di: Francesco Baicchi- Liberacittadinanza
L’ imbarazzata replica di alcuni esponenti del PD sembra avere per il momento bloccato una deriva troppo esplicita, ma il problema è assai più vasto della semplice (e modesta) riforma Gentiloni.
La televisione e alcuni quotidiani, sono ormai, per quasi tutti i cittadini, l’ unico strumento per disporre delle informazioni su cui costruirsi opinioni e compiere scelte. Una informazione pluralista e indipendente è dunque condizione indispensabile perché la democrazia possa funzionare, e non a caso la prima preoccupazione dei regimi autoritari è la soppressione della libertà di stampa. Putin, buon amico di Berlusconi, ce ne offre quotidianamente la conferma.
In Italia questa condizione essenziale non c’ è e ogni giorno che passa senza che si faccia qualcosa per ripristinarla ce ne allontana e ci avvicina al punto di non ritorno.
Oggi l’ intero dibattito sulla necessaria approvazione di una legge elettorale che cancelli il cosiddetto «porcellum» è falsato da una massiccia opera di disinformazione che vede poche eccezioni.
Basta pensare alla promozione (in senso propagandistico) del referendum Guzzetta-Segni, delle cui conseguenze e della cui similitudine con la legge Acerbo-Mussolini poco si è parlato e scritto, per privilegiare invece solo alcuni dei suoi aspetti più presentabili.
Non sono certo che tutti i cittadini che hanno sottoscritto il referendum (esclusi i professionisti della politica, che queste cose le sanno benissimo) lo avrebbero fatto se avessero saputo che la sua approvazione comporta il rischio di assegnare una larga maggioranza parlamentare a un partito (o a una azienda?) assolutamente minoritario, e che verrebbe definitivamente confermato il principio che l’ elettore non sa sostanzialmente chi elegge. Invece si è « comunicato» soltanto il presunto effetto « semplificativo» che deriverebbe dall’ incentivo a limitare il numero delle liste, ammiccando a quella che è stata definita «antipolitica» . Anche l’ informazione sulle proposte oggi sul tappeto e definite con riferimenti geografici (modello tedesco, francese, spagnolo, ecc...) privilegia solo alcuni aspetti tecnici relativi alla possibile distribuzione dei seggi, che interessano e contrappongono inevitabilmente i partiti « grandi» e quelli « minori». Quasi totalmente assente è invece il tema del rispetto della Costituzione, che assegna al « popolo» la sovranità e quindi il diritto/dovere di scegliere chi mandare in Parlamento.
Non dovrebbe essere argomento di discussione l’ ipotesi della indicazione vincolante del Capo del Governo sulla scheda, per l’ evidente violazione degli articoli 88 e 92 Cost., e nemmeno l’ obbligo dei singoli parlamentari di fedeltà alla coalizione, in contraddizione con l’ art. 67, o la presenza di «premi di maggioranza» che falsano l’ intero principio della rappresentanza. Tutti temi che invece vengono presentati come normali riforme, nascondendone l’ impatto distruttivo che avrebbero sull’ intero sistema istituzionale.
Indipendentemente dal modello di riferimento viene raramente chiarito il meccanismo di individuazione delle candidature e il potere di scelta che rimarrebbe all’ elettore, dipendente dal numero di alternative che gli vengono proposte. Si tralascia la limitazione di libertà che deriva dall’ imporre il solo voto di lista, lasciando alle segreterie la scelta del nome dell’ eletto.
Si dimentica di dire che il sistema maggioritario a doppio turno (o «francese») vede in quel Paese al primo turno una pluralità di partiti il cui « peso» determina coalizioni che sostengono i candidati al secondo turno, con una larga applicazione del metodo della «desistenza» per garantire una rappresentanza ampia. Niente a che vedere con l’ idea di bipartitismo forzato che sottindendono invece alcuni dei suoi sostenitori italiani. Il nostro confronto casalingo si concentra invece sulla «soglia» che, escludendo dai conteggi chi non raggiunge un certo numero di consensi, impedirebbe di fatto la presenza con un proprio simbolo ad alcune formazioni, che sarebbero costrette a negoziare alcuni posti nelle liste maggiori (ipotesi che, ad esempio, sbilancerebbe in favore di PRC il dibattito alla sinistra del PD).
Come se il potere paralizzante di ricatto di alcune formazioni minori o addirittura di singoli (imposti in genere dalle stesse segreterie che ora li sconfessano) non derivasse piuttosto dal loro scarso senso dello Stato o dalla loro statura morale e etica.
Con il pretesto della «stabilità» e della «governabilità» si tenta in realtà di sterilizzare il dibattito politico privilegiando i gruppi dirigenti attuali, garantendo loro l’ inamovibilità e sottraendoli al giudizio popolare. I partiti confermerebbero così la loro vocazione a trasformarsi da strumento dei cittadini in poteri autoreferenziali, sempre più invadenti e costosi.
Una buona legge elettorale è certo indispensabile (e altri Paesi ci dimostrano che meccanismi diversi possono funzionare altrettanto bene, con un numero variabile di partiti), ma non può essere considerata l’ unico strumento per intervenire su un quadro politico deteriorato dalla crisi del meccanismo di rappresentanza. Se l’ elettore non viene messo in grado di valutare, eleggere e confermare (o no) i propri rappresentanti, la professione politica si trasforma in una sinecura ambita proprio da quanti sono privi di ideali e di competenze e puntano solo, a tutti i costi, alla conferma dei loro privilegi.
Su questo dovremmo richiamare l’ attenzione degli elettori, rompendo l’ omogeneità di una informazione parziale e spesso asservita e promuovendo una ripresa dell’ impegno politico per la nascita di reali alternative all«casta».
