I BECCHINI DELLA COSTITUZIONE
di: Daniela Gaudenzi
di: Daniela Gaudenzi
Legislatura costituente e riforma della giustizia al centro del rinnovato, auspicato, implorato, dalle più alte cariche dello Stato, dialogo tra gli schieramenti per il bene del paese, la tenuta delle istituzioni, le magnifiche sorti e progressive della democrazia italiana.
Vito Schifani ha detto esplicitamente che non bisogna girarci tanto attorno e che il primo obiettivo dei “riformatori” è il CSM che va “rimodulato”.
E, ha aggiunto, non si tratta certamente di infrangere un tabù o di creare “uno scandalo” dato che esiste in proposito un illustre precedente nella mitica Bicamerale di D’Alema e nelle insuperate ed insuperabili bozze dell’infaticabile garantista Boato che nel suo piccolo era riuscito quasi a scavalcare l’ambizioso progetto di Licio Gelli.
Che nel disegno di disarticolazione dell’impianto costituzionale in materia di equilibrio tra i poteri fosse riservata, un’attenzione particolare all’organo costituzionale concepito dai padri costituenti per garantire l’autonomia e l’autogoverno della magistratura, lo si era capito chiaramente dall’aggressione istituzionale di cui è stato oggetto il CSM mentre si apprestava a dare una doverosa valutazione sul disegno di legge, poi ridimensionato grazie al “provvidenziale” Lodo Alfano, concepito per fermare il processo Mills con l’effetto “collaterale” di travolgere centomila processi e annientare definitivamente la macchina già arrancante della giustizia penale.
Il combinato disposto dell’art.3 che stabilisce l’uguaglianza dei cittadini, dell’ art. 104 che garantisce l’autonomia della magistratura dall’esecutivo grazie all’organo di autogoverno, dell’art.112 che prevede l’obbligatorietà dell’azione penale per garantire il controllo di legalità a 360 gradi, sono palesemente incompatibili con il governo dei peggiori e lo stato di impunità per i nominati dalla casta che di fatto si è instaurato nel paese e dunque vanno smantellati preferibilmente con consenso bipartisan e senza particolari contrasti da parte del garante della Costituzione, nonché presidente del CSM.
Il capo dello Stato finora, si è ben guardato dal difendere le prerogative dell’organo che presiede definito “una cloaca” da capogruppo del PDL Maurizio Gasparri, così come si è ben guardato dal difendere il vicepresidente Mancino di cui esponenti di spicco della maggioranza hanno persino chiesto le dimissioni accusandolo di inaccettabili interferenze per aver difeso il sacrosanto diritto del CSM ad esprimersi su una materia di sua strettissima competenza, come l’aberrante blocca-processi. Anzi alla cerimonia del Ventaglio, dove ha rivendicato con argomenti alquanto discutibili la sua totale adesione al Lodo Alfano che ha subito autorizzato senza alcun dissidio interiore e promulgato in meno di 24 ore, ha persino polemizzato a distanza con chi ha rilevato, più o meno fondatamente, che almeno l’immunità-impunità per le 4 più alte cariche dovesse seguire il corso della legge costituzionale. Naturalmente non ha nemmeno ritenuto di dover opporre argomenti giuridici a quelli molto validi sostenuti da 100 costituzionalisti e sottoscritti da 150.000 cittadini, sull’incostituzionalità della nuova impunità, che corregge solo parzialmente i gravissimi rilievi di incostituzionalità con cui la Corte Costituzionale aveva sonoramente bocciato il lodo Maccanico-Schifani, di cui l’attuale è una fotocopia goffamente ritoccata.
Secondo Giorgio Napolitano le obiezioni ed i rilievi che sono stati fatti alla legge Alfano sarebbero esclusivamente di natura politica ed in quella sede devono essere valutati, mentre sotto il profilo della costituzionalità sarebbe ineccepibile e per questo la promulgazione era dovuta: vedremo quale sarà in proposito il giudizio della Corte Costituzionale.
La politica, quella che conta e che non vuole certo mischiarsi con gli umori giustizialisti e forcaioli della piazza, intanto guarda ben più lontano; incassata l’impunità per i primi quattro non disdegnerebbe per nulla, elettorato permettendo, di garantire l’impunità per tutti gli eletti, rectius nominati, includendo magari anche presidenti, assessori e consiglieri regionali, per evitare nel prossimo futuro altri casi incresciosi come quello dell’ottimo Ottaviano Del Turco, anche lui con tutta evidenza un autentico garantista a cui le solite toghe rosse l’hanno voluta far pagare.
Durante la discussione sul lodo Alfano il sempre verde D’Alema, “un vero antigiustizialista” come l’ha definito con intento encomiastico il presidente “emerito” Cossiga, nonché presidente di quella Bicamerale invocata come illustre precedente tentativo di mettere la giustizia al guinzaglio dell’esecutivo, aveva sottolineato con molta sensibilità bipartisan che “I mali della Giustizia esistono ed il Parlamento dovrebbe affrontarli in modo più meditato e condiviso….” Chissà se si riferiva anche alla paralisi degli uffici giudiziari nel Sud d’Italia cioè nelle regioni dominate da mafia, camorra, ‘ndrangheta dove, grazie agli effetti della legge Castelli che il centrosinistra al Governo si è ben guardato dallo smantellare nonostante le solenni promesse elettorali, manca in organico oltre il 13% dei pubblici ministeri…
Comunque niente paura: l’autunno si annuncia ricco di fermenti sul fronte delle riforme, in primis ovviamente quella della giustizia per “correggere” la Costituzione in quegli articoli così superati, così obsoleti, così opprimenti per gli uomini “del fare” e per i riformisti dialoganti. Dopo l’incontro, pare molto fecondo che avrebbe stabilito un’intesa sui temi della giustizia, tra Fini e D’Alema, rispettivamente presidenti di ItalianiEuropei e FareFuturo è stato annunciato un convegno autunnale delle due fondazioni, dove naturalmente si parlerà anche di giustizia.
E quanto a fondazioni per accreditarsi nella politica politicante non vuole essere da meno Fausto Bertinotti che reduce da un congresso dove ha portato alla sconfitta (grazie anche al mix catastrofico di antigiustizialismo esibito e di presenzialismo televisivo-salottiero militante) il suo delfino, dopo aver affossato il partito, si accinge anche lui a mettere su la sua brava fondazione, come ha annunciato orgogliosa la sua signora al Riformista.
Se poi magari c’è qualcuno che non ha come scopo prioritario quello di mettere su una bella fondazione che fa tanto trendy e dialogare con Fini e Schifani di “rimodulazione” del CSM, ma vuole fare opposizione anche con gli strumenti che la Costituzione mette a disposizione dei cittadini ed inizia una campagna referendaria contro una legge di dubbia costituzionalità come il Lodo Alfano, il suo comportamento viene bollato come “eversivo” dalla maggioranza e non c’è nessuno che abbia molto da obiettare nemmeno nella cosiddetta opposizione.
Vito Schifani ha detto esplicitamente che non bisogna girarci tanto attorno e che il primo obiettivo dei “riformatori” è il CSM che va “rimodulato”.
E, ha aggiunto, non si tratta certamente di infrangere un tabù o di creare “uno scandalo” dato che esiste in proposito un illustre precedente nella mitica Bicamerale di D’Alema e nelle insuperate ed insuperabili bozze dell’infaticabile garantista Boato che nel suo piccolo era riuscito quasi a scavalcare l’ambizioso progetto di Licio Gelli.
Che nel disegno di disarticolazione dell’impianto costituzionale in materia di equilibrio tra i poteri fosse riservata, un’attenzione particolare all’organo costituzionale concepito dai padri costituenti per garantire l’autonomia e l’autogoverno della magistratura, lo si era capito chiaramente dall’aggressione istituzionale di cui è stato oggetto il CSM mentre si apprestava a dare una doverosa valutazione sul disegno di legge, poi ridimensionato grazie al “provvidenziale” Lodo Alfano, concepito per fermare il processo Mills con l’effetto “collaterale” di travolgere centomila processi e annientare definitivamente la macchina già arrancante della giustizia penale.
Il combinato disposto dell’art.3 che stabilisce l’uguaglianza dei cittadini, dell’ art. 104 che garantisce l’autonomia della magistratura dall’esecutivo grazie all’organo di autogoverno, dell’art.112 che prevede l’obbligatorietà dell’azione penale per garantire il controllo di legalità a 360 gradi, sono palesemente incompatibili con il governo dei peggiori e lo stato di impunità per i nominati dalla casta che di fatto si è instaurato nel paese e dunque vanno smantellati preferibilmente con consenso bipartisan e senza particolari contrasti da parte del garante della Costituzione, nonché presidente del CSM.
Il capo dello Stato finora, si è ben guardato dal difendere le prerogative dell’organo che presiede definito “una cloaca” da capogruppo del PDL Maurizio Gasparri, così come si è ben guardato dal difendere il vicepresidente Mancino di cui esponenti di spicco della maggioranza hanno persino chiesto le dimissioni accusandolo di inaccettabili interferenze per aver difeso il sacrosanto diritto del CSM ad esprimersi su una materia di sua strettissima competenza, come l’aberrante blocca-processi. Anzi alla cerimonia del Ventaglio, dove ha rivendicato con argomenti alquanto discutibili la sua totale adesione al Lodo Alfano che ha subito autorizzato senza alcun dissidio interiore e promulgato in meno di 24 ore, ha persino polemizzato a distanza con chi ha rilevato, più o meno fondatamente, che almeno l’immunità-impunità per le 4 più alte cariche dovesse seguire il corso della legge costituzionale. Naturalmente non ha nemmeno ritenuto di dover opporre argomenti giuridici a quelli molto validi sostenuti da 100 costituzionalisti e sottoscritti da 150.000 cittadini, sull’incostituzionalità della nuova impunità, che corregge solo parzialmente i gravissimi rilievi di incostituzionalità con cui la Corte Costituzionale aveva sonoramente bocciato il lodo Maccanico-Schifani, di cui l’attuale è una fotocopia goffamente ritoccata.
Secondo Giorgio Napolitano le obiezioni ed i rilievi che sono stati fatti alla legge Alfano sarebbero esclusivamente di natura politica ed in quella sede devono essere valutati, mentre sotto il profilo della costituzionalità sarebbe ineccepibile e per questo la promulgazione era dovuta: vedremo quale sarà in proposito il giudizio della Corte Costituzionale.
La politica, quella che conta e che non vuole certo mischiarsi con gli umori giustizialisti e forcaioli della piazza, intanto guarda ben più lontano; incassata l’impunità per i primi quattro non disdegnerebbe per nulla, elettorato permettendo, di garantire l’impunità per tutti gli eletti, rectius nominati, includendo magari anche presidenti, assessori e consiglieri regionali, per evitare nel prossimo futuro altri casi incresciosi come quello dell’ottimo Ottaviano Del Turco, anche lui con tutta evidenza un autentico garantista a cui le solite toghe rosse l’hanno voluta far pagare.
Durante la discussione sul lodo Alfano il sempre verde D’Alema, “un vero antigiustizialista” come l’ha definito con intento encomiastico il presidente “emerito” Cossiga, nonché presidente di quella Bicamerale invocata come illustre precedente tentativo di mettere la giustizia al guinzaglio dell’esecutivo, aveva sottolineato con molta sensibilità bipartisan che “I mali della Giustizia esistono ed il Parlamento dovrebbe affrontarli in modo più meditato e condiviso….” Chissà se si riferiva anche alla paralisi degli uffici giudiziari nel Sud d’Italia cioè nelle regioni dominate da mafia, camorra, ‘ndrangheta dove, grazie agli effetti della legge Castelli che il centrosinistra al Governo si è ben guardato dallo smantellare nonostante le solenni promesse elettorali, manca in organico oltre il 13% dei pubblici ministeri…
Comunque niente paura: l’autunno si annuncia ricco di fermenti sul fronte delle riforme, in primis ovviamente quella della giustizia per “correggere” la Costituzione in quegli articoli così superati, così obsoleti, così opprimenti per gli uomini “del fare” e per i riformisti dialoganti. Dopo l’incontro, pare molto fecondo che avrebbe stabilito un’intesa sui temi della giustizia, tra Fini e D’Alema, rispettivamente presidenti di ItalianiEuropei e FareFuturo è stato annunciato un convegno autunnale delle due fondazioni, dove naturalmente si parlerà anche di giustizia.
E quanto a fondazioni per accreditarsi nella politica politicante non vuole essere da meno Fausto Bertinotti che reduce da un congresso dove ha portato alla sconfitta (grazie anche al mix catastrofico di antigiustizialismo esibito e di presenzialismo televisivo-salottiero militante) il suo delfino, dopo aver affossato il partito, si accinge anche lui a mettere su la sua brava fondazione, come ha annunciato orgogliosa la sua signora al Riformista.
Se poi magari c’è qualcuno che non ha come scopo prioritario quello di mettere su una bella fondazione che fa tanto trendy e dialogare con Fini e Schifani di “rimodulazione” del CSM, ma vuole fare opposizione anche con gli strumenti che la Costituzione mette a disposizione dei cittadini ed inizia una campagna referendaria contro una legge di dubbia costituzionalità come il Lodo Alfano, il suo comportamento viene bollato come “eversivo” dalla maggioranza e non c’è nessuno che abbia molto da obiettare nemmeno nella cosiddetta opposizione.
