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L'attacco alla libertà delle donne dalle parole ai fatti: ORA BASTA
di: Anubi D'Avossa Lussurgiu - Liberazione 13/02/2008

Adesso basta. Ci sono dei fatti che rappresentano plasticamente l’oltrepassamento d’un limite: quel che è accaduto ieri al Policlinico di Napoli è uno di questi.
Ci sono degli interrogativi molto gravi, intanto, che richiedono immediate risposte: le richiedono allo Stato, alla Repubblica, ai suoi obblighi nei confronti delle cittadine e dei cittadini, obblighi dettati dalla Costituzione e dalle leggi. Queste risposte sono dovute, vanno anzi pretese, come va pretesa l’individuazione rapida di precise responsabilità.

Ecco gli interrogativi: come può permettersi un’autorità di polizia di intervenire con un’irruzione per «feticidio» in un reparto di Interruzione volontaria di gravidanza, interrogando sul posto una donna reduce da venti minuti da un aborto effettuato nei limiti della 194, gettando scompliglio fra pazienti e personale medico e paramedico, interrogando per giunta anche la vicina di letto della «incriminata» e - se non è smentito il racconto raccolto dall’Unione delle donne italiane - intimidendola per indurla a «deporre» con la minaccia d’un interrogatorio del magistrato, tutto ciò senza autorizzazione preventiva del magistrato stesso e sulla sola base di una denuncia anomina? Si chiama Stato di diritto?

E com’è possibile che, successivamente, un pubblico ministero d’una Procura della Repubblica conceda via telefono, senza trasmissione d’atti scritti, l’autorizzazione agli agenti - ex post rispetto all’irruzione effettuata - a sequestrare la cartella clinica della paziente e perfino il «materiale abortivo», cioè fisicamente il feto?

Tutto questo è di una violenza inaudita. E dovrebbe sorprenderci: se non fosse che c’era da aspettarselo. Perché la scena all’Ivg della Federico II di Napoli, ieri, sembra la materializzazione del Grand Guignol messo in scena da settimane su tanti mass media da una campagna invereconda contro la libertà delle donne: perseguita in nome della «vita» sbattendo sotto il naso del pubblico con disinvoltura inaudita fin il più crudo particolare delle pratiche abortive senza riguardo alcuno per le concrete vite interessate, con un intento colpevolizzatore sempre formalmente smentito ma fattivamente curato nei minimi dettagli. E, per di più, nel quadro d’una vera e propria intromissione religiosa nelle prerogative d’uno Stato laico.

Così, dell’episodio di ieri si può dire senza tema di errore: dalle parole si è cominciato a passare ai fatti. Ora, la questione è molto chiara: come si vede questi fatti violano i confini di prerogative costituzionalmente e legalmente definite, quelle dell’autorità pubblica e quelle delle persone. La chiarezza sta in questo: che nel tradursi praticamente, la campagna in questione obbliga davvero a schierarsi, con essa o con i diritti. Perché non c’è un diritto che confligge con un altro: c’è un attacco ai diritti di tutte e di tutti.

Per quanto si dovrà ripetere il pro memoria che in questo Paese il diritto a condurre sino in fondo la gravidanza in ogni caso non è negato ad alcuna; mentre c’è da tutelare casomai l’applicazione delle garanzie ancora fragili della legge 194? Che in questo Paese ad alcun medico è ostruita la possibilità dell’obiezione di coscienza; mentre c’è casomai da garantire che essa non ostacoli l’applicazione di quelle garanzie, negli ospedali dove l’aborto solo può essere praticato secondo la stessa legge che così ha salvato tante vite di donne dall’inferno dei «cucchiai d’oro» e dalle mammane?

Ma poi: davvero si può accettare che si metta in cattedra per insegnare alle donne il valore e il peso e i rischi della vita, nel campo etereo dell’«etica» ma rivendicando rappresentanza politica, un maschio qual è Giuliano Ferrara? Ma il direttore Ferrara davvero non sa che noi maschi non concepiamo nel nostro corpo proprio alcuna vita e che non siamo noi a condurre la gravidanza e che non siamo noi a rischiare di morire di parto, come accade enne volte in più rispetto agli aborti? Cosa pensa di poter insegnare in materia di vita, lui «laico cattolico» o qualsiasi cardinale o papa, a quella donna di trentanove anni che alla fine della ventesima settimana ha abortito il feto portato in grembo, affetto da una sindrome cromosomica che comporta quasi la metà di possibilità di minorità mentale del partorito, avendo scelto l’aborto secondo legge perché in questa situazione lei era a rischio psichico, come accertato dalla struttura sanitaria?

Ora a Ferrara, al suo annuncio d’una «lista pro-life » che pur «autonomamente» si presenterà al Senato e «solo in alcune circoscrizioni», si risponde da sinistra e anche da destra e dal centro (per quanto concerne la «rosa bianca» di Pezzotta e Tabacci: in verità non per quel che riguarda Buttiglione, in cerca di «vie di fuga» per la sua Udc) con la «libertà di coscienza». E meno male, certo. Va salutata così la dichiarazione di ieri sera di Silvio Berlusconi, che ha opposto alla decisione dell’«amico» il giudizio che «in politica», «nella materia elettorale» anzi, «non» c’è «il palcoscenico giusto» per la «missione che Ferrara si è dato». Ma perché affrettarsi subito ad aggiungere che piuttosto quel «palcoscenico» sarebbero «le Nazioni Unite», come il Cavaliere aveva detto già il giorno prima proponendo di sostenervi la «moratoria» ferrariana?

Non dovrebbe forse essere il governo italiano, in quanto tale, a sostenere una simile iniziativa? E non sarebbe questo un atto politico? D’altronde, appena prima dell’indirizzo di «libertà di coscienza» pronunciato da Berlusconi, la senatrice Maria Burani Procaccini, responsabile per «famiglie e minori» del suo partito, aveva informato che nella prossima legislatura sarà presentato da Forza Italia - cioè, supponiamo, dal nuovo Pdl in cui Forza Italia sarà fusa con An e quant’altri - «un progetto di legge di modifica della 194, la legge sull’aborto, prevedendo una serie di misure di prevenzione obbligatorie e l’interruzione volontaria di gravidanza solo a determinate e ristrettissime condizioni».

Si vorrebbe che le stesse ambiguità - si fa per dire - non ricorressero anche sul lato del Partito democratico, che con il Popolo delle Libertà si contende le magnifiche sorti e progressive dell’auspicato bipartitismo futuro. Ma nel Pd si assiste ad uno strano spettacolo: interprete principale la senatrice Binetti, che almeno ha il pregio di esporre limpidamente le sue intenzioni. Accade che la senatrice del Partito democratico ieri al mattino ha salutato entusiasticamente, sul Corriere della Sera , l’adesione di Silvio Berlusconi alla campagna della «moratoria per la vita» lanciata da Ferrara, naturalmente «in sede Onu»: terminando l’intervista con la frase storica «io, lui (il Cavaliere, ndr ) e Ferrara la pensiamo in modo identico».

E poi alla sera Binetti stessa ha bollato l’iniziativa di Ferrara sulla lista elettorale come «un partito per la vita» di cui «non si sente il bisogno», addirittura invitando ad evitare «strumentalizzazioni» sul «valore della vita» e a non «farlo diventare elemento di conflittualità». Ed è qui che Binetti, che ha cittadinanza nello stesso Pd che avrebbe voluto assorbire (sciogliendoli) i socialisti e i radicali anzi solo Emma Bonino, rivendica: la «concreta assunzione di responsabilità» di cui invece si ha «bisogno», è quanto il Pd «ha affermato senza ombra di dubbi» sin dentro «la sua carta dei valori».

Qui a Liberazione , dove capita come ha scritto il Foglio ieri che l’inserto Queer venga dedicato «all’esplosione nervosa d’un nucleo duro della cultura femminista» (sintesi ferrariana della difesa dell’autoderminazione delle donne) e dove dunque siamo evidentemente prevenute e prevenuti, viene da pensare che l’ultima dichiarazione di Binetti si differenzi dalla penultima solo per l’uscita di Ferrara dalla triade: e che dunque, in fin dei conti, rimangano a pensarla «in modo identico» lei e il Cavaliere. Fuor di scherzo, pare proprio di poter dire che abiti nel Pd un modo di concepire il futuro della campagna « pro-life » in definitiva identico a quello che Berlusconi, nel suo gioco di equivoci, ha lasciato intendere ieri sera: ossia disporre la «libertà di coscienza» come prateria in cui far crescere quella stessa campagna, portandola a produrre interventi sulle politiche pubbliche senza l’incomodo di una conta elettorale.

Sì, siamo prevenuti e pensiamo questo: che d’ogni dove i più «politici» - e forse, in fondo, Ferrara ha almeno il pregio di non dimostrarsi così politico: vedremo per quanto - capiscono bene che quest’aggressione alla libertà delle donne, che tanto facilmente si traduce in aggressione ai loro stessi corpi, non trova affatto un largo consenso. E, soprattutto, è tremendamente ideologica: ossia proprio il contrario della «moderna» de-ideologizzazione che entrambi i rivendicati«pilastri» partitici, Pd e Pdl, richiamano ad ogni pie’ sospinto. Tanto ideologica da impugnare come bandiera di battaglia una fattispecie, quale quella delle interruzioni volontarie di gravidanza alla ventiduesima settimana, che interessa lo zero virgola della casistica degli interventi abortivi.

Tanto ideologica da porre in primo piano un tema quale quello dell’aborto che, proprio in grazie della presenza e dell’azione della 194, non è minimamente in cima ai pensieri: anzitutto delle prime interessate, le donne. Tanto ideologica, infine, da apparire evidentemente per quel che è, la maschera d’una crisi d’autorità di poteri esterni alla laicità dello Stato. Poteri che giungono non a caso a disperarsi, come mostra il quotidiano dei vescovi, per il rischio di scomparsa d’un «partito d’ispirazione cristiana» che «conti»; ma al contempo cercano di condizionarli tutt’e due, i partiti «che contano». Anche per ciò occorre che ve ne siano degli altri e che, almeno, viva una sinistra.

Creato da mariaricciardig
Ultima modifica 2008-02-13 21:42



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