di: Gemma Macagno- Laboratorio Politico "Donne per la Città - Città per le Donne"
E se le donne denunciassero le responsabilità della Chiesa in merito alla necessità di ricorso all’aborto quale estrema ratio per una maternità non voluta , considerando vergognoso il veto rispetto all’uso degli anticoncezionali e del profilattico? Se fossero stufe delle continue pesanti ingerenze del Papa nella vita civile della nostra nazione?
Dalle parole spese sulla 194 emerge con evidenza che chi promuove discorsi antiaboristi non lo fa per difendere realisticamente e concretamente il diritto alla vita, ma per affermare principi astratti. Infatti la maternità non viene riconosciuta come una trasformazione dell’identità stessa della donna, con cambiamenti non solo morfologici, ma ormonali, psicologici, di prospettiva esistenziale, di progettualità della persona. Anzi, non si riconosce alla donna il diritto di decidere della propria esistenza e si subordina la sua realtà alla potenziale nascita di un altro essere umano.
Ma se fosse la vita maschile ad avere tale possibilità creativa ed anche tale onere? Se fosse toccato o toccasse ai Ratzinger o ai Ferrara cambiare la propria vita - cambiamento meraviglioso se voluto, ma tragico se contro la propria volontà- parlerebbero nello stesso modo? Perché non si sta a discutere se l’aborto sia un bene od un male in sé, perché è scontato che quando vi si fa ricorso non è certamente per divertimento, ma solo perché si presenta come la scelta meno peggiore, ma si discute del diritto alla salute della donna. La legge serve a garantire condizioni di sicurezza igienico sanitaria,nonché a permettere un aiuto psicologico alle persone coinvolte.
Quanta violenza passa sul corpo delle donne e quanta ignoranza o insensibilità le colpisce? Quanta responsabilità ha una classe politica che non realizza la Costituzione, che ignora il diritto di pari opportunità (basta sfogliare qualsiasi giornale per verificarlo), che continua a non riconoscere la necessità di retribuire adeguatamente il lavoro delle donne in famiglia e ad interpretare la maternità come un obbligo, cui non spetta alcun riconoscimento economico, alcun risarcimento per gli impedimenti lavorativi alla carriera che ne conseguono, nè alcun compenso per la grande fatica necessaria non solo alla gravidanza ed al parto, ma all’allevamento dei figli?
Non è contro l’aborto che si rivolgono gli strali della Chiesa, ma contro l’autonomia delle donne,contro il loro pensiero libero, contro la realizzazione della loro identità, della loro sessualità . La donna è ridotta a cosa. Si legge nei Comandamenti, dopo «non desiderare la roba d’altri» «non desiderare la donna d’altri». La rappresentazione della figura femminile nella Madonna è un ossimoro, fuori da qualsiasi possibile realtà: Vergine e Madre. Gli ideali proposti sono in conflitto con la realtà e sono condanna per la concretezza della vita delle donne.
Questi aspetti integralistici aberranti evidenziano come la realtà della donna sfugga e sia negata dalla Chiesa, che si comporta in contrasto con i contenuti del Vangelo. Ma se «Parigi val bene una Messa» la demonizzazione della donna, che inizia da quella della sessualità femminile e dal mancato riconoscimento del diritto alla propria identità, sono il presupposto per la conservazione del potere in mani maschili, sia nell’ambito delle confessioni religiose, sia in quello della società e dell’economia.
