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di: Carmen Marini - Clelia Mori

PARLIAMONE

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« anche una donna può essere buona, e anche uno schiavo, benché l´una sia forse un essere inferiore e l´altro assolutamente dappoco»
Aristotele, La poetica

Il dubbio che arrovellava Aristotele si è trasformato in storica certezza per molti uomini ad ogni latitudine. La sottomissine della donna , trasversale ad ogni cultura e religione, è l´unico esempio di pensiero globalizzato e l´informazione ci sbatte in faccia la realtà violenta vissuta da milioni di donne.

L´occidente pensa di aver superato e risolto la relazione fra uomo e donna, ma le violenze riportate dalla cronaca recente e non, confutano alla radice questa convinzione. I racconti di violenze subite dalle donne « in casa e fuori», svelano molto altro rispetto all´atto stesso: il perpetrarsi di una posizione di forza nella quale gli uomini da millenni si specchiano come unico modello per affermare se stessi. Dalla Grecia classica alla Costituzione americana, (considerati apici del pensiero democratico) è stato riservato lo stesso trattamento d´esclusione nei confronti delle donne. Attraverso l´idea e la pratica del possesso e della forza, gli uomini nascondono una fragilità mai indagata, tra uomini e tra uomini e donne. La pacifica rivoluzione femminile ha messo in discussione l´antico modello di convivenza « scoprendo la libertà delle donne». Così ha iniziato a vacillare il millenario pensiero di superiorità maschile. Oggi sappiamo che la libertà delle donne è l´unica maniera per cambiare il mondo senza l´uso della forza e del possesso di alcuni su altri, a partire dalla politica del quotidiano.

Oggi anche alcuni uomini leggono la libertà delle donne non come un´insidia ma come una strada per trovare «nuove libertà».

Creato da mariaricciardig
Ultima modifica 2006-10-07 23:51



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riflessione sulla violenza

Inviato da carlobari il 2006-11-24 19:42
vorrei proporre una mia riflessione di qualche giorno fa sul tema.
________

15 novembre 2006

Questa mattina ascoltavo la radio, "GR PARLAMENTO". Subito dopo la lettura dei quotidiani, c'è stato un dibattito sul tema della violenza alle donne. Quando valuto l'informazione, in qualunque forma mi giunga, cerco di tirarmi fuori dai meccanismi che spesso imbrigliano il destinatario e lo rendono parte occulta di essa, anziché esterno osservatore. In questo caso, man mano che la discussione prendeva corpo fra i diversi ospiti - quasi tutte donne impegnate in associazioni private rivolte al sociale - cresceva la mia distanza dal ruolo passivo di chi riceve, proprio per meglio valutare il pensiero degli altri. Notavo che quasi tutti gli interventi avevano in comune un substrato culturale mai detto, inconfessato, forse perché ritenuto assolutamente ovvio e scontato, e proprio per questo rimosso definitivamente dalla discussione. Si tratta dell'alto livello di competitività fra le persone che ormai contraddistingue inesorabilmente gran parte delle attività umane, in quasi tutto il pianeta. Dentro quel meccanismo di sprono all'individuo (anche quando si associa, il motore portante resta lui, l'individuo) crescono tanto valori positivi quanto perverse derive dove la competitività esasperata si trasforma in violenza. Non è un caso se negli ultimi 20 anni, al crescere delle iniziative per la tutela delle donne, sia nel campo sociale che legislativo, la violenza verso l'universo femminile sia aumentata nel numero, diversificata nelle forme d’offesa, ma soprattutto non si è attenuata quella infrafamiliare. Qui non grava il sospetto che tale crescita di violenza sia in relazione con l'aumento della popolazione immigrata. Nè vale l'indubbia constatazione che oggi le donne denunciano di più e che quindi siano aumentati i casi noti tra quelli effettivamente occorsi.

E', dunque, principalmente un problema di cultura, nostra, occidentale (fermo restando le gravi responsabilità sul tema di altri sistemi culturali). La nostra è ormai una cultura fondata economicamente e socialmente sull'individualismo. Premia i sistemi competitivi anzichè che quelli collaborativi, pur essendo questi ultimi più economici se si valutano tutte le risorse spese e quelle risparmiate per raggiungere un obiettivo (cfr. il dilemma del prigioniero - teoria dei giochi - http://venus.unive.it/licalzi/NashEponimo.pdf#search=%22teoria%20dei%20giochi%22 )

La psicanalisi si è frantumata, parcellizzata, polverizzata in tutti i saperi, sempre più trattata da mani di incompetenti, se non da veri cialtroni . Non c'è disciplina che non abbia il suo approfondimento psicanalitico zoppo, giocato tutto su un versante a scapito della riflessione attorno “lutto”, della elaborazione della perdita, della valorizzazione del momento depressivo quale risorsa di crescita della consapevolezza dei propri limiti. Si privilegia, cioè, l’analisi che mira a scovare nella personalità risorse aggressivo-competitive. I presidi educativi, le scuole, i seminari, i training, puntano a rastrellare l'io, ad affilare nella personalità aspetti competitivi ed aggressivi, spesso scambiati e valorizzati come espressivi o addirittura forme artistiche.

Empowerment, gestalt, sono da oltre un decennio irrinunciabili riferimenti della formazione umana. Diventiamo sempre più macchine competitive, affermative, interventiste. Si offuscano e scoraggiano le risorse umane più miti, le collaborative, i silenzi, le pause, il passo indietro.

Le associazioni che lottano contro la violenza sulle donne - come tante altre - non ne sono esenti, pur nascendo come private associazioni volontaristiche. I loro progetti sono spesso finanziati da enti pubblici o da altri "terzi" - aziende ed industrie private - che infine scaricano sul mercato il costo del progetto, attraverso il prelievo fiscale (se finanzia l'ente pubblico) o per mezzo del prezzo del prodotto (se finanzia l’azienda privata). Quindi, nella contabilità generale delle risorse, le attività umane competitive acuiscono gli elementi aggressivi ed individualistici, per scontare maggiori tasse ed aumenti di prezzo dei prodotti necessari a finanziare quei progetti, anche quando essi furono socialmente meritori.

Per questa via, tutte le attività non volontaristiche delle associazioni, cioè progetti finanziati da qualunque fonte, in comunità aggressivo-competitive quale è la nostra, si trasformano in un acceleratore di scambi, di sviluppo, di aggressività e di violenza.

Gli ultimi interventi dell’attuale Papa, ma anche gran parte della politica del precedente, non denunciano un po’ questo? Dobbiamo temere si tratti di comunisti?

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