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Conflitto d'interessi, il sorriso di Berlusconi
di: Elio Veltri, Francesco Paola - Unità 16 maggio '07

Nel giorno in cui la Camera dei deputati inizia la discussione della proposta di legge del centro sinistra sul conflitto di interessi, Berlusconi annuncia l’acquisto di Endemol e dice che la televisione, tutta la televisione, è sua.

Anzi, che Lui è la Televisione. Berlusconi, come diceva Indro Montanelli che lo conosceva bene, chiagne e fotte. Lo fa da una vita e gli è andata sempre bene. Lui (così «americano») rifiuta di consegnare il suo patrimonio, «frutto di una vita di lavoro» a uno sconosciuto, fondo cieco, che la proposta di legge, per di più, gli consente di scegliersi.

Operazione che i Presidenti degli Stati Uniti, appena eletti, compiono da sempre e spontaneamente, così come i rappresentanti delle altre cariche elettive. Berlusconi sa che la proposta Franceschini e il testo base della commissione Affari Costituzionali non modificano nella sostanza la situazione attuale prevista dalla legge Frattini e sa anche che per un’azienda come la sua il Blind Trust inefficace, perché, come ha scritto Giovanni Sartori: «Un conflitto di interessi non sparisce se viene camuffato. Se c’è, c’è. E aiutare a camuffarlo è aiutare ad aggravarlo».

Eppure, grida allo scandalo e al golpe perché, se proprio dovesse ingoiare il piccolo rospo, vorrebbe che a dirigere il Blind Trust fosse Confalonieri. E dal suo punto di vista è comprensibile perché con la tecnica collaudata del «chiagne e fotte» è riuscito a farsi approvare dal Parlamento, con il voto degli avversari o sedicenti tali, tutte le leggi che ha voluto; a farsi dichiarare eleggibile alla unanimità per ben due volte dalla Giunta delle elezioni in barba alla legge del 1957; a vanificare tutte le sentenze della Corte Costituzionale; ad avere un aiutino nella scrittura della legge Gasparri dal prof Pilati, membro dell’Autorità per le comunicazioni e, poi, una volta assolto il compito, nominato dal governo Berlusconi all’Antitrust, dalla cui postazione, come ha ironizzato Paolo Mieli, avrebbe dovuto controllare se Berlusconi da Palazzo Chigi avesse favorito o no le sue aziende.

Geniale il Cavaliere: mentre trattava l’acquisto di Endemol, si è anche fatto pregare dagli (inconsapevoli?) esponenti del centro sinistra per entrare nel capitale di Telecom, incassando politicamente le ricadute positive della richiesta, ben sapendo dall’inizio che Telecom non gli interessava minimamente perché in modo diverso e impegnando meno soldi può ottenere molto di più, ferma restando la intangibilità delle sue tre reti, la dominanza sul mercato tv e sulle nuove tecnologie dei prossimi anni.

Il Cavaliere, qualora diventasse capo del governo, non sarebbe minimamente preoccupato di essere danneggiato da una gestione di un Blind Trust, ma gioca la carta del perseguitato che fa sempre presa e, forse, non vuole che occhi men che fedeli, guardino nelle sue aziende.

Perciò, inventando uno scontro inesistente, che il segretario Udc con perfidia tutta democristiana considera addirittura un gioco delle parti con Prodi, cercherà di bloccare la proposta di legge del centro sinistra, chiamando alle armi tutta la Casa delle libertà e poi tratterà perché tutto rimanga come prima: reti e tetti pubblicitari e, magari, nel nome della difesa della italianità proporrà anche una collaborazione con la Rai per mettere insieme strutture e impianti e rafforzare il duopolio a parole, ma nei fatti, sempre e solo Mediaset.

E il centro sinistra? Al governo sembra che manchino i fondamentali. Esso infatti ignora che il conflitto di interessi è «epidemico» e sistemico e come tale ferisce a morte valori costituzionali espliciti come l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e impliciti come la concorrenza sul mercato e la competitività delle imprese. Tanto è vero che nella classifica della Banca Mondiale sulla competitività l’Italia viaggia tra il 60° e 70° posto. Pertanto, non riguarda solo i membri dei governi delle istituzioni, ma imperversa nelle università, nella sanità, nel calcio, nella finanza e nelle banche, nell’ industria, nelle società di servizi pubblici, nella Rai e, soprattutto, nei partiti e nella politica.

Quindi una legge, ammesso che sia approvata, che si occupa solo dei membri del governo è non solo inutile, ma anche dannosa per la semplice ragione che non scalfisce il problema e fornisce alibi al Cavaliere.

Diverso sarebbe stato il discorso se governo e maggioranza avessero informato i cittadini sulle caratteristiche e sulla diffusione dei conflitti di interessi nelle istituzioni, nell’economia e nella società e avessero proposto una Legge Costituzionale, di sistema, evitando, peraltro, l’Istituzione dell’ennesima Autorità e affidando ad apposito servizio della Presidenza della Repubblica, la valutazione costituzionale degli atti del governo e dei comportamenti dei suoi componenti.

Creato da mariaricciardig
Ultima modifica 2007-05-16 23:58



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