura antimafiosa siciliana.
L´albero coltivato a Termini-Imerese in ricordo di Peppino Impastato (giovane militante comunista ucciso negli anni �70 dalla cosche palermitane) è stato sradicato e appoggiato ad un muro sul quale è stata poi scribacchiata una inquietante frase: «viva la mafia».
Si tratta di un episodio ingiustificabile, sintomo di una attitudine all´illegalità eversiva e pericolosa, che, tuttavia, funge da cuscinetto per una classe politica abituata alle vergogne, in grado di assuefare agli scandali perfino la pubblica opinione.
Non si parla a sufficienza del dramma rappresentato dalla cultura mafiosa. Non si parla a sufficienza dei limiti propri delle indagini e del diritto, laddove intendano rivelare gli intrecci fra mafia, politica e affari corrotti. Limiti che nascono da una gestione del potere che molto di rado si può definire, al di la di ogni ragionevole dubbio, diretta espressione di illeciti interessi.
E´ difficile, giuridicamente, segnare il discrimine fra una amministrazione inetta ed una amministrazione corrotta. Risulta arduo, ma necessario, provare che ogni atto politico errato o di favore, sia il risultato di un disegno criminale. E se il garantismo, come principio di democrazia, non può essere messo in discussione, risulta tuttavia ipocrita non segnalare il dato di fatto, tutto siciliano, di numerosi personaggi, collusi o esponenti stessi di cosa nostra, che, per cavilli o casualità, rimangono a piede libero, talvolta ancora in grado di esercitare il potere pubblico.
In questo senso paiono esplicativi gli atteggiamenti del presidente Cuffaro e dello stesso Bartolo Pellegrino, quando, accusati di intrattenere rapporti con noti uomini d´onore, essi rivendicano il diritto di interagire con tutti senza distinzioni.
Tale condotta, sconcertante sotto il profilo morale, è, contemporaneamente, difficilmente inquadrabile in un´ottica penale e limpida come messaggio di dialogo che la politica indirizza ai segmenti più torbidi della società.
Così, il tema si ricollega alla cultura mafiosa come principale cancro da asportare attraverso una efficace opera di bonifica nelle scuole, nei luoghi pubblici, nelle vita associata. E la trasparenza politica, nei partiti in primis, deve segnare un passaggio obbligato per ogni esperienza di vita civile.
Concludo, legando tale questione ad un progetto politico oggi molto dibattuto, quello del partito democratico.
Un processo di crasi che già appare difficile da ultimare, in Sicilia sconta i limiti di un contesto caliginoso, segnato da originali rapporti di forza.
Data la specifica situazione regionale, la nuova organizzazione dovrà optare per una vera svolta in termini di gestione del potere, di partecipazione, di trasparenza.
Una sterzata che, a livello nazionale come locale, sembra dotata di scarsa forza di propulsione e la cui assenza, in Sicilia, rischia di deteriorare ulteriormente un tessuto inquinato, una politica già troppo distante dalla giustizia.
