Don Camillo va alla guerra
Nicola Tranfaglia - Unità del 16.11.2005
Signor Cardinale, la sua reazione, diffusa dalle agenzie di stampa, alla lettura dei giornali che commentavano l’apertura della Conferenza dei vescovi ad Assisi in cui ha parlato di «pallottole di carta» e di pericolo per la Chiesa per quei commenti mi è parsa assolutamente fuori luogo.
Il linguaggio si avvicina ai termini militari e la condanna della stampa che fa solo il suo mestiere raccontando la Conferenza e assumendo le posizioni che ritiene più convincenti non può appartenere a un’istituzione che vuole essere indipendente e al di sopra delle parti politiche. Dichiarazioni come quelle che ha ritenuto di poter diffondere non fanno che esasperare lo scontro e rendono più difficile un dialogo di cui pure tutti abbiamo bisogno.
Ho letto con attenzione il suo ultimo discorso alla Conferenza dei vescovi per l'interesse che le sue posizioni hanno assunto da tempo nel dibattito politico italiano.
Anche in questo ultimo discorso lei afferma, citando le parole di Benedetto XVI, che «la Chiesa non rivendica per sé alcun privilegio ma soltanto avere la possibilità di adempiere la propria missione nel rispetto della legittima laicità dello Stato».
Ma, a leggere la sua prolusione, lei ancora una volta si contraddice apertamente giacché affronta tutti i temi della politica italiana e distribuisce pagelle positive o negative a seconda dell'indirizzo che hanno le azioni dell'uno o dell'altro protagonista.
Così, sulla questione dell'università e della ricerca, non avanza critica alcuna alla politica di avvilimento della ricerca e del fondo ordinario destinato agli atenei, al fatto che l'Italia in questi anni è diventato il fanalino di coda dell'intero continente europeo e che persino in questa finanziaria ancora all'esame le risorse maggiori sono andati alle due istituzioni legate al ministro Tremonti e al presidente del Senato Pera mentre l'intero sistema universitario è stato sottoposto a un nuovo mortificante salasso di finanziamenti.
E nello stesso tempo, caro cardinale, lei sente il bisogno di bacchettare quei studenti e quei professori (che sembrano essere, se non la maggioranza, la parte più attiva e più preoccupata) che hanno partecipato alle proteste per la legge delega sulla docenza universitaria che rischia di escludere i migliori delle nuove generazioni dall'approdo universitario, criticando i «toni che a volte sono apparsi eccessivi e con forme non sempre accettabili».
Il capitolo sulla scuola nella sua prolusione si conclude con la sottolineatura degli accordi con il ministro Moratti per confermare il vecchio insegnamento dogmatico sulla religione nelle scuole piuttosto che favorirne uno critico e storico legato al confronto tra le varie religioni.
Quanto alla legge finanziaria ancora sotto esame parlamentare, lei non dedica una riga ai tagli pesanti agli enti locali che nei giorni scorsi la Corte Costituzionale, pur riferendosi alla precedente edizione del 2004, ha ritenuto illegittimi e concentra la sua attenzione esclusivamente alla famiglia e al sostentamento dei figli e ai problemi dell'andamento demografico. Di qui l'attacco deciso e, se me lo permette, piuttosto esagitato contro la sperimentazione della pillola RU-486 che fino a nuovo ordine rientra perfettamente nella legislazione vigente in Italia sull'aborto.
Ma questo discorso, signor cardinale, sembra un vero programma di governo piuttosto che la parola pacata e rispettosa della laicità dello Stato di cui dicevano le parole prima citate del Pontefice.
E verrebbe da dire, pur con il massimo rispetto per la sua carica, che se il presidente della Cei gareggia con i politici in termini di programmi e di posizioni estremiste non c'è poi da stupirsi né da scandalizzarsi se qualcuno non è d'accordo ed esprime con chiarezza un'altra e diversa posizione.
O mi sbaglio?
