di: Pancho Pardi - Unità 22 luglio 2008
La sua reale funzione è provata in modo inequivocabile dal precedente tentativo di sospensione dei processi per i reati puniti con pene inferiori a 10 anni e compiuti entro il giugno 2002: una categoria che comprende il processo Mills, giunto quasi a sentenza, in cui il presidente del consiglio è imputato di corruzione in atti giudiziari. Si sospendevano centomila processi per sospenderne uno.
Da questo punto di vista il cosiddetto Lodo è stato considerato da molti, sia in sede politica che giuridica, una diminuzione del danno. Lo è sotto il profilo quantitativo: decine di migliaia di imputati possono ancora sperare di veder riconosciuta la loro innocenza e decine di migliaia di parti lese ricevere giustizia senza esserne impediti dalle vicende giudiziarie di Berlusconi.
Ma il danno di principio è altissimo. Passa con legge ordinaria una misura che lede il principio di uguaglianza di fronte alla legge. Per il rispetto dello stesso principio fu abolita la procedura dell’autorizzazione a procedere che fino ad allora il Parlamento era tenuto a dare per eventuali problemi giudiziari dei suoi componenti. Dopo la tempesta di Mani Pulite l’immunità di fatto che ne derivava fu considerata insostenibile di fronte all’opinione pubblica. Ma la modifica avvenne con legge costituzionale 29 ottobre 1993 n. 3. Dunque la misura di salvaguardia per le alte cariche dello stato avrebbe potuto essere attuata solo con legge costituzionale.
Ma la procedura della modifica costituzionale è troppo elaborata e troppo lunga per giungere al fine prima della conclusione del processo Mills. Da qui la scelta più sbrigativa e l’incastro micidiale con il calendario del precedente decreto sospendi-processi, modificato ma non reso inoffensivo. Questo deve essere convertito in legge entro il 25 luglio. Ma la sua discussione è stata sospesa proprio per far avanzare il Lodo. Così un decreto legge, motivato da ragioni di “necessità e urgenza” (questa è la formula), viene parcheggiato su un binario morto affinché il disegno di legge, di per sé più lento, possa sorpassarlo ed essere approvato in aula prima del 25. La maggioranza legifera secondo i tempi del processo Mills.
In una indimenticabile audizione presso le Commissioni riunite del Senato, disertata da entrambi i presidenti e da quasi tutti i componenti della maggioranza, Leopoldo Elia ha insistito sull’unicità del provvedimento nel panorama giuridico europeo e occidentale. Solo qualche monarca e qualche capo di stato gode di una protezione analoga, in realtà nei diversi casi ristretta da vari limiti. Nessun presidente del consiglio o capo del governo è protetto da iniziative giudiziarie per reati comuni compiuti prima dell’assunzione della carica. Il caso più volte ricordato di Chirac riguarda infatti un capo di stato e non un capo del governo. E comunque la legge protettiva esisteva già prima e non era stata preparata ad personam.
L’ennesima legge vergogna è stata quindi confezionata da una maggioranza prona ai voleri del suo padrone. La stessa motivazione principale addotta è motivo di preoccupazione: il premier scelto dal popolo deve poter svolgere con serenità il compito cui è stato chiamato.
Uno: non è il premier, è il presidente del Consiglio. Per capirsi: il titolo III della Costituzione ha nella Sezione I il Consiglio dei Ministri, non il presidente del consiglio; e la Costituzione non è ancora stata cambiata.
Due: non è stato eletto direttamente da popolo. Il trucco di stampare sulla scheda l’indicazione del candidato presidente è una forzatura che il centrosinistra avrebbe dovuto fin dall’inizio rifiutare e in ogni caso non configura un’elezione diretta. Finora, e fino a prova contraria, il Presidente del Consiglio è nominato dal Presidente della Repubblica. Ciò che sta accadendo adesso dovrebbe persuadere anche i più disponibili a rinunciare per sempre all’elezione diretta del Presidente del Consiglio.
Tre: l’espediente retorico di sottolineare il rapporto diretto tra volontà popolare e presidente del consiglio configura una pericolosa tendenza a ridurre la natura collegiale del governo e a schiacciare la dialettica tra questo nel suo insieme e il Parlamento. In questa luce è perfino ottimistico parlare di dittatura della maggioranza, perché ciò che sta prendendo corpo è piuttosto il dominio di un singolo sulla maggioranza e l’asservimento di questa al suo volere.
Quattro: la “serenità”. Berlusconi sapeva dell’imputazione e del processo da vari anni: se aveva sensibilità per l’argomento, la sua serenità avrebbe dovuto essere scossa fin da prima dell’assunzione della carica. Per finire: la legge ordinaria con ogni probabilità non reggerà all’eventuale verifica di costituzionalità, ma intanto il soggetto, come ha già fatto in precedenza, potrà lucrare il vantaggio del tempo intercorso e vanificare il corso della giustizia.
C’è un solo aspetto positivo in tutta questa amarissima vicenda. Chi ha bisogno di una protezione così incisiva per svolgere il compito di presidente del consiglio non potrà in nessun caso pretendere la stessa protezione per poter aspirare al ruolo assai più simbolico di Presidente della Repubblica. Motivazione questa che si aggiunge a quella ovvia in qualsiasi altro paese: nessuno che abbia il possesso di un impero mediatico può salire ai vertici del potere politico e addirittura alla massima carica dello Stato.
Quanto a noi, quando sapremo tornare al governo, non dovremo avere dubbi: si dovrà cancellare, questa volta per davvero, tutte le leggi vergogna dalla prima all’ultima. E sarà il primo passo per costruire un’Italia più giusta.
