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GLOBALIZZIAMO I BAMBINI
di: Maurizio Chierici-unità 6 agosto '07

Quando ha comperato il Times scandalizzando Londra, Citizen Murdoch, l’editore australiano che sta mangiando ogni Tv e ogni giornale, si è giustificato con uno strano discorso: «È necessario internazionalizzare i media. Nell’era della globalizzazione e dei satelliti mi propongo di sottrarre i media agli egoismi dei notabili di ogni nazione, chiusi e propensi a piegarli ad interessi economici e politici locali. I lettori di Londra e i lettori di New York devono avere le stesse informazioni non inquinate da trame personali». Specie di crociata per difendere la lealtà globale dagli appetiti degli editori di provincia. Con un piccolo handicap: era e resta una internazionalizzazione privatizzata. Ogni decisione passa dalla sua scrivania. Citizen Murdoch è il gioco di Citizen Kane, film che Orson Welles ha dedicato cinquant’anni fa all’editore Hearst, signore della California con Hollywood, radio e giornali ai suoi piedi. Cinquant’anni dopo Hearst ha l’aria di un don Rodrigo di campagna.

Come tutti sanno, l’altro ieri Murdoch ha comperato il Wall Street Journal, conservatore ma corretto nel bilanciare le notizie, peso massimo dell’informazione economica che scuote le borse del mondo. Nel portafoglio americano di Murdoch le tribune dell’informazione sono tante, dal New York Post alla Fox Tv che ha combattuto in Iraq al fianco di Bush. Murdoc ha appoggiato ogni sospiro di Bush, di Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Tony Blair. Sta corteggiando Hillary Clinton. Hillary fa la ritrosa e per il momento lo sdegna ma prima poi la sventurata risponderà: non può buttar via una corazzata così. Internazionalizzare resta per Murdoch la scorciatoia verso il maneggio globale delle notizie. Piccoli fratelli impallidiscono. Bisogna dire che internazionalizzare per difendere gli interessi di tutti è la bugia al quale ricorrono gli speculatori di ogni professione. Internazionalizzare per esempio il petrolio, bene dell’umanità. Guerre e massacri nel nome di questa libertà. Internazionalizzare l’Amazzonia per far respirare il mondo, ma anche per aprire la cassaforte che nasconde sotto la pelle verde, oro, uranio, alluminio, ferro e un’infinità di materie strategiche che nessuno ha il coraggio di elencare nascondendosi dietro l’alibi della scienza e delle biodiversità.

Su questo tipo di internazionalizzazione è intervenuto a New York - 2001 - il professor Cristovào Buarque. Rispondeva alla domanda di uno studente neo-liberista. Chiedeva lo studente: «Vorrei mi dicesse, come brasiliano e come umanista, se è d’accordo sulla internazionalizzazione dell’Amazzonia». Mai come quell’anno stava bruciando. E il candidato alla presidenza Bush aveva lanciato l’idea di proteggerla con un’amministrazione superstatale, eserciti compresi. Buarque, professore e rettore di università a San Paolo, aveva insegnato negli Stati Uniti ed era stato governatore di Brasilia: si preparava a diventare ministro dell’Educazione del primo governo Lula. La sua fondazione «O mundo para todos», il mondo per tutti (tutti gli sventurati, soprattutto bambini raminghi) veniva indicata dall’Onu quale modello da seguire per strappare all’emarginazioni un miliardo e mezzo di tasche vuote. Risposta famosa che val la pena ricordare adesso che Murdoc spiega l’acquisto del Wall Street Journal con l’enfasi dell’apostolo impegnato a difendere l’informazione universale.

«Come brasiliano sono contrario all’internazionalizzazione dell’Amazzonia», risponde il professor Buarque. «Anche se il mio governo non riesce a proteggerla come sarebbe necessario, l’Amazzonia è terra brasiliana a meno che non cambino le regole internazionali in modo da dare sollievo all’umanità. Da umanista non sopporto il degrado e lo sfruttamento delle foreste amazzoniche. Non sopporto che vada in fumo una selva larga sei mila di chilometri. La bruciano per allevare animali che diventano bistecche sulle tavole del nord; non sopporto la coltivazioni di cereali e soia preziosi nella fabbricazione di energie rinnovabili necessarie al mercato delle automobili e alle strutture industriali che nutrono il progresso della società. Per dar respiro all’ umanità immagino eticamente che l’Amazzonia possa essere internazionalizzata, ma proprio nel nome dell’eticità che ogni paese dovrebbe rispettare con qualche sacrificio, non mi sembra logico internazionalizzare solo l’Amazzonia. Ogni bene che sfama, consola e arricchisce la vita di miliardi di persone dovrebbe essere internazionalizzato. Il petrolio è importante nella vita delle società così come è importante l’Amazzonia, polmone del mondo. Se è giusto che la mano internazionale impedisca la deforestazione, è altrettanto doveroso che i paesi guida non possano accettare il ricatto dei padroni delle riserve di petrolio: ne aumentano o ne tagliano l’estrazione, alzano e abbassano i prezzi calcolando la convenienza di gruppi ristretti quando gli interessi sono universali. Internazionalizziamo ogni riserva. Se l’Amazzonia è utile a tutti, anche i capitali finanziari e i depositi d’oro nascosti nei bunker delle nazioni potenti, sono indispensabili a miliardi di persone umiliate da fame e sottosviluppo. Bruciare l’Amazzonia è grave, grave come la disoccupazione manovrata dalle decisioni personali di speculatori globali. Non possiamo permettere che le riserve finanziarie servano a bruciare regioni e continenti nella voluttuosità arrogante delle speculazioni. Internazionalizziamole.

Ma il mondo nel quale viviamo non conta solo le ricchezze da godere nei bei palazzi, su barche o aerei che fanno sognare l’universo delle baracche. Come umanista propongo di internazionalizzare i grandi musei. Perché il Louvre deve appartenere solo alla Francia? Il Louvre e ogni museo sono i guardiani di stanze dove si raccolgono le opere di geni che hanno illuminato la storia. Impossibile immaginare che un patrimonio il quale accompagna nei secoli la vita di tutti - proprio come il patrimonio naturale amazzonico - venga lasciato all’orgoglio di un solo paese o di collezionisti che della bellezza hanno una percezione per lo più decorativa. Possono disporne con la libertà che la loro vanità suggerisce. Possono incenerire tele o sculture con gli sfregi delle guerre o egoismi ugualmente tristi. Qualche tempo fa un milionario giapponese si è fatto seppellire assieme al quadro che più amava, opera di un grande pittore. Un quadro sotto terra, rubato al piacere delle folle e degli studiosi i quali possono solo ammirarlo nei colori approssimativi delle riproduzioni? Non è giusto. Internazionalizziamo musei e collezioni.

Mi trovo a New York per gli incontri organizzati dalle Nazioni Unite in occasione della Fiera del Millennio. Mancano i presidenti di certi paesi. Altri hanno penato per arrivare al palazzo di vetro. Filtri sgradevoli li hanno bloccati alle frontiere. Direi che è necessario internazionalizzate New York, sede delle Nazioni Unite e metropoli guida del mondo. Se non proprio l’intera città, almeno Manhattam dovrebbe appartenere all’intera umanità. Anche Parigi, Venezia, Firenze, Roma, Londra, Rio de Janeiro sono città che hanno lievitato la cultura universale. Non rappresentano la sintesi di una sola nazione, ma il confluire creativo del mondo intero. Internazionalizziamole.

I candidati alla presidenza deli Stati Uniti (candidati anno 2001) propongono di internazionalizzare le riserve forestali del pianeta: per salvarle, dicono. L’idea non è male, ma l’allargherei. Cominciamo ad usare i miliardi dei debiti condonati alle nazioni che accettano di abbassare le frontiere per affidare alle mani di tutti la salvezza delle foreste; cominciamo ad usare questi miliardi per garantire ad ogni bambino del mondo la possibilità di mangiare almeno una volta al giorno e di andare a scuola. Internazionalizziamo i bambini, non importa i posti dove sono nati; trasformiamoli come l’Amazzonia o come il Louvre in un patrimonio dell’umanità in modo da proteggerli non tenendo conto dei colori, delle lingue, delle religioni diverse. Internazionalizziamoli per non permettere che lavorino quando devono studiare e che muoiano di malattie banali o sfinimento quando devono vivere.

Come umanista sono d’accordo sulla internazionalizzazione dei patrimoni del mondo, ma se mi si definisce brasiliano nella domanda che mi è stata rivolta, invitandomi ad internazionalizzare l’Amazzonia, resto brasiliano e ripeto che l’Amazzonia è solo nostra».

Crisovào Buarque ha rimodulato le stesse provocazioni in un articolo apparso sul Globo, grande quotidiano della famiglia Marinho. Cardoso, presidente del Brasile stava per lasciare. L’economia traballava e Roberto Marinho, nonno spirituale di Berlusconi (Tv, giornali, radio, profeta delle telenovelas), guardava a Lula, eterno nemico, come a un salvagente: la faccia giusta per frenare la rabbia dei dimenticati dai governi dell’oligarchia dei quali Marinho era il megafono. Soluzione che riteneva temporanea: invece... Ed ha aperto una finestra a Buarque, studioso inquieto, intellettuale impegnato. Nelle ultime elezioni ha voltato le spalle a Lula. Fa il senatore sui banchi della sinistra che contesta il governo.

Tornando a Murdoch: il Daily News dà un consiglio ai redattori del Wall Street Journal: «Chiunque di voi creda che Murdoch possa rispettare l’indipendenza della testata, capirà nel tempo di essere stupido. Murdoch vuole solo far crescere ricchezza e potere politico». Le sue promesse somigliano alle promesse che nella campagna elettorale 2001 il giovane Bush distribuiva a proposito dell’internazionalizzazione dell’Amazzonia. Per il bene dell’informazione, per il bene dell’umanità, per salvare le foreste. In realtà è solo il bene di chi cerca il controllo globale. Con la gente normale fuori dalla porta, a mani vuote.

mchierici2@libero.it

Creato da mariaricciardig
Ultima modifica 2007-08-06 14:43



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