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SENTENZA CORTE EUROPEA SULLA LIBERTA' D'ESPRESSIONE
di: Claudio Riolo - Marco Travaglio

Forse qualcuno di voi avrà già saputo che la lunga vicenda processuale per diffamazione (in cui sono coinvolto dal '95 per un articolo pubblicato su Narcomafie) si è conclusa recentemente con una sentenza (non ancora definitiva) di condanna dell'Italia per violazione dell'art. 10 (libertà d'espressione) della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

E' superfluo sottolineare che l'importanza di questa sentenza della Corte europea per l'affermazione della libertà d'informazione, di critica e di ricerca in generale, e in particolare sul terreno delle contiguità tra politica e mafia, va ben aldilà del caso in questione.
Allego uno stralcio dalla sintesi, redatta dal Cancelliere, della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo:


Decisione della Corte

Articolo 10

La Corte osserva che l’articolo incriminato si basava sulla situazione in cui si trovava il sig. Musotto all’epoca dei fatti. Non compete alla Corte prendere in esame l’esistenza o meno di una incompatibilità tra i ruoli rivestiti dall’interessato; rimane che si trattava, indubbiamente, di una situazione che poteva suscitare dubbi quanto all’opportunità delle scelte operate da un alto rappresentante dell’amministrazione locale di fronte ad un processo che riguardava fatti di una gravità estrema. L’articolo del ricorrente si iscriveva dunque all’interno di un dibattito d’interesse pubblico, che toccava una questione d’interesse generale, e a maggior ragione allorché dopo il settembre 1994 la doppia funzione del sig. Musotto era stato oggetto di numerosi articoli nella stampa.

Il sig. Musotto era un uomo politico che occupava, all’epoca dei fatti, un posto-chiave nell’amministrazione locale. Doveva quindi aspettarsi che i suoi atti fossero sottomessi ad un esame scrupoloso da parte della stampa. Inoltre, sapeva oppure avrebbe dovuto sapere che, continuando a difendere uno degli imputati in un importante processo di mafia nel quale l’amministrazione di cui era presidente avrebbe potuto intervenire, si sarebbe esposto a severe critiche. Questa circostanza non può tuttavia privare il sig. Musotto del diritto alla presunzione di innocenza e a non essere oggetto di accuse sprovviste di ogni base fattuale.

Dopo l’esame, la Corte considera nondimeno che l’articolo incriminato non contiene delle espressioni che implichino apertamente che il sig. Musotto abbia commesso delle infrazioni o che abbia protetto gli interessi della mafia. Agli occhi della Corte, le affermazioni contenute nell’articolo non possono essere lette nel senso che il sig.Musotto si sarebbe volontariamente legato ad ambienti mafiosi. Il ricorrente ha piuttosto espresso la tesi secondo la quale un eletto locale potrebbe essere influenzato, al meno in parte, dagli interessi dei quali i suoi elettori sono portatori. Si tratta di un’opinione che non supera i limiti della libertà d’espressione in una società democratica.

Per quanto riguarda le espressioni ironiche utilizzate dal ricorrente, la Corte ricorda che la libertà giornalistica può comprendere il ricorso possibile ad una certa dose di provocazione. D’altronde, le espressioni utilizzate dal ricorrente non sono mai scivolate in insulti e non possono essere giudicate gratuitamente offensive; esse avevano in effetti una connessione con la situazione che l’interessato analizzava; la Corte osserva pure che nessuno contesta la veridicità delle principali informazioni sui fatti contenute nell’articolo incriminato.

In queste condizioni, l’articolo del ricorrente non può essere interpretato come un attacco personale gratutito nei confronti del sig. Musotto.

Infine, tenuto conto della situazione finanziaria del sig. Riolo, la sua condanna a pagare tali somme era suscettibile di dissuaderlo dal continuare ad informare il pubblico su temi d’interesse generale.

Pertanto, la Corte conclude che la condanna dell’interessato è da interpretare come un’ingerenza sproporzionata nel suo diritto alla libertà d’espressione e non può essere considerata come “necessaria in una società democratica”. Di conseguenza, c’è stata violazione dell’articolo 10.

Claudio Riolo

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C'E' UN GIUDICE A STRASBURGO
Marco Travaglio - l’Unità 23 luglio 2008


I politici devono rassegnarsi alle critiche, anche aspre. E devono smetterla di considerarle "insulti" o "attacchi" e di denunciare chi le muove. Mentre in Italia la Casta si blinda con scudi, immunità e bavagli alla stampa, da Strasburgo arriva un'altra fondamentale sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo in difesa del quarto potere «cane da guardia della democrazia».

La sentenza condanna lo Stato italiano a risarcire il politologo Claudio Riolo, condannato a versare 80 milioni di lire (140 con gli interessi) il presidente forzista della provincia di Palermo, Francesco Musotto, per averlo criticato.

Nel novembre 1994 Riolo, che insegna all’università di Palermo, pubblica su Narcomafie diretto da don Luigi Ciotti l'articolo «Mafia e diritto: la Provincia contro se stessa nel processo Falcone. Lo strano caso dell'avvocato Musotto e di Mister Hyde». Riolo mette il dito nel conflitto d'interessi di Musotto, che in veste di avvocato difende un mafioso imputato per la strage di Capaci e in veste di presidente della Provincia è parte civile nello stesso processo.

Musotto denuncia Riolo (non la rivista) in sede civile, chiedendo 500 milioni di danno patrimoniale e 200 di danno morale. Narcomafie ripubblica l'articolo con le firme di altre persone che si autodenunciano con lui. Tra questi, Castellina, Cazzola, Forgione, Lumia, Manconi, Alfredo Galasso, Giuseppina La Torre, Santino, Vendola, Folena, Di Lello. Musotto non li denuncia. Anche perché intanto viene arrestato col fratello con l'accusa di aver ospitato nella sua villa al mare alcuni boss mafiosi latitanti. Sarà assolto per insufficienza di prove: non è provato che fosse al corrente che i capimafia soggiornavano in casa sua, mentre è provato che lo sapesse suo fratello, condannato definitivamente per concorso esterno.

In compenso, nel 2000, il Tribunale civile di Palermo condanna Riolo: 80 milioni di danni morali al presidente della Provincia, rieletto trionfalmente alla presidenza della provincia dopo la disavventura giudiziaria. Condanna confermata in appello e in Cassazione nel 2007. Il professore si vede pignorare il quinto dello stipendio e della liquidazione. Ma ricorre a Strasburgo tramite l'avvocato Alessandra Ballerini. E l'altro giorno ha ottenuto ragione dalla Corte europea: la sua condanna viola l'articolo 10 della Convenzione dei diritti dell'uomo, lo Stato italiano deve risarcirlo con 60 mila euro più 12 mila di spese legali.

La Corte, presieduta dalla giudice belga Francoise Tulkens,spiega che «l'articolo incriminato era fondato sulla situazione in cui si trovava Musotto all'epoca dei fatti»: il suo «doppio ruolo» di presidente della Provincia e di difensore di un mafioso «poteva dar luogo a dubbi sull'opportunità delle scelte di un alto rappresentante dell'amministrazione su un processo concernente fatti di estrema gravità» (la strage di Capaci). L'articolo «s'inseriva in un dibattito di pubblico interesse generale»: Musotto è «uomo politico in un posto chiave nell'amministrazione», dunque «deve attendersi che i suoi atti siano sottoposti a una scrupolosa verifica della stampa». «Sapeva o avrebbe dovuto sapere che, continuando a difendere un accusato di mafia... si esponeva a severe critiche».

Riolo non ha scritto che Musotto abbia «commesso reati» o «protetto gli interessi della mafia»: ha solo osservato che «un eletto locale potrebbe essere influenzato, almeno in parte, dagli interessi di cui sono portatori i suoi elettori». Un'«opinione che non travalica il limite della libertà di espressione in una società democratica». Riolo l'ha pure sbeffeggiato con «espressioni ironiche». Ma «la libertà giornalistica può contemplare il ricorso a una certa dose di provocazione», che non va confusa con «insulti e offese gratuite» se «si attiene alla situazione esaminata» e se «nessuno contesta la veridicità delle principali informazioni fattuali nell'articolo».

Nessun «attacco personale gratuito», allora, ma doverosa critica. Guai a sanzionare le critiche con multe salate che «possono dissuadere» giornalisti e critici a «continuare a informare il pubblico su temi di interesse generale». Insomma la condanna inflitta a Riolo è «un'ingerenza sproporzionata nel diritto di libertà di espressione» e va annullata col risarcimento.

Mentre in Italia con la confusione fra critiche e «insulti», si tenta di soffocare la libera stampa, dall'Europa arriva una boccata d'ossigeno. C'è un giudice, almeno a Strasburgo.

Creato da mariaricciardig
Ultima modifica 2008-07-28 11:09



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