BIOETICA di FINE VITA e ACCANIMENTO TERAPEUTICO
di: Pippo Quattrocchi, medico e bioeticista - Liberacittadinaza - Acireale
di: Pippo Quattrocchi, medico e bioeticista - Liberacittadinaza - Acireale
Il recente «Caso Welby » con il suo triste e doloroso epilogo e gli scontri preliminari all´esame parlamentare dei diversi disegni di legge sul cosiddetto «Testamento Biologico» mi hanno indotto a esternare questa mia modesta riflessione, nella convinzione che la bioetica rappresenta il luogo di incontro e non di scontro tra persone di diversa provenienza geografica, religiosa e culturale.
Il progresso di questi ultimi anni ha rivoluzionato il rapporto tradizionale dell´uomo con la Vita, in tutte le sue fasi, sopratutto in quella iniziale e terminale. Oggi la medicina è in grado di governare sia il processo della procreazione, sia, con frequenza sempre maggiore, quello della morte.
Non sempre le conquiste della scienza costituiscono un «bene» per l´Uomo; le nuove tecnologie che ci consentono di nascere in modo innaturale e di rinviare il momento dell´exitus, prolungandolo oltre le leggi della fisiologia destano interrogativi nuovi, impensabili fino a qualche anno fa e inquietanti per la nostra coscienza.
In molte malattie la medicina attuale ha ampliato il cosiddetto «processo del morire», creando i «malati terminali», una categoria nuova di pazienti particolari. pazienti che, molte volte, vivono gli ultimi giorni della loro vita in un pietoso abbandono: da parte delle strutture ospedaliere, dove sono stati oggetto di arditi interventi chirurgici e di cure sofisticate, da parte del proprio medico, formato più «a curare» che «a prendersi cura» e, qualche volta anche da parte degli stessi familiari che, sfiduciati da una medicina impotente, traditi dai «mezzani della speranza» e ormai rassegnati aspettano l´exitus, come il momento liberatore.
Questo stato di abbandono accresce la solitudine e aggrava sofferenza del malato terminale, fino a stimolarne, qualche volta, la tentazione eutanasica: perché continuare una vita «senza speranza alcuna », una vita «indegna di essere vissuta», una vita «non più produttiva», non più «fonte di piacere» ma solo di dolore e «totalmente dipendente dagli altri»?
In questi frangenti può verificarsi anche un atteggiamento apposto, quello dell´«accanimento terapeutico», cioè del ricorso ad interventi non appropriati alle condizioni cliniche.
Ogni atto medico deve rispondere ai criteri della appropriatezza e della proporzionalità: si può intervenire sull´uomo solo tanto quanto serve alla sua salute, né di più, né di meno. Non si dovrà medicalizzare ove non sia necessario, né si dovranno fare mancare le cure indispensabili.
Partendo da questo concetto, sarà il Medico a decidere, in ogni singola occasione e nel rispetto della volontà del malato, quale intervento può configurarsi come «accanimento terapeutico » e quale come semplice, ma doverosa assistenza medica.
Il rifiuto dell´accanimento terapeutico non deve mai identificarsi con l´abbandono del Paziente terminale, ma con il rifiuto di quei «trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all´ammalato in simili casi» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull´eutanasia, Roma, 05.05.1980).
Rispettare la Vita in tutti i suoi momenti è un preciso dovere del medico, espropriare il Malato della sua morte, diventa, invece, un abominevole abuso di potere. Il concetto di «diritto alla morte», di cui tanto si parla e si sparla in questi anni, deve configurarsi nella nostra cultura e nella prassi quotidiana non come arbitrio sulla vita, ma proprio come il diritto ad una morte «dignitosa » ed «umana», cioè degna dell´uomo e della sua vita. Noi da questi pazienti. abbiamo imparato quello che Leonardo Sciascia affermava nella sua ultima opera: in questi casi non è vero che la speranza sia l´ultima a morire, ma è il morire che diventa l´ultima speranza.
La complessità e la multidimensionalità delle problematiche etiche del malato terminale, dovrebbero indurre nella nostra società un sereno confronto tra uomini e culture differenti, portatori di valori su cui costruire una normazione giuridica, al passo coi tempi e rispettosa di ogni singola persona, la quale rappresenta nell´insegnamento aristotelico il synolon del corpo con lo spirito, e in quello kantiano il fine ultimo e pregnante del nostro impegno «sociale» e «politico ».
Attualmente, purtroppo stiamo assistendo soltanto ad uno scontro d´altri tempi, scontro che, a volte, si trasforma anche in spettacolo televisivo, nei cui salotti pseudo-giornalisti e ospiti non qualificati, arruolati con lauto gettone di presenza, litigano su argomenti di cui non hanno alcuna competenza e conoscenza.
Se vogliamo costruire il bene comune, su un tema così importante sul piano etico, religioso e giuridico e, nello stesso tempo sfumato, delicato, intimo, quale è quello del passaggio della Vita alla Morte, dobbiamo tutti scendere dalle cattedre, dai pulpiti e lasciarci guidare da una virtù in via di estinzione, dobbiamo riscoprire la saggezza. Montagne, oltre due secoli fa diceva, con un gioco linguistico sul termine «sage-femme » (che in francese indica l´ostetrica): «se occorre una donna saggia per aiutare l´uomo a entrare nel mondo, occorre una persona altrettanto più saggia per aiutarlo ad uscirne»
Il progresso di questi ultimi anni ha rivoluzionato il rapporto tradizionale dell´uomo con la Vita, in tutte le sue fasi, sopratutto in quella iniziale e terminale. Oggi la medicina è in grado di governare sia il processo della procreazione, sia, con frequenza sempre maggiore, quello della morte.
Non sempre le conquiste della scienza costituiscono un «bene» per l´Uomo; le nuove tecnologie che ci consentono di nascere in modo innaturale e di rinviare il momento dell´exitus, prolungandolo oltre le leggi della fisiologia destano interrogativi nuovi, impensabili fino a qualche anno fa e inquietanti per la nostra coscienza.
In molte malattie la medicina attuale ha ampliato il cosiddetto «processo del morire», creando i «malati terminali», una categoria nuova di pazienti particolari. pazienti che, molte volte, vivono gli ultimi giorni della loro vita in un pietoso abbandono: da parte delle strutture ospedaliere, dove sono stati oggetto di arditi interventi chirurgici e di cure sofisticate, da parte del proprio medico, formato più «a curare» che «a prendersi cura» e, qualche volta anche da parte degli stessi familiari che, sfiduciati da una medicina impotente, traditi dai «mezzani della speranza» e ormai rassegnati aspettano l´exitus, come il momento liberatore.
Questo stato di abbandono accresce la solitudine e aggrava sofferenza del malato terminale, fino a stimolarne, qualche volta, la tentazione eutanasica: perché continuare una vita «senza speranza alcuna », una vita «indegna di essere vissuta», una vita «non più produttiva», non più «fonte di piacere» ma solo di dolore e «totalmente dipendente dagli altri»?
In questi frangenti può verificarsi anche un atteggiamento apposto, quello dell´«accanimento terapeutico», cioè del ricorso ad interventi non appropriati alle condizioni cliniche.
Ogni atto medico deve rispondere ai criteri della appropriatezza e della proporzionalità: si può intervenire sull´uomo solo tanto quanto serve alla sua salute, né di più, né di meno. Non si dovrà medicalizzare ove non sia necessario, né si dovranno fare mancare le cure indispensabili.
Partendo da questo concetto, sarà il Medico a decidere, in ogni singola occasione e nel rispetto della volontà del malato, quale intervento può configurarsi come «accanimento terapeutico » e quale come semplice, ma doverosa assistenza medica.
Il rifiuto dell´accanimento terapeutico non deve mai identificarsi con l´abbandono del Paziente terminale, ma con il rifiuto di quei «trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all´ammalato in simili casi» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull´eutanasia, Roma, 05.05.1980).
Rispettare la Vita in tutti i suoi momenti è un preciso dovere del medico, espropriare il Malato della sua morte, diventa, invece, un abominevole abuso di potere. Il concetto di «diritto alla morte», di cui tanto si parla e si sparla in questi anni, deve configurarsi nella nostra cultura e nella prassi quotidiana non come arbitrio sulla vita, ma proprio come il diritto ad una morte «dignitosa » ed «umana», cioè degna dell´uomo e della sua vita. Noi da questi pazienti. abbiamo imparato quello che Leonardo Sciascia affermava nella sua ultima opera: in questi casi non è vero che la speranza sia l´ultima a morire, ma è il morire che diventa l´ultima speranza.
La complessità e la multidimensionalità delle problematiche etiche del malato terminale, dovrebbero indurre nella nostra società un sereno confronto tra uomini e culture differenti, portatori di valori su cui costruire una normazione giuridica, al passo coi tempi e rispettosa di ogni singola persona, la quale rappresenta nell´insegnamento aristotelico il synolon del corpo con lo spirito, e in quello kantiano il fine ultimo e pregnante del nostro impegno «sociale» e «politico ».
Attualmente, purtroppo stiamo assistendo soltanto ad uno scontro d´altri tempi, scontro che, a volte, si trasforma anche in spettacolo televisivo, nei cui salotti pseudo-giornalisti e ospiti non qualificati, arruolati con lauto gettone di presenza, litigano su argomenti di cui non hanno alcuna competenza e conoscenza.
Se vogliamo costruire il bene comune, su un tema così importante sul piano etico, religioso e giuridico e, nello stesso tempo sfumato, delicato, intimo, quale è quello del passaggio della Vita alla Morte, dobbiamo tutti scendere dalle cattedre, dai pulpiti e lasciarci guidare da una virtù in via di estinzione, dobbiamo riscoprire la saggezza. Montagne, oltre due secoli fa diceva, con un gioco linguistico sul termine «sage-femme » (che in francese indica l´ostetrica): «se occorre una donna saggia per aiutare l´uomo a entrare nel mondo, occorre una persona altrettanto più saggia per aiutarlo ad uscirne»
