di: Baalarm - baalarm@virgilio.it
Grande è in me la difficoltà di esser parte degli ultràs della Magistratura. Sono irriducibilmente convinto che anch’essa non sia immune da autoconservative logiche di lobby al pari del ceto politico, dei giornalisti, dei liberi professionisti, degli alti burocrati pubblici... Non mi pare, inoltre, che essa sia sempre stata autonoma e indipendente da ogni altro potere (Art. 104 della Costituzione). Non mi convince, dunque, l’indistinta, acritica e e "massimalisica" difesa della Magistratura (quando, ad esempio, si vieteranno gli incarichi extragiudiziali, deontologicamente ed eticamente discutibili, se, troppo spesso, sono lucrosissimo appannaggio di magistrati in servizio?).
Ma, se non mi sento vocato al ruolo di fan dell’ordine giudiziario, non può però sfuggirmi che se l’attuale destra-centro al governo, parla roboantemente di "riforma della Giustizia" essa sarà, nella migliore delle ipotesi, una “riformetta” volta all’asservimento della Magistratura alla maggioranza parlamentare di turno o, peggio ancora, del governo in carica; un abito, in altre parole, che potrebbe andar bene a chiunque, poiché l’Italia - vigendo in essa l’imperativo del potere fine se stesso, ovvero il “levati tu che mi ci metto io” - è ancora lontanissima dall’essere una democrazia dell’alternanza. È infatti semplice constatazione che, complessivamente, anche il centro-sinistra abbia scarsa considerazione della democrazia repubblicana; prova ne sia che quando ha governato si è guardato bene dal toccare almeno una delle illiberali leggi berlusconiane - non ultime fra le quali la “legge Biagi” e la “porcata calderoliana” - ritenendo (miopemente, per altro) di poterle sfruttare a proprio vantaggio. E se così stanno le cose, appare francamente insopportabile e ridicolo chi afferma, in buona sostanza, che l’origine di ogni male venga dalla perduta capacità del “popolo di sinistra” di indignarsi.
Il principio - per sua natura astratto, ma non per questo eludibile - dell’indipendenza della Magistratura sancito dalla attualissima, ancorché inapplicatissima Costituzione repubblicana, va strenuamente difeso e salvaguardato (e ciò pur non dismettendo l’impressione - sgradevolissima - che anche per i magistrati valga la costante della Pubblica Amministrazione e cioè che solo piccole minoranze di essa siano professionalmente preparate, motivate e dotate di senso istituzionale).
Il problema vero è, semmai, quello della Giustizia negata; questione che, ovviamente, riguarda solo quei "poveracci" (la stragrande maggioranza di noi) che non possono consentirsi (mi riferisco, essenzialmente, alle cause civili) decenni d’attesa - e connessi costi - per veder riconosciuti i propri diritti, cosicché “furbetti” e “furbacchioni” possono agire indisturbati. Né - fuori dall’ambito civilistico - la soluzione più convincente appare quella del superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale, giacché anche questa si configurerebbe come un rafforzamento delle già ampiamente sussistenti dinamiche di una Giustizia di censo e di casta.
Un approccio pragmatico, e politicamente serio, vorrebbe che prima di ragionare di "riforme della Giustizia” (leggasi irregimentazione dei magistrati indipendenti, soggetti e fedeli solo alla Legge) si colmassero i vuoti d’organico dei tribunali e che a questi ultimi venissero garantiti i mezzi strumentali minimi per la loro operatività. Solo dopo - e se ancora necessario - si potrà cominciare a ragionare sull’eventualità di una complessiva ed organica riforma della Giustizia, che come tutte le riforme democratiche avrebbe senso solo se orientata a garantire un’effettiva eguaglianza dei cittadini di fronte alla Legge. Nell’immediato, non pare inutile rammentare e sottolineare che l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla Giustizia sono prerogativa (ed onere!) del Ministro preposto al ramo (Art. 110 della Costituzione).
Ma gli ultimi segnali (vedasi il "lodo Alfano") indicano la volontà del destra-centro italiano (che, non dimentichiamolo, ha anche mai rinnegate radici fasciste) di ridurre ai minimi termini il controllo di legalità. Ed anche in questo caso - si veda sopra - il PD non marca significative differenze, né difende l’impianto costituzionale, ma mostra disponibilità al "dialogo", dando l’idea che il suo "riformismo" sia null’altro che una versione "invaselinata" del berlusconismo (a tale proposito invito a leggere l'articolo di Bruno Tinti successivo al mio sempre su questo sito)
