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COSTITUZIONE REPUBBLICANA E PROGRAMMI ELETTORALI
di: Carlo Diana

I 60 anni della Costituzione sono stati celebrati. A pochi giorni, la triste ricorrenza della barbarie nazista. Non dobbiamo dimenticare. Due ricorrenze, il senso della prima estratto da quello dell’altranon si, è lo sforzo enorme che i popoli europei seppero imprimere alla storia mentre uscivano dalla prima metà del novecento, scrivendo nero su bianco le garanzie affinché quella barbarie non si ripetesse. Uomini e donne di tutte le estrazioni politiche democratiche.

La Costituzione italiana volle, sin dalle premesse, scrivere tra le regole inderogabili repubblicane le garanzie contro ogni forma razziale, di discriminazione sociale e religiosa. Il costituente si preoccupò di dar corpo a quelle garanzie sia in forma diretta, con appositi articoli della Carta, sia in forma diffusa ed indiretta, attraverso tutta la prima parte. Nella discussione preliminare del 1947 i costituenti convenivano che le garanzie erano legate le une alle altre e che non si potesse liberare davvero il pensiero solo grazie ad una generale previsione normativa, se non si assicurava anche alle persone una libertà materiale e sociale. Ed infatti tutta la prima parte verte sul tema dei diritti individuali e sociali, di pensiero, del lavoro, diritto ad una paga che consenta una vita dignitosa, diritto alla salute, alla casa, ecc.
Ricerca puntigliosa di un equilibrio costituzionalmente garantito tra libertà di pensiero e condizioni materiali, affinché la prima si esprimesse concretamente. Ed è appunto l’equilibrio l’anima della costituzione italiana, che l’attraversa per intero dai principi fondanti fino alle disposizioni tecniche più minuziose che riguardano tanto il funzionamento degli organi istituzionali quanto i loro poteri.

E’ notorio, le norme espresse nella prima parte della Carta sono di principio e generali. Non è giuridicamente sanzionabile la mancata applicazione di esse ma politicamente sì. Il Costituente rinvia al legislatore ordinario, il compito di porre in essere il tessuto normativo per trasformare quei principi su cui la Carta fonda, in realtà. La forma usata non è augurale, d’auspicio o di speranza ma prescrittiiva: il vero obiettivo della Costituzione. Ed invero, nei primi 30 anni ci fu uno sforzo del legislatore in quel senso.

Gli anni 70 registrano la produzione normativa più importante per la tutela dei diritti civili, del lavoro, iniziative sociali per la casa, la sanità, ecc. Poi il declino. Assassinato Moro e morto Berlinguer si inaugura la stagione delle attività antistato, dalle collusioni tra mafia, economia e politica fino ai corpi deviati dello stato e dei servizi segreti. Un antistato che lavora fin dentro le radici delle nostre istituzioni e lì fonda le premesse che influenzeranno il confronto politico degli anni successivi. In quel tessuto economico e politico nascono i poteri forti che ancor oggi influenzano le libere scelte dei cittadini e la stessa formazione ed azione dei partiti.

Dalla fine degli anni settanta incomincia la decostruzione dello stato sociale e del welfare. Quello è il periodo in cui il legislatore ordinario avvia con pervicacia un’attività che si potrebbe definire anticostituzionale per quanto cozza con tutto ciò che la Carta prevede nei suoi principi fondativi. I servizi pubblici vengono man mano svuotati di forza e di efficacia, sia attraverso la riduzione di risorse che mutandone lo status giuridico: da ministeri o aziende pubbliche a enti pubblici economici a spa.

Oggi siamo alla vigilia di elezioni politiche, mese più mese meno. Speriamo solo che almeno si riesca a realizzare una legge elettorale meno scandalosa. Il 2008 registra assieme un vorace prossimo confronto elettorale ed il sessantesimo anniversario della Costituzione. Partiti politici che si sbraneranno per contendersi il primato di anticostituzionalità o saranno assieme collusi per lo stesso obiettivo. Questo si profila.

Onorare la Carta e prestarvi ossequio significa amministrare il bene pubblico per il generale beneficio di uomini e donne che sul territorio di questa Repubblica vivono. Un territorio ed un patrimonio che ha già visto violare i propri limiti estremi nel depauperamento dei beni comuni. Uno Stato senza beni patrimoniali reali e morali declina la sua stessa sovranità ad una funzione privatistica della cosa pubblica. Uno stato senza ricchezza e con un territorio pressoché usucapito dall’interesse privato non può più esercitare sovranità se non in modo nominale ed inefficace.

Ed in questa visione che troviamo anticostituzionali tutti quei programmi politici, di qualsiasi fazione, che non prevedono con drasticità ed in modo chiaro il limite oltre il quale ogni ulteriore cessione al privato del bene pubblico (in forma di diritti, di gestione o patrimoniale) è lesiva dello stesso fondamento repubblicano. Il nuovo monarca non ha stato né materia, è sublime ma si nutre di patrimonio pubblico. Uno stato che registrasse a favore della proprietà privata gran parte della gestione dei beni comuni come acqua, sanità, trasposti, energia, istruzione, cultura; che progressivamente aliena i propri beni patrimoniali nella forma di illusorio beneficio mix pubblico-privato, è uno stato destinato a non avere più credibilità interna ed internazionale.

Chi lavora per questo obiettivo lavora anche per sconvolgere l’equilibrio costituzionale dei valori contenuti nella Carta a tutto vantaggio dell’interesse privato. Chi continua a ipotizzare che uno stato moderno è uno «stato leggero» che si occupa solo di scrivere le norme, è un illuso, poichè a questo stato mancherebbe la forza del potere coercitivo radicato anche nel valore patrimoniale e nella propria ricchezza materiale. Non è possibile pensare che si possa esercitare il potere della sovranità senza ricchezza materiale. Chiunque sarebbe in grado, con la propria ricchezza privata, non solo di condizionare la produzione normativa, unica funzione dello «stato leggero», ma addirittura di corromperne quella sanzionatoria e repressiva. Un tale assetto istituzionale costituirebbe senza mezzi termini una forma anticostituzionale fino alla deriva eversiva.

In questo senso e per questa urgenza democratica, è quindi necessario elaborare programmi di governo compatibili con gli equilibri dei valori economici e morali già previsti dalla Costituzione. L’incombente campagna elettorale da celebrare nel sessantesimo anniversario della Carta, offre l’estrema possibilità a coloro che si presentano quali riformatori per una nuova e moderna politica, di ossequiarla con lo stesso programma elettorale. Programma che deve avere come primario obiettivo il riequilibrio dei valori costituzionalmente previsti attraverso il riequilibrio della ricchezza e dei diritti fra i cittadini, dando più forza ai beni pubblici ed alla loro .funzione.

A questo obiettivo va indirizzata la riforma dello stato, anche per mezzo di una revisione costituzionale della seconda parte della Carta. Riforma che elida ostacoli e renda più snelli meccanismi istituzionali per agevolare il legislatore ordinario nel perseguire i fini scritti nella prima. E’ questo che per noi significa riformare, sia in senso linguistico che costituzionale

Creato da mariaricciardig
Ultima modifica 2008-02-01 15:27



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Art. 1 della Costituzione

Inviato da bladec il 2008-01-30 10:26
Ritengo che se qualcuno vorrà veramente fare qualche cosa per se e per le prossime generazioni dovrebbe " SENTITAMENTE " e sottolineo sentitamente adoperarsi in modo che, anche praticamente venga recepita, la variazione dell'art.1 della Costituzione da Repubblica fondata sul lavoro a Repubblica fondata sul RISPETTO e sulla SOLIDARIETA'.
Questo io ritengo il primo e fondamentale articolo da divulgare anche come materia di studio scolastico per tutta la durata della scuola dell'obbligo.
Il resto sarebbe facilmente applicato se il 1° fosse recepito.
Vorrei soltanto aggiungere che come me, sono convinto che tante altre " persone " avrebbero tante idee valide e utili, il problema è che sarà mai dato ascolto ne tantomeno visibilità, questo è il vero problema odierno che esiste malgrado tutti i mezzi di informazione e altro che potrebbero essere i veri divulgatori della democrazia.
La realtà dimostra la sordità di chi non vuol sentire.
Anche quello che di valido potrebbe essere fatto, solo per seguire l'egoismo distruttivo.

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