di: Silvia Manderino - silviamande@libero.it
Furio Colombo ritorna sull’argomento, su l’Unità domenicale, in un fondo («Rai, quale scandalo») che ricorda il giornale ai tempi della sua direzione.
Quello che segue non è un resoconto dei fatti, che si accavallano ora dopo ora. E’ il lancio di un segnale di allarme, per quanto piccolo, per quanto debole, per quanto isolato possa sembrare. Mentre Colombo e pochi altri scrivono sulla carta stampata quanto la Rai ha fatto durante il governo 2001-2006 diretto da Silvio Berlusconi, questa stessa Rai, anche oggi, ha dato nuova dimostrazione che il patto con Mediaset, il confezionamento di un’informazione univoca consegnata all’opinione pubblica già completa di commenti creati ad hoc, è tuttora in vigore.
Voglio dire che le intercettazioni rese pubbliche nei giorni scorsi sono state la rivelazione di una verità da molti sospettata - ma prima e senza di esse mai veramente accertata - che oggi, tuttavia, ha ancora una nuova dimostrazione, una nuova veste, un nuovo imprimatur.
L’accordo per derubare la collettività dell’informazione, meglio, l’accordo per «normalizzare» l’imbroglio, per dare veste democratica ad uno Stato in cui la democrazia si dimostra non esistere, è tuttora in atto. Alla trasmissione domenicale di Lucia Annunziata, «In mezz’ora», il 25 novembre 2007 è stato ospite Marcello Dell’Utri, attualmente occupante un seggio del Senato della Repubblica, attualmente imputato e/o condannato per alcuni gravissimi reati.
Invitato da Annunziata in qualità di fondatore di Forza Italia, nei giorni scorsi mascherata con altro novello nome. Eretto per l’occasione a politico, commentatore per il centro destra dell’attuale stato delle cose italiane. Degli affari italiani.
Marcello Dell’Utri è uomo mafioso, condannato dalla magistratura italiana a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Questo e soltanto (soltanto?) questo avrebbe dovuto far scattare la regola dell’autoregolamentazione in Rai. Quella che richiede, senza alcuna incertezza, che nessuna voce possa essere data a chi è colpevole di avere dato il proprio «contributo cosciente e volontario al consolidamento e al rafforzamento di Cosa Nostra, il più pericoloso e sanguinario sodalizio criminoso nel panorama delle organizzazioni criminali operanti nel mondo». Sono le parole dei giudici del Tribunale di Palermo, contenute nella sentenza depositata il mese di luglio 2005. Due anni fa, non duemila anni fa.
Una condanna pesantissima, sulla quale pende oggi l’appello - naturalmente dell’imputato, ma soprattutto - dei pubblici ministeri Gozzo e Ingroia, che per i fatti emersi nel dibattimento e per le nuove prove a carico di Dell’Utri scoperte nel 2004, hanno chiesto una pena ancora più severa.
Oggi, momento nel quale la Rai - dimostratasi fasullo strumento di servizio pubblico nelle mani di un servizio privato - dovrebbe ricostruire una nuova immagine di se stessa, per il rispetto dei cittadini italiani, per il rispetto di quei pochi giornalisti che al suo servizio hanno reso un vero servizio all’opinione pubblica, per il rispetto della democrazia, viene rifilato un altro schiaffo agli ascoltatori.
Ciò che è ancora più agghiacciante è la normalità con cui viene trasmesso lo schiaffone.
E’ questa «normalità» che deve allarmare.
Il programma è stato esempio sublime della manipolazione della realtà, della falsificazione di fatti, fatti che sono anche giudiziari e dai quali, per la natura del comportamento criminoso di Dell’Utri, non si può prescindere. Forse Annunziata ha pensato di svolgere il suo dovere di giornalista quando, en passant, ha ricordato a se stessa e al suo interlocutore che per la condanna a nove anni in primo grado pende il processo d’appello.
Ma ci sono modi e modi per ricordare certi dettagli.
Uno dei modi, appunto manipolatore, è quello di trasmettere all’ascoltatore solo metà della notizia, e cioè che l’appello è in piedi perché proposto dall’imputato.
Facendo così implicitamente associare l’appello dell’interessato a un concetto di sentenza tout court sbagliata. Ma la notizia, se la si voleva davvero dare, doveva essere completa.
E l’appello proposto dalla Procura della Repubblica di Palermo doveva essere citato.
In realtà Dell’Utri non era comodamente seduto in studio per parlare delle sue pendenze giudiziarie. Era di fronte ad Annunziata per interloquire sulla politica italiana.
Se Dell’Utri può essere interpellato come se fosse un uomo politico qualunque, se per mezz’ora gli si consente persino di dire che le telefonate intercettate dalla magistratura sulla combutta Rai-Mediaset sono delle stupidaggini, se sul suo giudizio la giornalista Annunziata si è appoggiata per articolare incredibili domande sul possibile accordo tra Partito Democratico e Partito del Popolo della Libertà, ciò significa che i vertici della Rai sono tuttora intenzionalmente dediti al potere di manipolazione , di condizionamento, di manovra delle coscienze dei cittadini.
Questi sono affari italiani. Di noi tutti.
La Rai non è nostra, non lo è da alcuni anni. Non siamo noi gli azionisti.
Lo sappiamo con una sufficiente certezza da alcuni giorni; non ci siamo ancora ripresi dalla notizia di indegni accordi avvenuti sottobanco con la concorrenza di proprietà del miliardario prescritto ed oggi, di domenica, ci vengono rifilate altre indegne trasmissioni, che cancellano persino lo stupore, annullano la sorpresa. Attuano di fatto il tentativo di legittimare e innalzare a vati uomini che non sono in carcere solo perché, per non finirci, si sono fatti eleggere a cariche parlamentari, in Europa e in Italia.
Tutto è concesso in questo Paese?
No. Questo non è possibile.
Occorre una voce alta, occorre scandalizzarsi a voce alta, occorre chiedere e ottenere il rispetto delle regole della democrazia.
La cittadinanza italiana che ha a cuore il proprio Paese non intende far affondare nella melma una vita civile offesa, avvilita, soffocata, privata persino delle più elementari regole su cui si regge la giustizia e la legalità di uno Stato.
