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DAL CASO SCHIFANI ALLE SCHIFEZZE SU TRAVAGLIO
di: Daniela Gaudenzi

Quello a cui si è assistito quotidianamente dal 13 maggio in poi sulle pagine di Repubblica ad opera della più autorevole (forse fino ad oggi) e sicuramente potente firma della testata, Giuseppe D’Avanzo, non è la critica lecitissima, nonostante il contesto da linciaggio permanente appena apre bocca, del collega Marco Travaglio, ma una resa dei conti con definizioni dal sapore diffamatorio e paragoni quantomeno indegni, per bollare come fasullo, tartufesco e pernicioso «il metodo Travaglio». Quello che fa Marco Travaglio, può benissimo essere criticato, non condiviso, giudicato eccessivo o provocatorio data l’assuefazione ad una cronaca politica ritagliata sui desiderata dei protagonisti, peraltro non criticata dall’inflessibile analista-filosofo D’Avanzo che discetta del rapporto tra evidenza e verità, tema che ha impegnato il pensiero occidentale dai presocratici in poi, con una supponenza sconosciuta ad Aristotele, Platone e Kant.

Ancor più possono essere criticati i suoi eventuali acritici seguaci: tra le centinaia e migliaia di cittadini che ogni giorno in tutte le piazze d’Italia si accalcano per ascoltare Marco Travaglio da molti anni a questa parte e senza che mai la stampa né nazionale, né locale ne desse adeguatamente conto fino al successo televisivo, può esserci e quasi sicuramente c’è una minoranza di fans senza ulteriori definizioni. Ma i milioni che testimoniano interesse per Marco Travaglio e Michele Santoro e per i fatti che raccontano piuttosto che per il salotto attrezzato per tutte le stagioni di Porta a Porta, non possono essere descritti tout court da D’Avanzo come una massa abulica ed acefala più o meno inferocita in preda «ad un qualunquismo antipolitico alimentato, per interesse particolare, da un linciaggio continuo ed irrefrenabile...»

Per minare la credibilità di Marco Travaglio, la sua onestà intellettuale e la sua professionalità Giuseppe D’Avanzo inizia con i dubbi che attribuisce ai suoi eccellenti maestri sull’allievo che poi si sarebbe rivelato indegno, si appella alla «confusione» di cui sarebbe preda e che ingenererebbe nei suoi beoti lettori, lo accusa di fare giornalismo da salotto e non di inchiesta, di mettersi all’ombra dei Vaffa invece di andare in Sicilia, di avvalersi di espedienti, di disinteressarsi del «vero» e del «falso» dopo averci messo in guardia per metà articolo-invettiva contro la fondatezza di questa contrapposizione.

Il demone Travaglio, quasi fosse il giornalista più potente e più protetto d’Italia e non avesse casomai fondato il suo consenso sul suo personale coraggio e le capacità professionali, sarebbe in grado, attraverso la manipolazione di un fatto, nella fattispecie, le consuetudini, di natura economica e lavorativa, di Schifani con personaggi mafiosi, di gettarlo in faccia ad una succube opinione pubblica: complice la potenza della TV, l’impotenza della Rai, l’inermità di Fazio. Il risultato: spargere arbitrariamente veleno sulle istituzioni. Sembra sinceramente di sognare. La potenza della tv che viene evocata non per denunciare il guasto del rimbecillimento e dell’imbarbarimento prodotto da oltre 20 anni dalla tv commerciale e dalla mancata concorrenza del servizio pubblico; l’impotenza della Rai, che peraltro ha immediatamente aperto un’istruttoria insieme all’Authority, (secondo autorevoli pareri esorbitando dai suoi compiti) contro Travaglio e Santoro, in balia dunque degli untori dell’antipolitica piuttosto che della più bieca lottizzazione partitocratrica che oggi, grazie all’agognata «semplificazione» si riduce al pensiero unico del veltrusconismo.

Insomma «il metodo Travaglio» è sintetizzabile in «una pratica giornalistica che «con ‘fatti’ ambigui e dubbi manipola cinicamente il lettore/spettatore.. un paradigma professionale che sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali… può distruggere chiunque... gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti a destra come a sinistra...». E qui evidentemente sta la ratio del linciaggio bipartisan, contro un giornalista un po’ anomalo che non ha danti causa nel Palazzo, sport in cui D’Avanzo si accredita come insuperato battipista. Al seguito le voci più intrepide, dal Riformista che titola in prima pagina «Un passato travagliato» citando entusiasta D’Avanzo e compiacendosi per «la fine di un mito» all’impavido Giornale che esibisce con giubilo «Travaglio l’impresentabile, il giornalista di cui Repubblica si vergogna», passando per Europa che dopo due giorni di attacchi se l’è dovuta vedere con discreto numero di lettori infuriati. Insomma meglio di D’Avanzo non avrebbero potuto fare nemmeno Ferrara, Facci e Guzzanti in un pensatoio congiunto: affondare «il metodo travaglio» messo alla gogna come manipolazione basata su una sorta di sillogismo zoppo che pretenderebbe di considerare mafioso Schifani in quanto sodale di mafiosi, attraverso una surrettizia e assurda comparazione, tesa a dimostrare come Travaglio possa rimanere vittima del suo stesso «metodo».

Il filosofo-giornalista che si impanca a vestale della deontologia professionale e detta le regole del buon giornalismo ad un collega ritenuto nemico pubblico della civile e pacifica convivenza, cita una telefonata intercettata tra Marco Travaglio e Giuseppe Ciuro maresciallo della Dia, già consulente di Falcone e al tempo segretario del PM Antonino Ingroia, condannato in seguito per favoreggiamento a Michele Aiello, a sua volta condannato a 14 anni per associazione mafiosa. La telefonata è dell’estate del 2002 e ha come oggetto dei cuscini che Ciuro insieme ad altri vicini di bungalow aveva prestato a Travaglio in vacanza in Sicilia a sue spese, particolare abbastanza rilevante dato che D’Avanzo riporta come secondo l’avvocato di Aiello, su richiesta di Ciuro, avrebbe pagato il soggiorno lo stesso Aiello.

D’Avanzo, allievo e maestro di cattiva retorica, finge di snocciolare questo casuale esempio come costruzione di una «prova maligna», una delle tante di cui si abbevererebbe «quell’agenzia del risentimento» di cui Travaglio sarebbe florido titolare. Ma con occhio sgombro da subdoli sofismi retorici, si fatica a vedere che cosa abbiano in comune quella telefonata intercettata sui cuscini con le deposizioni rese da Francesco Campanella e dallo stesso Schifani a proposito di partecipazioni societarie o di consulenze urbanistiche di quest’ultimo con e per personaggi rivelatisi in seguito mafiosi di peso e che comunque al tempo non erano sicuramente segretari di alcun PM antimafia.

Intanto il maresciallo Ciuro ha confermato punto per punto il racconto dei fatti di Marco Travaglio e annuncia una querela a D’Avanzo per averlo definito favoreggiatore di Bernardo Provenzano, circostanza non di poco conto che non risulterebbe in alcun atto processuale.

Marco Travaglio ha deciso di querelare D’Avanzo e d’altronde oltre che nella ricostruzione dichiaratamente in malam partem della telefonata con Ciuro ed annessi, a prima vista, non è difficile cogliere diversi profili diffamatori della dignità professionale nell’intero articolo «Non sempre i fatti sono la verità» che pure faceva seguito al precedente «La lezione del caso Schifani» di tenore non molto più lusinghiero.

La domanda desolata è come, nonostante diverse anticipazioni, un giornalista delle capacità di D’Avanzo sia sprofondato in questo baratro di supponenza e faziosità velenosa. Sembra che il peccato più diffuso, meno confessato dagli italiani e in fondo meno confessabile sia l’invidia.

Creato da mariaricciardig
Ultima modifica 2008-05-16 17:44



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