di: Marco Leopizzi - da Musicaround.net n.13(www.musicaround.net)
La musica, come l’arte e la cultura in genere, vive un periodo piuttosto buio nella televisione italiana. È un paese alla rovescia: i sentimenti (falsi, ovviamente) violentati e svenduti da programmi come quelli della De Filippi, della D’eusanio e dei vari reality, la morbosità assatanata di Vespa, le cretinate di Walker Texas Ranger in prima serata o magari nel pomeriggio; al contrario, tranne qualche programma di AllMusic e MTV, peraltro improntati sulla solita musica commerciale, la cultura, l’arte, la musica e lo spettacolo di notte, per i pochi irriducibili che con occhiaia da maniaci resistono fino all’arrivo di un buon programma.
Come «Magazine Sul Due» (Rai2), che qualche notte fa ha proposto un’intervista al direttore Antonio Pappano, o «La Musica Di Raitre», ogni giovedì all’1:10. I più resistenti possono addirittura scovare uno Speciale Roberto Murolo, ma alle 3:35. Certo, ci sono anche programmi come «Crozza Italia» e «Parla Con Me» che prevedono spazi dedicati alla musica dal vivo, ma qui il suo ruolo è piuttosto accessorio e non primario. Meglio glissare, ovvio, su Mediaset, per cui la musica è al massimo un quiz o i concerti della Pausini e dei Negroamaro, targati con la sigla «intrattenimento», la stessa attribuita alla «Ruota Della Fortuna» (sic), e se proprio bisogna sforzarsi un concerto dei restaurati Genesis, sponsorizzato, però, dalla Telecom.
Il 13 dicembre scorso sul New York Times è apparso un lungo articolo dedicato al declino culturale ed economico del nostro Paese, che dipinge gli italiani come disillusi rispetto al futuro e tristi (2). Nulla di nuovo, il recente rapporto del Censis, pur più ottimista, aveva parlato di «società mucillagine» e premiato solo le «minoranze attive»(3), ma i politici italiani si sono sentiti in dovere di replicare all’impietoso quadro del NYT. Il Presidente della Repubblica Napolitano definisce l’articolo «sensazionalista» ed invita, invece, a «scommettete sull'Italia, sulla nostra tradizione e il nostro spirito animale»(4). Mentre Veltroni risponde che l’Italia «ha grande vita culturale, un meraviglioso sistema delle imprese, gente che vuole lavorare e ragazzi di primissimo livello»(5).
Campanilismo? Non credo, per una volta sono d’accordo con i politici italiani, ma qualcosa non torna. Se è vero, com’è vero, che l’Italia è un grande Paese di cultura, tradizioni, arte, letteratura, musica ed ingegno, com’è possibile che i responsabili dei palinsesti tv e gli editori televisivi si ostinino a sostenere, supportati dai dati Auditel, la tesi che se la nostra televisione è oggi spazzatura ciò è dovuto all’interesse degli italiani verso tali programmi? Siamo un grande Paese o un Paese di grandi fessi?
Vediamo allora cos’è questa famosa Auditel (6). Società nata nel 1984, Auditel «si occupa della misurazione degli ascolti televisivi in Italia a livello nazionale e regionale» (7) , e le sue quote sono equamente divise (33%) tra RAI, emittenza privata e aziende che investono in pubblicità, più l’1% destinato alla Federazione Italiana Editori Giornali. Il cda è composto da 18 membri (Il ministro Gentiloni ne ha chiesto l’allargamento a 24) facenti capo a RAI, Mediaset, LA7 e aziende pubblicitarie, ed è sbilanciato a favore del duopolio RAI-Mediaset (8).
Ma il dato più clamoroso è il sistema di rilevazione dell’audience, cioè il numero assoluto degli spettatori reali. Il sistema si basa su una rilevazione campionaria, attraverso un dispositivo chiamato meter che, collegato al televisore, registra tutte le informazioni necessarie e le trasmette, di notte, al computer centrale che le elabora e ne ricava i famosi dati. Il campione, incredibilmente, è costituito da soli 14mila individui, che decidono per l’intera popolazione italiana, costituita da quasi 60milioni di persone (9). Inoltre, fra i 14mila sono inclusi anche i bambini a partire dai 4 anni. Una volta raccolti i dati sul campione lo share (l’audience in %) viene ricalcolato sul totale degli italiani. Ed il giochetto è fatto.
Quante volte abbiamo sentito parlare di milioni di spettatori incollati davanti a questo o quel programma? Dati, per usare un eufemismo, quantomeno ingannevoli. Nessuno è in grado di sapere, in campo analogico, cosa guardano milioni di italiani. Ed allora perché sostenere tale sistema? Forse perché, come pensano molti, fa comodo al duopolio, e soprattutto perché RAI e Mediaset sono controllate dalla «casta», che ha tutto il vantaggio a tenere il popolo alla larga da argomenti culturali e sociali. Cultura, arte e musica, si sa, stimolano riflessione, sensibilità e partecipazione, caratteristiche assai pericolose per l’italico equilibrio dei privilegi.
- Mi riferisco alla TV analogica terrestre, la più diffusa in Italia
- Originale:
http://www.nytimes.com/2007/12/13/world/europe/13italy.html?_r=1
Traduzione:
http://anonimo-italiano.webboys.org/2007/12/14/traduzione-
dellarticolo-sullitalia-pubblicato-dal-new-york-times/ - http://www.censis.it/
- Da «Corriere.it» del 13 dicembre:
http://www.corriere.it/politica/07_dicembre_13/napolitano_replica_
usa_f5217b56-a9ad-11dc-b997-0003ba99c53b.shtml - Da «Corriere.it» del 15 dicembre:
http://www.corriere.it/politica/07_dicembre_15/veltroni_times_
0db9ee0c-ab19-11dc-a893-0003ba99c53b.shtml - http://it.wikipedia.org/wiki/Auditel
- Annunziato Gentiluomo in «Sociologia Della Comunicazione»,
di Luciano Paccagnella, Il Mulino, Bologna, 2004 - http://www.auditel.it/chi_organi.htm
- http://www.auditel.it/come_rileva.htm
